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La ricchezza epica delle vittime

Il 9 febbraio il manifesto ha pubblicato una lettera di Paco Ignacio Taibo II dal titolo I guardiani della barbarie. Il testo dice: “Quando Giuliana leggerà quest'articolo e uscirà bene dal sequestro, il manifesto dovrebbe dirle di venire qualche giorno a Città del Messico e raccontare storie di bambini che giocano, di parchi pubblici e del meraviglioso sole di fine inverno. Prima che torni al suo dovere, quello di documentare la barbarie”. Giuliana è uscita dal sequestro, ma non bene. Inevitabile chiedergli cosa pensi di questa svolta imprevedibile. “E' un po' come la letteratura poliziesca - esordisce lo scrittore messicano - che osserva solo quel che è visibile della realtà. Quel che sappiamo sembra confermare solo il 10 % di quel che è successo, che diventa il 5% quando parlano gli americani e l'1% quando parlano gli italiani. L'invito è invece a riflettere su quel 90% che rimane. A me sorgono un sacco di dubbi da lettore disorientato dei giornali. Anche perché intorno alla guerra in questi anni c'è stata una distorsione del linguaggio. In principio c'era la frase bomba intelligente. Questa bomba intelligente non esiste. La seconda è danni collaterali. Un eufemismo diabolico quando si parla di cittadini ammazzati dai bombardamenti. Il terzo è il concetto di fuoco amico. Che cosa è questo fuoco amico? Vorrei però approfittare per abbracciare idealmente Giuliana, un abbraccio forte e un rinnovo dell'invito a Città del Messico”. Quando parla Paco è un fiume in piena. Con pause solo per aspirare fumo dall'ennesima Romeo Y Julieta, sigaretta dal tabacco scuro cubano. E' venuto in Italia per promuovere il suo nuovo libro E doña Eustolia brandì il coltello per le cipolle (Marco Tropea, pp. 192, € 14), una raccolta di racconti sulle mobilitazioni operaie in Messico negli anni `80, vissute in prima persona. E per partecipare all'omaggio di Pordenone attraverso “Dedica 2005”, che si articola in una serie di incontri iniziati sabato scorso e che si concluderanno sabato prossimo. Dal documentare la barbarie passiamo alle storie dimenticate del nuovo libro.

In qualche modo - continua Taibo II - c'è un collegamento, anche se nel libro si parla di altri mondi e altre epoche, ma sono personaggi che nessuno raccontava. Condannati al disprezzo letterario, all'oblio politico, all'oscurità. Sono cresciuto negli anni Sessanta, il periodo della piccola borghesia illuminata, raccontata da Vargas Llosa, Cortazar, Marquez che parlavano di classe media che si ribellava, leggeva, filosofeggiava. Io stesso facevo parte di questo gruppo. Ma ho passato dieci anni come organizzatore sindacale nell'industria. E mi sono detto anche lì c'è epica, riscattiamola questa epica operaia, aldilà del pamphlet stalinista, riscattiamo le loro ricchezze, le loro miserie, il loro umorismo. La distanza, il distacco mi danno il senso dell'umorismo per un ritratto generazionale per cui provo rispetto. Studenti che improvvisamente si sono messi in gioco con la polizia, le guardie armate dei padroni o i sindacalisti gialli sempre addosso. Nel libro racconto tre o quattro episodi in cui me la sono vista brutta e devo davvero la vita a doña Eustolia e al suo coltello per le cipolle, manico corto e lama lunghissima, brandito contro un sindacalista giallo che aveva già alzato il cane della pistola”.

L'11 settembre 2001 Raitre, per la serie “Uno scrittore una città”, aveva in programma la trasmissione “Que viva Mexico, Paco Ignacio Taibo II a Città del Messico”. Una coincidenza inquietante...

