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Io, Luis Sepulveda

Dopo gli eroi quotidiani de Le rose di Atacama, Luis Sepúlveda torna al romanzo e agli eroi politici e militanti come militante e appassionata è la sua scrittura. “Sto facendo la correzione finale del mio nuovo romanzo. Sono corresponsabile del quasi-suicidio dei miei editori europei che mi assillano al telefono chiedendomi: "quando finisci, quando finisci". Ma io sono lento a correggere, e termino un romanzo quando sono sicuro che corrisponde alla responsabilità etica ed estetica dello scrittore».
Questi due valori sono la sua costante. Non c'è intervento pubblico in cui l'autore cileno non ne parli per spiegare il senso dell'impegno critico. «Credo - esclama - che per poter vivere senza vergogna ci voglia una posizione profondamente etica e che si debba affrontare l'arte - nel mio caso la letteratura o il cinema - con alto rigore estetico. La vera sfida è trasportare nella vita il concetto di estetica e portare
nell'arte l'impegno etico”.

Titolo provvisorio del romanzo che Guanda pubblicherà nel corso del 2004 è Gli anni felici. “Racconto la storia parallela della lotta contro il dominio spagnolo nel 1800 e di quella per l'indipendenza politica del Cile di oggi. Un eroe romantico che si chiamava Manuel Rodriguez e il movimento guerrigliero che prese il nome da lui, formato da giovani tra i 18 e i 25 anni che si batterono eroicamente contro Pinochet”.

Lucho stringe la sigaretta tra le labbra e pronuncia le parole lentamente. Il ricordo quasi lo commuove. “È una storia di cui si sa poco. Di quei giovani più di 1200 furono ammazzati dalla dittatura o desaparecidos, ma dal 1980 non dettero un giorno di tregua a Pinochet: continue azioni militari che culminarono nel settembre di fuoco del 1985, l'attentato ai tralicci che gettò nel buio Santiago e quello clamoroso a Pinochet, che si salvò dalle granate solo grazie ai massicci vetri blindati della sua Mercedes. Un'operazione incredibile se si pensa al Cile di allora, sotto il terrore di esercito e carabineros”.

Ma questa non è la sola novità. Fedele a quanto annunciato nella primavera del 2002 quando uscì il suo film Nowhere, Sepúlveda conferma di voler alternare narrativa e cinema. “Nel 2005 farò un film dal mio racconto Hot Line. Ho voglia di fare rivivere sullo schermo le avventure del mio detective mapuche George Washington Caucamán”.

Il cileno errante è a Torino in qualità di membro della giuria del XXIII Premio Grinzane Cavour, Genova lo attende martedì per aprire l'anno culturale de "I Buonavoglia", un appuntamento che Sepúlveda ha accettato volentieri per sottolineare il senso di due sfide, quella di Colombo e quella dei giovani del G8. “Cinquecento anni, la stessa storia con Genova punto di partenza e punto di arrivo. Da qui viene Cristoforo Colombo, la sua audacia, il suo sogno utopico alla scoperta di un altro mondo, da qui è partito tre anni fa lo slogan "Un altro mondo è possibile". Due vicende diverse e lontane che sottolineano l'altissimo valore simbolico di questa città, oggi capitale europea della cultura, ma che nell'immaginario del mondo alternativo è diventata con la spettacolare contestazione al G8, il simbolo della capacità di sfida della generazione che non s'accontenta di questa nuova società di classe e che respinge le democrazie autoritarie”.

È passata dunque la stagione del pessimismo. Appena un anno e mezzo fa, Sepúlveda aveva annunciato l'intenzione di sospendere la scrittura per protesta contro la globalizzazione formato G8. “Sono d'accordo con Saramago - aveva detto - lo scrittore oggi può solo scrivere sui muri per dire "no basta"». Ma ora torna a sostenere che «per prima cosa lo scrittore è un cittadino che ha un grande dovere nei confronti della letteratura, e uno superiore come uomo. Sarebbe bello proiettarsi in un'epoca felice in cui potersi dedicare alla sperimentazione letteraria, invece siamo in questa e il nostro dovere di resistere è imprescindibile. Purtroppo oggi l'aria che respiriamo è solo in parte fatta di ossigeno. Tutto il resto è un insopportabile cretinismo civile e politico”.

Per questo la sua scrittura raccoglie aneddoti, situazioni di vita reale ma anche circostanze che avrebbe desiderato ma che vivono solo nella pagina di un libro?

