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Ilide Carmignani
LINEA D'OMBRA
Settembre 1996

DAL REALISMO MAGICO ALLA MAGIA DELLA REALTA'
LA SCRITTURA MILITANTE


Quando è nato in te il desiderio di scrivere?

    A dire il vero ho iniziato a scrivere quando ero ancora molto giovane. All'Instituto Nacional di Santiago, dove studiavo, tutti noi studenti impazzivamo per una professoressa di storia. Era una donna dotata di una forte carica erotica, e lo sapeva bene. Ora, con gli anni, sono arrivato a pensare che in lei ci fosse qualcosa di perverso, di dolcemente perverso, che la faceva sentire molto felice quando quel gruppo di piccoli machos quindicenni - noi - le sbavava dietro. Un giorno infilai nella macchina da scrivere di mio nonno, una vecchia Underwood, della carta, quattro fogli di carta carbone, e quattro veline per fare delle copie (all'epoca non si era ancora realizzato il miracolo della fotocopiatrice), e scrissi la mia prima storia - erotica, o meglio porno - sulle "calde avventure di una professoressa di storia". Fu un successo che passò di mano in mano finché i fogli non caddero a pezzi. Quando "pubblicai" il quinto racconto con lo stesso personaggio, un esemplare finì nelle mani del direttore dell'istituto e pensai che mi avrebbero espulso, ma non fu così. L'uomo, che era un amante della letteratura, lesse la mia storia e disse: "Sai che scrivi abbastanza bene? Mettiamo da parte queste sciocchezze e d'ora in avanti collaborerai alla rivista letteraria della scuola".
    Già allora avevo ben chiaro che volevo scrivere, guadagnarmi la vita scrivendo, non essere "uno scrittore", ma scrivere per il puro piacere di scrivere. E lo facevo. Scrivevo poesie, racconti, molti racconti - effettivamente abbastanza influenzati da Cortázar -, di cui non mi pento, e così, pian piano, un giorno un amico di mio padre mi trovò un posto come redattore in un quotidiano, il "Clarín", un giornalaccio scandaloso, ma di sinistra. Avevo diciassette anni e il mio lavoro consisteva nell'accompagnare la polizia sul luogo del delitto e durante le indagini. Vidi molti morti, troppi, e ogni giorno, prima della chiusura della redazione, alle quattro del mattino, dovevo scrivere il mio articoletto di duecentocinquanta parole. Il caporedattore, un tipo di nome Zurita di cui dicevano che non dormiva mai, che viveva al giornale, che beveva litri di caffè e fumava centinaia di sigarette al giorno, leggeva il mio articoletto e prima di gettarlo nel cestino mi diceva: "Questa è una stronzata, è pura letteratura, scrivi come un giornalista".
    Da quel tipo imparai molto. Con lui mi sono fatto la mano. In seguito ho scritto per la radio. Là ho appreso a lavorare tenendo conto del tempo. Dovevo raccontare una storia in ventotto minuti. Anche quella è stata una grande scuola. Insomma, ho iniziato molto giovane. Quando nel 1970 vinsi il premio Casa de las Américas col mio primo libro di racconti, vivevo già di quello che scrivevo, e a dire il vero mi divertivo molto. E la scrittura continua a divertirmi.

   
Vorrei che tu ci parlassi delle tue abitudini di scrittore - García Márquez, per esempio, lavora ogni mattina e solo alla mattina, seguendo un rituale ben preciso - e del tuo rapporto con l'atto concreto dello scrivere...
  
Il mio rapporto con la scrittura è passionale e di gran piacere. Lavoro contemporaneamente a varie storie. Amo il computer, che mi permette di aprire e chiudere la storia che voglio. Preferisco lavorare al mattino, perché credo che le idee siano più fresche. Seguo le ricette di Hemingway che dicono: neppure un goccetto prima o durante il lavoro e smetti di lavorare solo quando sai come va avanti la storia. Quando sento che una storia è finita, quando ho messo il punto in fondo a un romanzo, lo lascio, me ne allontano per almeno sei mesi. Poi lo rileggo e inizia il faticoso lavoro di dargli una forma estetica, di renderlo leggibile e credibile. Sono molto rigoroso sotto quest'ultimo aspetto. Correggo e ricorreggo. E lascio andare i manoscritti solo quando sento che sono definitivi e sono sicuro del prodotto finale. Scrivo al mattino, ma siccome viaggio molto, ho preso gusto a scrivere ovunque. Nella mia lista degli aeroporti più comodi per scrivere ci sono quelli di Amsterdam e di Austin, in Texas. E in cima alla lista delle biblioteche più comode per scrivere c'è quella del British Museum, perché sotto i tavoli ci sono le prese per il computer.

