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Benvenuto, fratello crudele

Marsiglia 1974: un investigatore privato si muove tra le strade della città, lasciandosi dietro “una striscia di sangue come la bava delle lumache”. Si chiama Caino Lanferti e dà il titolo al romanzo d'esordio del genovese Clemente Tafuri, appena pubblicato da Einaudi (pp. 176, € 8,50). Tafuri aveva già raccontato al Secolo XIX della sua amicizia con Nanda Pivano e delle difficoltà che aveva affrontato prima di trovare una casa editrice: “Ho firmato il contratto con Einaudi, dopo aver girato come un matto. Ore di anticamera, interminabili, viaggi, mesi di attesa davanti al telefono e ogni mattina la cassetta delle lettere vuote”.

Ora ce l'ha fatta a pubblicare le avventure del suo protagonista, Caino, un uomo disilluso e violento che non riesce ad instaurare rapporti decenti con le donne, che beve e fuma troppo. Per indifferenza nei confronti della vita, si lascia coinvolgere nel traffico di una nuova droga, dal nome improbabile, prodotta da un gruppo hippy che vogliono destabilizzare il sistema capitalista. Entra in scena un gruppo di mafiosi che vuole appropriarsi del traffico di questa sostanza. E Caino Lanferti si smonta pagina dopo pagina, perde pezzi, ma nessuno riesce a fermarlo fino al capitolo finale.

Perché lei, genovese, ha ambientato il suo romanzo d'esordio a Marsiglia?

Perché è una città ricca di fascino, oscura. I suoi odori salgono nel naso e stordiscono. E' una Casbah. Bagnata dal Mediterraneo, fradicia di culture. Impossibile resisterle.

Quanto si assomigliano Genova e Marsiglia?

Abbastanza. Il porto, l'immigrazione, certe architetture. A Genova non è ancora avvenuta la fusione di culture che invece ha conosciuto Marsiglia. Marsiglia è greca, turca, cinese, filippina, francese, italiana. A volte sembra che tutto sia possibile, in questa città. Nel bene e nel male.

Il romanzo è ambientato nel 1974, l'anno di nascita di clemente Tafuri. Cosa vuole dirci l'autore con questa scelta?

Gli anni Settanta rievocano un clima preciso, violento. Il piombo, capisce? E per una storia di questo tipo è l'epoca ideale. Il genere noir diventa, in questa occasione, un modo per raccontare altre cose. Ho voluto sperimentare un ambiente, un luogo. Che io sia nato lo stesso anno in cui si svolgono i fatti non vuole dire niente.

Ha svolto delle ricerche sull'ambiente della malavita a Marsiglia negli Settanta?

Inevitabilmente. E non solo sull'ambiente marsigliese. La malavita organizzata non conosce confini. La mafia è ovunque. Quando Marsiglia diventa negli anni Settanta una delle capitali della droga gli interessi toccano la Sicilia e New York, il Medio Oriente e il Sud Africa.

Non è un po' troppo cattivo Caino Lanferti?

Caino è un uomo solo. Circondato da uomini e donne persi, che tradiscono, senza speranza. Caino si difende. Magari a volte esagera. E' la cattiveria a travolgerlo. Molto spesso la cattiveria di un mondo perduto, del sottosuolo di una città pericolosa. Caino reagisce. Uccide. Come tanti.

Non è strano che una donna giovane e bella come Lulù si innamori di un fallito come Caino?

Non ci vedo niente di strano. Siamo circondati da uomini che amano donne sbagliate, da donne insieme a uomini improbabili. A volte mi chiedo come certe situazioni siano possibili. Misteri dell'amore, forse. Il più delle volte semplice cattivo gusto. Caino un fallito? Bah, direi che è molto più fallita Lulù.

Cosa hanno autore e protagonista, Clemente e Caino, in comune?

Diverse cose. Ma le esasperazioni di questo personaggio servono a stemperare il genere, a riscattarlo. Il vero fallimento è la noia. Una storia può essere bella, brutta, divertente, eccitante, ma se un libro è noioso allora è un libro sbagliato. E poi oggi si ha molto meno fame di romanzi. Abbiamo il cinema che in poche battute risolve enormi problemi. Céline lo aveva capito prima di tutti.

Nella quarta di copertina c'è scritto: “Come se un Dostoevskij giovane si fosse messo, all'improvviso, a scrivere hard boiled”: quanto si riconosce in questa descrizione?

Quando ho letto la quarta, a Roma, nella redazione dell'Einaudi Stile Libero, non sapevo che dire. A quale scrittore non farebbe piacere un paragone del genere?

Ci sono scrittori della sua generazione o un po' più vecchi che sente vicini?

Ho letto con passione Io non ho paura di Niccolò Ammaniti. Un gran bel libro è Magic Hoffmann di Jacob Arjouni, uno scrittore tedesco di una quarantina d'anni non ancora famoso in Italia. Forse tra i potenti scrittori viventi Edward Bunker. Un mostro di bravura.

Intervista di Laura Guglielmi – IL SECOLO XIX – 12/10/2003

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