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RITRATTO DI AUTORE
Bruno Barba – SOPRATTUTTO/IL SECOLO XIX – 01/03/2002

Luis, il sudamericano

Ti appare come un lottatore, un ribelle, un uomo libero. Luis Sepúlveda è tutto questo, ma anche un viaggiatore, un narratore di storie e, adesso, persino un regista. Viene da pensare alla fortuna di avere un padre così, “conversatore che sa ascoltare”.

Lo immaginiamo severo, ma sempre dalla parte dei suoi sei figli; ci sembra di vederlo mentre, a tavola, facendo finta di litigare, racconta il suo passato e spera nel loro presente. Perché parla con veemenza di politica e globalizzazione, di ecologia e dittature, fumando con impeto, guardandoti negli occhi, trasmettendo l'entusiasmo e il coraggio di chi sa che – dopo aver provato carcere, tortura, esilio – nulla e nessuno lo può più abbattere. Sì, è un sudamericano vero Sepúlveda. “Sono nato in Cile (a Ovalle, nel 1949), ma sono intensamente latino-americano”, ci racconta nell'albergo torinese che lo ha ospitato in occasione della cerimonia di designazione del Premio Grinzane Cavour. “Sento di appartenere a una realtà sociale e culturale molto complessa, un insieme di 400 milioni tanto diverse che parlano soltanto due lingue, il portoghese e lo spagnolo, pur cercando di conservare la diversità di tante espressioni indigene. Siamo un continente giovane, con un'antichità di soli 500 anni: mi sembra più generoso riconoscermi come una parte di questa umanità con un destino comune”. Adesso abita a Gijon, nelle Asturie spagnole: dopo aver lasciato il Cile oppresso dai militari di Pinochet, non vi ha più fatto più ritorno se non di rado.

Eppure il Cile resterà sempre la sua patria...

Il mio senso di libertà è forte e come essere umano voglio esser libero di andare e abitare dove voglio. Ho provato a tornare in Cile, ma non posso rimanere isolato nel mio paese: troppe cose della nuova democrazia non mi trovano d'accordo. Credo che la società cilena, perché si torni a una sana democrazia, abbia bisogno di una riconciliazione che superi il trauma del golpe militare del 1973 e della dittatura. Ma questo non si fa dimenticando, promuovendo l'amnistia di stato. Per fortuna, sedici anni di dittatura non hanno portato alla distruzione totale della memoria collettiva e della vocazione democratica. E la corruzione della dittatura non si è trasformata in scuola.

Ma in cosa voi cileni vi distinguete dagli altri sudamericani?

La nostra è una “povertà piena di dignità”: dobbiamo sviluppare il paese partendo da qui. Non abbiamo mai aspirato a far parte del primo mondo.

Come invece gli argentini...

Nel suo primo discorso alla nazione Menem ha detto: “L'Argentina ha una situazione economica simile a quella europea, si è trasformata in un paese del primo mondo”. Il nostro presidente Lagos ha invece dichiarato: “Passeranno 20-30 anni prima che il Pil cileno diventi simile a quello spagnolo o italiano”. Ricordo che l'illusione fa parte delle spiritualità argentina, ma anche latino-americana in genere. Per questo sono orgoglioso di questa “forzatura cilena”: non ci sono false speranze sì, e questo ci dà animo.

Sono troppo vicine le vicende argentine, per noi italiani e lei cileno, per non parlarne.

Responsabile delle terribile crisi è il sistema economico neoliberista imposto negli anni della dittatura, quando la corruzione raggiunse il culmine. Non che prima del '76 non esistesse, ma era vivo il senso del pudore, la paura, che un giorno questa corruzione potesse essere giudicata dalla società. La dittatura generò il senso dell'impunità. I militari, tra l'altro, non attuarono il golpe al servizio di una classe sociale, l'esercito stesso era una classe sociale. E la democrazia, purtroppo, non ha portato alcun cambiamento: Alfonsin, Menem, De la Rua altro non hanno fatto che amministrare questo sistema. Ma il popolo argentino è un popolo a grande vocazione democratica: quel che si osserva oggi non è mancanza di fiducia nella democrazia, ma nella casta politica caduta nella corruzione.

E di cosa ha bisogno allora l'Argentina?

Di recuperare il senso della realtà. Come nel tango c'è un uomo che sente nostalgia per una donna che non ha mai conquistato, così il popolo argentino prova nostalgia per una cosa – la ricchezza – che non può aver perso perché non l'ha mai avuta. L'immaginazione ha trasformato questa possibilità in una cosa vera, in una “iperrealtà” che per essere evocata, ha bisogno del senso della perdita. Questo farà cancellare il sogno di vivere in un paese ricco, ma sarà un buon punto di partenza.