   
Vorrei sapere quali sono gli autori che hanno avuto maggiore influenza su di te e quelli che senti più vicini.
    Gli scrittori che mi hanno influenzato e che continuano a influenzarmi sono molti. Credo che in primo luogo ci siano tutti gli autori di romanzi d'avventure: Verne, Salgari, Conrad, Stevenson, Coloane, Melville, Karl May, Kipling, Mark Twain. A loro si sommano Cortázar, Capote, Hemingway, Hammett, Ambler, Rulfo, Borges, Dos Passos. Poi tutti i giganti del romanticismo tedesco, da Novalis a Hölderlin, e subito dopo viene la lista dei contemporanei, che per di più, con mia grande gioia, sono amici miei. Chi potrebbe resistere alla vitalità di Paco Ignacio Taibo II, di Soriano, di Jerome Charyn, di Rolo Diez? E la lista è lunga, lunghissima.

  
  Vorrei la tua opinione sul realismo magico, che per molti anni in Europa ha significato la letteratura latinoamericana, e sull'attuale panorama letterario del cono sur
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    Penso che il realismo magico abbia compiuto una funzione importante e che l'opera di García Márquez, di Rulfo, di Carpentier e di Isabel Allende resterà. Ma credo anche che gli scrittori della mia generazione si siano discostati da questo marchio di fabbrica, da questa odiosa denominazione di origine, e abbiano iniziato a raccontare la magia della realtà. In altri termini, ci siamo allontanati dall'aneddoto poetico per andare più alla sostanza delle cose.
    Quanto alla letteratura latinoamericana, a mio avviso, sta attraversando il suo momento migliore. Sembrava che dopo il boom non ci fosse più nulla, e questo ha a che vedere con la storia tragica dell'America Latina. Quelli che per età venivano dopo il boom sono morti nelle lotte politiche o in terribili incidenti. La poesia si chiamava Paco Urondo, Roque Dalton, Otto René Castillo, Javier Heraud. Il romanzo si chiamava Haroldo Conti, Ángel Rama, Marta Traba, Manolo Scorza. Per fortuna alcuni si sono salvati e grazie a loro esiste un piccolo ponte generazionale. Io non esisterei come scrittore latinoamericano se non fossero vivi Juan Gelman e Antonio Cisneros. E non solo io. Tutta la scuderia di latinoamericani che oggi riempie le librerie del mondo è in debito con questa generazione sacrificata. Siamo loro debitori e abbiamo l'obbligo di difendere quell'etica per cui loro si sono sacrificati.
    Più in generale, credo che tutta la letteratura scritta in lingua spagnola sia sulla buona strada, perché finalmente gli scrittori spagnoli hanno capito che dovevano abbandonare la Spagna di paccottiglia delle nacchere. E' stato penoso per loro rendersi conto che la lingua spagnola la facciamo noi latinoamericani, e quando l'hanno capito, hanno iniziato a dare buoni frutti. Mi riferisco alle opere di Muñoz Molina, Landero, Llamazares, Fajardo, che hanno osato stringere la mano che abbiamo teso loro dicendo: ragazzi, smettetela una buona volta di scrivere in quel dolce dialetto di pastori che si chiama castigliano e adottate con noi una lingua di carattere universale, lo spagnolo.
    Infine, non posso fare a meno di dire che è su un'ottima strada anche la letteratura scritta nell'altra grande e nuova lingua dell'America Latina, il portoghese ricreato dai brasiliani. Basta leggere le opere di Milton Hatoum, Marcio Souza, Eric Nepomuceno, Joâo Ubaldo Riveiro, Moaycir Sclair, Nélida Piñón... romanzieri fantastici.

   
A proposito del ruolo dello scrittore, Salman Rushdie scrive: "La narrativa dice la verità in un'epoca in cui le persone cui è demandato dirla inventano storie. I politici, i media, coloro che creano le opinioni inventano storie. Allora è dovere dello scrittore di finzioni cominciare a dire la verità". Paco Taibo II, parafrasando von Klausewitz, sostiene addirittura che "la letteratura è un altro modo di far politica"...
    Sono perfettamente d'accordo con le definizioni di Klausewitz, Taibo II e del collega Rushdie. Io credo che abbiamo l'obbligo, coi mezzi dell'invenzione letteraria, di mostrare il mondo così com'è. Sono troppi quelli che si incaricano di deformare la realtà secondo la loro convenienza. La letteratura ha il dovere di tutelare la verità storica. E nella letteratura c'è posto per tutto, per il talento, per la creatività, per la stupidità, per l'umorismo, per tutto meno che per la finta innocenza di coloro che si rifiutano di vedere il mondo così com'è.

