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Un omino piccolo così al tavolo di Bush

Luis Sepùlveda, lo scrittore cileno, esule in Europa dopo il colpo di stato in Cile, diventato famoso con libri come “Il vecchio che leggeva romanzi d'amore” e “Storia di una gabbianella e del gatto...”, nella casa di Gijon, Asturie spagnole, in attesa di partire per Roma, dove sarà sabato.

Sempre al lavoro?

E' un lavoro che non finisce mai, salvo le pause per pranzo e cena, con la famiglia, che s'è fatta grande: sei figli e due nipoti.

Un nuovo libro dunque?

Un nuovo romanzo al quale sto lavorando da due o tre anni e penso di concludere fra un anno. Non posso dirne nulla, porta sfortuna. Un romanzo generazionale...

Avventure di giovani. Un titolo provvisorio: “Gli anni felici”. Si potrebbe definire romanzo storico?

Storico, ma legato all'attualità. Generazionale, storico, contemporaneo.

C'è qui un altro libro, “Il generale e il giudice”, appena pubblicato da Guanda. Raccoglie gli articoli “nati dall'indignazione e dall'impotenza”, quando si seppe dell'arresto di Pinochet a Londra e dei tentativi del giudice Garzon di processarlo. Sono passati trent'anni dal colpo di stato in Cile. Che cosa ricordare?

Mi viene da ricordare quanto fosse stato bello con Allende tentare di trasformare il Cile. Mi viene da ricordare la sconfitta, che ha per me l'immagine di tanti volti assieme dei compagni scomparsi. Provo l'orgoglio per quanto abbiamo saputo fare nei mille giorni di Allende, in pace, nel segno della responsabilità collettiva, nell'interesse del paese. Eravamo diventati un esempio pericoloso. Indicavamo la strada dell'identità e dell'autonomia, dell'indipendenza politica ed economica. Gli stati Uniti non potevano tollerarlo.

Il Cile di oggi?

Non mi sono sentito molto felice, quando mi hanno spiegato che, messo da parte Pinochet, la transizione verso la democrazia era conclusa. Non si arriva alla democrazia sulla base delle carte dettate da un dittatore. Ora il Cile è un paese la cui economia dipende da quella di altri paesi, vittima di un neoliberismo senza regole che, attraverso la dittatura, ne ha sconvolto la struttura sociale. Una volta il Cile conosceva la povertà, adesso conosce anche la miseria. Una delle grandi conquiste ai tempi di Allende erano stati i contratti di lavoro. Due generazioni di cileni non sanno più che cosa sia un contratto di lavoro. Ne hanno perso il diritto, in omaggio alla flessibilità.

Non lo stiamo perdendo. Vedrà bene anche lei che cosa succede in Italia. Lei ama l'Italia?

L'ho sempre considerata la mia seconda patria. Ora provo qualche delusione.

La guerra in Iraq: che ne pensa?

Una tragedia. Una guerra ingiusta, voluta da un ex alcolico con l'intelligenza di una scimmia.

Stiamo pagando tutti, italiani, spagnoli e via con il lutto e le lacrime...

Migliaia di persone sono morte, irakeni, giovani soldati americani, che sono poi afroamericani o ispanici, immigrati. E poi carabinieri italiani, gli agenti spagnoli. Dobbiamo piangere per tutti loro e per i prossimi cui toccherà morire. Ogni vita umana che si spegne, è un universo che si spegne.

Per colpa di Bush e dei suoi alleati...

Di un finto socialdemocratico come Blair. Di un personaggio come Aznar. Piccolo e triste. Non si dovrebbe dire piccolo. Ma lui soffre la sua statura e cerca la rivincita, vuole un posto nella storia. Per questo si accontenta di stringere la mano a Bush e di sedere alla stessa tavola.

A proposito di statura, sembra il ritratto di Berlusconi...

Una figura così buffa. Eppure sta alla presidenza dell'Unione Europea. Sembra uno scherzo.

Lei è cileno, dice sempre di sentirsi “intensamente neolatino”, ma vive in Spagna e ha la cittadinanza tedesca. Crede nell'Europa e nell'Unione europea?

Metà dei miei anni li ho vissuti in Europa. Credo nell'Europa, che è stata la culla della ragione. Credo nell'Unione europea che esprime una volontà e una possibilità di convivenza civile. Vorrei che l'Europa diventasse fonte di pace davanti agli stati uniti, un momento di equilibrio contro il loro strapotere, a sostegno dei popoli più deboli.

Era molto impegnato nella politica. Non si è mai separato dalla politica, diventando scrittore.

Sento la politica come un dovere. Lo è, per qualsiasi cittadino. La scrittura è un modo di continuare la politica. Sono sempre stato da una parte ben precisa della barricata e scrivo per chi sta su quella stessa barricata dalla mia stessa parte. Posso riconoscere certa crisi della politica. Dopo l'attentato alle Torri gemelle, incontrai Saramago. Discutemmo del nostro mestiere. Concludemmo che si sarebbe dovuti tornare a una scrittura militare, per esprimere le nostre idee, per raccontare quello che l'informazione nasconde, per contrastare false verità. Ci dicemmo che forse non sarebbe bastato. Andremo a scrivere sui muri, allora. Due parole soltanto: no, basta.

Ha sempre fiducia nella politica?

Ho imparato che la politica è l'arte del possibile. Non ho fiducia in tutte le persone che fanno politica, ma ho fiducia nella gente e nelle idee e ne scopro di nuove e importanti, di promettenti.

Lei ha avuto il suo bell'impegno ecologista, anche con Grenpeace. Come si ritrova nei movimenti no global o new global?

Mi ritrovo bene. Ho grande stima per quelli di Attac, scrivo per Le Monde Diplomatique. Ci sono anch'io e condivido la loro idea di globalizzazione: che aiuti i paesi e la democrazia ovunque...

Ha votato in Germania?

Ho votato per Schroeder e ho votato per i verdi nel mio land e per le europee.

Torniamo ai libri. Come scrive?

Prendo un'infinità di appunti a mano. Prendo appunti anche con la mia macchina fotografica digitale. Immagini che suggeriscono storie e sentimenti. Poi li sistemo e li riordino al computer. Correggo moltissimo, rifaccio, leggo a voce alta. Registro: riascoltandomi, capisco se va bene. Leggo tanto. Quando sono più impegnato nella scrittura però preferisco la poesia. I classici. La poesia mi è ossigeno. Leopardi mi è diventato un compagno insostituibile. Mi aiutò Vittorio Gassman a conoscerlo meglio...

Scrive poesie?

Mi sento un poeta clandestino.

Intervista di Oreste Pivetta – L'UNITA' – 06/12/2003

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