Sono cose differenti, ma in generale credo che ci sia molto di me nei miei libri. Sento che è legittimo concedere la mia esperienza personale ai miei personaggi. Ma sono contrario all'orrenda vanità di consegnarmi a un'autobiografia, anche se la mia vita è stata abbastanza movimentata.

Lei è l'autore sudamericano più amato dagli italiani. Perché, si è dato una risposta?

Io credo che il lettore italiano ha capito bene il mio intensissimo amore per la parola ben scritta. Gli italiani amano la parola, e la mia connessione con loro deriva dal senso di libertà che la parola porta con sé.

Il 16 ottobre 1998 Sepúlveda era in Italia, quando lo raggiunse la notizia dell'arresto a Londra di Pinochet. Che cosa ricorda di quel giorno e quali speranze suscitò?

Ero in macchina in autostrada nei pressi di Udine; mi ha superato un uomo che mi faceva segnali. Ho pensato ad una gomma sgonfia, ho controllato ed era tutto ok, quando lui mi ha raggiunto e abbracciato. Urlava "lo hanno arrestato, lo hanno arrestato!" e io "Chi è, che succede?" e lui "Pinochet è stato arrestato a Londra". Subito ho esclamato "no, non è vero". Poi ho acceso la radio e i ricordi. Pensavo a tutta la gente uccisa, alla speranza che ciò significasse la fine dell'impunità, della violenza criminale e l'avvio per il Cile di una vita e di una democrazia normali.

Che cosa fece, superato lo choc?

Telefonai a mia moglie Carmen, che è stata una vittima di questa orribile dittatura. Piangeva e diceva "finalmente questo figlio di puttana sarà portato davanti a un tribunale civile che gli dirà lei è un assassino, lei è un criminale". Ho cominciato un intensissimo lavoro giornalistico, ho scritto per giornali italiani, spagnoli, argentini, tedeschi, francesi, inglesi. È stata una grande campagna perché questo criminale non lasciasse Londra. Temevamo che in Cile non avesse la pena che gli spettava. Come è successo, effettivamente. Sono stati 530 giorni frenetici, sono stato cinque o sei volte a Londra per partecipare alle manifestazioni che si svolgevano di fronte alla clinica dove era il tiranno.

Ma poi, con il ritorno di Pinochet in Cile, è arrivata la delusione...

Sì e no perché avergli tolto l'immunità parlamentare di senatore ed averlo tenuto prigioniero in casa è stata per lui un'umiliazione. Questo ha diviso la destra cilena tra chi ha capito quale peso fosse ancora il dittatore e chi continuava a difenderlo come il suo avvocato Pablo Rodriguez, uomo tra i più feroci del regime, capo del movimento fascista "Patria e libertà", assassino del capo dell'esercito cileno democratico generale Schneider, di un alto ufficiale della marina militare e di uno della forza aerea, entrambi fedeli al presidente Salvador Allende. Di più, Rodriguez era legato ai neofascisti italiani autori della strage di Bologna. Ma almeno la consolazione è stata che - per non giudicarlo - Pinochet è stato dichiarato ufficialmente "pazzo". Pensate che beffa per un uomo che ha ostentato sicurezza, impunità, arroganza. Quasi peggio che essere in carcere.

Lei al Cile ha dedicato romanzi, racconti, film, raccolte di articoli come il suo ultimo lavoro "Il Generale e il Giudice", ma il Cile cosa sa di Sepúlveda?

Nulla, per loro io non esisto, non sono mai stato invitato come scrittore, anche se un anno fa ho ricevuto una grande dimostrazione di affetto dalla gente che mi ha letto e che conosce il mio passato. Parlavo alla Biblioteca Nazionale in una sala per 250 posti, ma nelle due strade adiacenti c'erano quindicimila persone: per farmi ascoltare hanno dovuto collocare in gran fretta dei televisori. Questa è una prova di democrazia, ma è tutta nelle mani dei giovani. Sono loro la speranza di un futuro diverso.

Per concludere, che cos'è oggi l'illusione?

È quella parte della condizione umana che ci fa sentire vivi. Un sinonimo di utopia.

E la banalizzazione?

L'Europa rappresentata da due figure tristissime: Berlusconi e Aznar. Quando Berlusconi si presenta come il vincitore del comunismo in Italia, e torna ad un linguaggio da guerra fredda banalizza la storia italiana degli ultimi 50 anni. Così quando Aznar si presenta come il grande difensore della costituzione, dimentica il suo passato franchista. Questo è banalizzare il senso della realtà.

Intervista di Sergio Buonadonna – IL SECOLO XIX – 19/01/2004

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