   
Credo che alcune tue opere, e in particolare Un nome da torero, potrebbero rientrare in quello che Vázquez Montalbán definisce "giallo ideologico" inscrivendovi i romanzi del suo malinconico Carvalho e, ad esempio, i libri di Pennac, Daeninckx, Sciascia. Il "giallo ideologico" sarebbe un incrocio fra diverse forme espressive adatto a descrivere una realtà in crisi...
    Condivido l'opinione di Vázquez Montalbán, il quale, oltre a essere uno scrittore straordinario, è un Uomo Perbene, e un grande formulatore di sintesi. I nostri sforzi - parlo di Taibo II, di Rolo Diez, di Mempo Giardinelli e di me stesso - io li definisco "romanzo militante di salvaguardia della memoria storica".


   
Qualche tempo fa un giornalista di "Repubblica" ti ha definito un "ecoscrittore" per l'importanza delle tematiche ecologiche nei tuoi romanzi. Puoi parlarci un po' di questo tuo interesse?
    Io mostro il mondo così com'è, perciò non posso trascurare la gravità del disastro ecologico. Sono un difensore della vita e pertanto ho il dovere morale, etico, di denunciare il cammino verso il suicidio di massa a cui ci costringe l'irrazionalità del capitalismo. Ma non mi piace questa definizione di "ecoscrittore" semplicemente perché non mi piacciono le etichette.

   
Pur non trascurando l'impegno civile, come abbiamo visto, mi sembra che per te uno dei fini della letteratura sia anche quello di dilettare il lettore, e i tuoi romanzi ci riescono così bene da scalare ogni volta le classifiche dei libri più venduti. Nella tua opera è molto vivo il piacere di raccontare storie...
    Ho sempre saputo distinguere fra il mio atteggiamento etico davanti alla vita e il mio atteggiamento estetico davanti alla letteratura. La mia opera cerca di stabilire un ponte coerente fra i due atteggiamenti. Scrivo di ciò che conosco bene, e conosco molte cose. Ho visto molto mondo. E siccome sono un buon lettore, so che agli altri lettori piacciono le storie ben narrate, ma che non sono disposti ad accettare civetterie pseudointellettuali o attacchi di erudizione da parte degli autori. Io rivendico il piacere di raccontare storie, una specie di ritorno alla letteratura orale che tanto amo.

   
Il tuo stile, molto efficace, è sempre essenziale, sobrio. E' un fatto spontaneo o una scelta?
    Il mio stile è sobrio, ma non in modo ricercato. In questo senso ho sempre presente la lezione di Hemingway, che ha detto: si possono scrivere ottime storie con parole da venti dollari, ma la cosa davvero lodevole è raccontare quelle stesse storie con parole da venti centesimi. Io scrivo, prima di tutto, per capire meglio me stesso. E questo si ottiene solo senza troppa magniloquenza letteraria, con la sobrietà del timoniere il quale sa che, pur avendo tutto il grande mare a disposizione, basta un lieve tocco di timone per allontanarlo dalla sua rotta.

   
Nella tua opera ci sono indimenticabili personaggi maschili: quando darai vita a un personaggio femminile?
    So che devo a me stesso e agli altri un grande personaggio femminile. Il fatto è che non credo di conoscere ancora abbastanza bene l'altra parte dell'umanità, la donna. Le donne non smettono mai di sorprendermi. Tutti i giorni imparo qualcosa su di loro, ma non ne so ancora abbastanza. Però mi sforzo di riuscirci e un giorno o l'altro arriverà sulle mie pagine un grande personaggio femminile.

    Quale è, nella tua opera in generale e nel tuo ultimo romanzo - La frontiera scomparsa - in particolare, il peso del vissuto, dell'esperienza autobiografica?
    Ogni volta che affronto un viaggio mi dico: e ora dove vai carico di così tanti ricordi, di così tanto amore, di così tanti sogni? Indubbiamente la mia vita, il vissuto, è parte essenziale della mia letteratura, perché sono certo di aver avuto una vita coerente e che se dovessi ripercorrerla lo farei ripetendo ogni passo, ogni errore, ogni successo. La mia soddisfazione più grande arriva quando, nei momenti di debolezza, dopo che mi hanno davvero fottuto, mi metto davanti allo specchio e vedo un uomo che conosco, un uomo che ha saputo essere degno della parola compagno. Non ho il minimo problema o alcuna inibizione a consegnare parte della mia vita e della mia esperienza ai miei personaggi.