Non lo sapevo. L'11 settembre è stato un momento complicato per me. Avevo troppi vincoli con i morti. Un mese prima stavo firmando copie dei miei libri sotto una delle due Torri, nella libreria che dava sul parco. Poi, letteralmente, devo la vita al gruppo di pompieri di Manhattan Sud. Un anno prima ero ospite a Manhattan a casa di un amico regista e ci fu un incendio. Mi hanno salvato proprio i pompieri, tirandomi fuori di lì con una scarpa sì e una no. Ridevano di me chiamandomi lo scrittore messicano scalzo. Mentre alcuni terminavano di spegnere l'incendio con altri parlavamo di libri. Questi pompieri sono quelli morti nella seconda torre.
Inoltre mi sono sintonizzato sui canali televisivi spagnoli di New York dove venivano letti gli elenchi dei latinoamericani morti. Tutti lavoratori di bassissima categoria. Lavavetri, addetti alle pulizie, fattorini di servizio dei bar della zona per consegnare colazioni, caffé, panini. La lista era impressionante. Una strage per questo particolare gruppo di lavoratori. E allora chi sono i nemici? Chi sono i nemici dei fondamentalisti che hanno compiuto l'attentato? I pompieri? La libraia? I lavoratori peruviani e ecuadoregni? Poi mi sono fatto un'altra domanda. Chi sono i nemici dei pompieri, della libraia, dei lavoratori latinoamericani? Sono gli abitanti dell'Afghanistan vittime dei bombardamenti? Allora ho fatto mia la frase di uno scrittore messicano, Carlos Monsivais, “da che parte stai? Da quella delle vittime”.
Non mi crea conflitto denunciare dirottatori e terroristi che lanciano aerei contro i grattacieli e contemporaneamente essere un antimperialista viscerale. Se la sinistra non riesce a cogliere le sfumature dei concetti ha perso la capacità di pensare. Il mostro che metteva in prigione chi insegnava a una bimba afgana a leggere e scrivere è lo stesso che bombarda i civili.

La tua vita sembra segnata dalle coincidenze...

E' vero, la mia vita è un insieme di situazioni stupende e deliranti che non ho programmato. Quindici anni fa l'allora sindaco di Gijon, mi sentì dire incidentalmente una frase: un buon festival colloca una città sulla carta geografica. Newport, Cannes non sarebbero nulla senza il loro festival. E lui mi chiese se potessi davvero fare un festival. Gli chiesi: “hai soldi?”. Rispose: “Sì, cosa hai in mente?”. Dissi: “una Disneyland per bambini trotzkisti colti”. La semana negra di Gijon è un festival popolare fatto con la letteratura come spina dorsale, che nell'ultima edizione ha visto un milione e mezzo di partecipanti. Tre mesi fa mi appare un misterioso inviato che mi dice che Marcos vorrebbe sapere se fossi disposto a scrivere un poliziesco con lui. E' come essere invitato a colazione da Marilyn. Dieci anni fa ho deciso di scrivere una biografia del Che in modo personale, dovevo regolare i conti con la figura che ha segnato la mia generazione. Ha venduto un milione di copie. Tutto è una miscela di appassionanti incidenti. Forse perché mi trovavo nel posto giusto. A volte mi viene in mente il colloquio tra Edmund Hillary e Tenzing Norgay, gli scalatori dell'Everest. Quando uno chiese all'altro: “ma perché dobbiamo andare lassù?” e la risposta fu “perché è lì”. E' un dialogo che lessi a otto anni e mi è rimasto in testa. Per quel che riguarda la mia vita posso solo fare un'aggiunta: sta lì, e bisogna raccontarlo.

Hai accennato al libro scritto a quattro mani con il subcomandante Marcos, “Muertos incomodos”, 12 capitoli, pubblicati dal quotidiano “La Jornada”. Che impressione hai tratto da questo lavoro?

Posso solo dire che ero sconcertato tanto quanto i lettori. Non ho ancora avuto il tempo di leggerlo perché quando scrivi leggi tecnicamente. Diverso è finire un libro, riporlo in un cassetto e leggerlo più tardi. Certe volte poi Marcos era in ritardo, quindi avevo solo due o tre giorni per leggere il suo capitolo e scrivere il mio. E' stato un ping pong assoluto, non sapevamo dove saremmo andati a finire costruendolo così. Lo leggerò davvero nella prima settimana di aprile, prima che esca in volume in Messico (in Italia Marco Tropea lo pubblicherà questa estate, n.d.r.). E' stata comunque sorprendente l'eco che ha avuto. So solo che abbiamo scritto un romanzo poliziesco su demoni e fantasmi della società messicana, su venti anni di soprusi.

Intervista di Antonello Catacchio – IL MANIFESTO – 08/03/2005



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