Il Sudamerica è stato definito un continente desaparecido, scomparso, dimenticato. Come si spiega allora il successi degli scrittori latinos?

Gli scrittori sudamericani che hanno successo in Europa raccontano storie legate alla realtà sociale dei vari paesi. E' la gente sensibile d'Europa che ci legge e che ci ascolta, la gente capace di partecipare alle sofferenze e alla felicità di questa parte del mondo. Questo successo non è paragonabile a quello degli scrittori nordamericani: Stephen King o Ken Follet scrivono per un altro pubblico e hanno più lettori. Credo si faccia confusione sono i governi e non la gente comune a non avere interesse per i problemi che ci riguardano.

Di fronte ai problemi del mondo l'intellettuale che cosa può fare?

Oggi la realtà sembra una finzione, un film con una sceneggiatura scritta da uno psicopatico. Non credo che la letteratura abbia un ruolo di primaria importanza nella trasformazione del mondo, ma credo che possa incidere, collaborare a vedere meglio le cose. Il mondo lo cambia la gente, lo cambiano gli sforzi umani, il coraggio civile, la partecipazione coraggiosa.

Ma l'impegno non rischia di allontanare uno scrittore dalla letteratura pura?

Ogni scrittore si sente portatore di una grande verità, ma la grande verità si costruisce collettivamente. Noi artisti abbiamo un impegno etico nei confronti della società: tutto quel che facciamo è una sorta di vaso comunicante che dà alla vita il nostro rigore estetico e alla letteratura regala il rigore etico con cui noi affrontiamo la vita. E' vero, io sogno di chiudermi in casa, un giorno, e dedicarmi alla scrittura di un romanzo di avventura, tipo I Tre Moschettieri, lasciando volare l'immaginazione in un altro tempo, non pensando a tutto quello che mi circonda, giocando a questa cosa magica, fantastica che è la creazione letteraria. Ma ora sento la necessità di dedicarmi a una letteratura più militante, impegnata. José Saramago, grande amico e grande scrittore, uomo di straordinaria dignità sociale e politica, mi ha detto: Se il mondo continua così tutti noi finiremo con lo scrivere manifesti sui muri delle città, e arriveremo alla sintesi estrema. Scriveremo “No”, “Basta”. Questi saranno i nostri poemi.

E quale ruolo assegna ai giovani?

L'unico fatto che giustifica la giovinezza è il profondo spirito critico. La condizione naturale del giovane è cercare il nuovo e manifestare la propria non conformità con lo status quo. I raduni oceanici del movimento no global di Porto Alegre, la grande ricchezza teorica della proposta, per una formulazione più giusta del mondo e delle società, fanno sperare nel futuro. Un ragazzo polacco e un indio dell'Amazzonia, un'attivista sardo e un giapponese, senza frontiere, con un punto di vista comune: rendere il mondo abitabile, vivibile.

La tentazione è forte: perché non far partecipare anche un personaggio come lei al dibattito della sinistra?

In tutto il mondo la sinistra ha perso il proprio profilo politico ed è da questa crisi che nasce il movimento antiglobal: per la grande mancanza teorica, intellettuale, morale della sinistra tradizionale mondiale. Venendo al caso italiano, la sinistra ha la responsabilità di aver lasciato cadere in modo miserabile la possibilità di sviluppare intellettualmente, socialmente, praticamente un'eredità ricchissima. L'Italia è oggi guidata come fosse un'azienda. Con tutto il rispetto che merita un'imprenditore che con il proprio lavoro contribuisce allo sviluppo della società, un paese si regola con l'etica. E non solamente con lo spirito del lucro.

Come vede Sepúlveda la situazione del mondo?

Gli Stati Uniti sono guidati da un uomo la cui elezione è stata una “truffa”, mentre in Medio Oriente la gente vuole la pace, eppure si parla solo degli attentati e delle tensioni. Credo che il vuoto di leadership palestinese, con Arafat in disgrazia, sia una misura perversa del governo di Sharon, perché questo vuoto fa piacere soltanto all'estremismo.

Di cosa è fiero oggi?

Di essere rimasto un uomo normale. Da ragazzo ero povero e sapevo che non potevo permettermi più di mezzo chilo di fragole con la panna. Ora che guadagno tanto non posso mangiarne lo stesso perché lo stomaco non lo sopporta...

Intervista di Bruno Barba – SOPRATTUTTO/IL SECOLO XIX – 01/03/2002

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