 
  Cosa significano per te le tue radici cilene, il tuo passato latinoamericano?
    Sono nato in Cile, ma sono latinoamericano, intensamente latinoamericano, orgogliosamente latinoamericano. Non è una questione di passato, e nemmeno di presente, ma di futuro. Quando sai che sei depositario ed erede di un crogiuolo di culture impossibile da nominare senza dimenticarne qualcuna, quando conosci la gioventù e le speranze del continente, e soprattutto quando sai chi sono i nemici dell'America Latina, allora ti rendi conto che la tua vita di latinoamericano si proietta enormemente lontano e porta con sé una responsabilità che assumi con orgoglio. Sono indio ed europeo, sono africano e dei Caraibi, sono devoto a mille divinità e convinto che il destino lo costruiamo noi uomini. Ecco cosa significa essere latinoamericano.

   
Cile, Argentina, Uruguay hanno seguito un'evoluzione simile e sono passati dalle sanguinarie dittature degli anni Settanta e Ottanta a una certa democrazia. Come vedi questo cambiamento e quali speranze nutri in questo processo?
    Rispetto le evoluzioni democratiche dei paesi del Sudamerica, ma ho seri dubbi riguardo alle basi su cui si sostengono. Non concepisco la democrazia senza sindacati forti, senza contratti di lavoro, senza una rigorosa partecipazione dello Stato come organo tutelare della normalità di un paese. Non sono statalista, ma considero lo Stato un male necessario, almeno per il tempo che impiegheremo a scoprire che possiamo basare la convivenza umana sul dialogo libero e fraterno, e non sulla repressione. Oggi Argentina, Cile e Uruguay non sono dei paesi, sono delle imprese. Il mostruoso modello economico neoliberale - una visione rinnovata del capitalismo portato alla sua espressione più selvaggia - è riuscito a imporre il mercantilismo come valore superiore alla solidarietà, a far prevalere l'egoismo sulla generosità, la stupidità sulla cultura. Sono molto critico al riguardo, ma al tempo stesso sono ottimista. E il mio ottimismo si chiama, per esempio, Chiapas. Oggi è possibile imporre un modello economico neoliberale perché i governi devono fare i conti o con le limitazioni che hanno ereditato dalle dittature, o con la forza che le dittature continuano ad avere, anche in democrazia, ma esiste pure la volontà latinoamericana di essere indipendenti, e questo mi rende ottimista.

    Senti di aver avuto un'evoluzione come scrittore da Il vecchio che leggeva romanzi d'amore alla Frontiera scomparsa, i libri attraverso i quali sei noto al pubblico italiano?
    Un'evoluzione? Non lo so. Ogni libro è un passo in più, un tentativo di comprensione, di avvicinamento al mondo. Non credo nella summa. Anzi, credo che ogni libro sia una bella spoliazione volontaria, una dolce automutilazione che l'autore compie con evidente piacere, perché era necessaria. Se c'è qualcosa di cui sono sicuro, è che la scrittura mi da ogni giorno più gioia. E siccome so con certezza che, più che uno scrittore, sono un narratore di storie, non saprei proprio dire quali caratteristiche abbia questa evoluzione, se davvero c'è stata.

    Quale preferisci tra i tuoi libri?
    Il libro che più mi piace è una storia di pirati a cui lavoro già da tre anni. Mi piace per la storia in sé, perché scrivendola mi sono divertito alla grande e per l'enorme sforzo che ha significato il lavoro di documentazione.

   
Ci puoi raccontare qualcosa della tua incursione nella letteratura per ragazzi e dei tuoi progetti futuri?
    Ho scritto vari racconti per bambini e recentemente ho osato cimentarmi in un romanzo, non per ragazzi, ma per lettori da otto mesi a ottantotto anni. E' la storia di un gatto, il mio gatto, che deve insegnare a volare a una piccola gabbiana. Credo che sarà pubblicata quest'anno in Italia. E poi lavoro a un altro libro per ragazzi che ha una storia molto curiosa: un giorno, a Brema, vicinissimo al monumento alla favola che parla della città, ho scoperto un'iscrizione su una pietra: "Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia". Allora ho deciso di raccontare la storia di questa persona, un argonauta che si lascia cadere di notte in città sconosciute e si mette sempre dalla parte dei bambini.
    Quanto ai progetti futuri, ne ho molti. Il romanzo di pirati. Il romanzo per ragazzi. Un secondo romanzo amazzonico che correggo e ricorreggo. Un romanzo che racconta l'ultimo giorno di Butch Cassidy e di Sundance Kid, un libro sopra la Patagonia che sto preparando assieme al fotografo argentino Daniel Mordzinski, e una storia d'amore molto bella nella quale tento di far parlare le meravigliose donne della mia generazione.

Intervista di Ilide Carmignani. Settembre 1996

(Per gentile concessione di "LINEA D'OMBRA")

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