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Fare e dis-fare l'origami della coppia

E' tornato il nouveau roman, anzi come furono definiti in Francia a metà degli anni ottanta scrittori come Jaen Philippe Toussaint e Jean Echenoz, sono tornati i “nouveauax nouveaux romancier”. Sia Toussaint che Echenoz sono stati pubblicati anche da editori italiani ma senza fortuna, ora per il primo ci riprova l'editore romano Nottetempo che manda in libreria in questi giorni Fare l'amore, uscito lo scorso anno in Francia. Romanziere, regista cinematografico, fotografo, Jean-Philippe Toussaint (belga, classe 1957) ha scritto un libro sentimentale, onirico, vitreo, malato, al rallentatore, dove un io senza nome ricostruisce, smonta, vive, ora con angoscia ora con distacco,la fine (forse) del suo amore con Marie, stilista e artista chiamata a Tokyo per inaugurare una sua mostra. Oltre ai due sonnambuli componenti della coppia in crisi l'altra protagonista di Fare l'amore è sicuramente la città di Tokyo: immensa, graficizzata, attraversata, illuminata a notte, distante, che riflette nella tessitura narrativa di Toussaint il malessere indicibile, il disagio forse inspiegabile dentro a cui sono abituati i suoi abitanti ma noni due amanti francesi già così tesi, stravolti da fuso orario (e Fare l'amore è un perfetto viaggio dentro i disturbi, fisici e psicologici, originati dal jet-lag, col corpo altro, modificato che amplifica sensazioni e tempi) e dallo stato del loro legame sentimentale. Sono venuti a Tokyo forse per lasciarsi forse per riamarsi meglio. Come per la storiche peripezie dei flaneurs di Hiroshima mon amour (della coppia Duras-Resnais) non c'è né risposta né una sola verità, sarà la predisposizione d'animo del lettore a scegliere ora l'una ora l'altra soluzione.

Jean-Philippe Toussaint come è nato il suo romanzo?

All'inizio volevo raccontare questa storia d'amore attraverso due giornate: la prima del loro amore a Parigi, e l'ultima, sette anni dopo, a Tokyo prima di lasciarsi. Poi ho preferito concentrarmi sull'ultima giornata anche se non mancano i riverberi di quel primo giorno parigino.

Come mai il titolo, così bello, di “Fare l'amore”?

Mi piaceva il suo doppio senso, cioè fare l'amore in senso fisico ma anche in maniera più estesa, coinvolgersi, fare quel sentimento, effettuarlo. Anche dis-farlo. E' interessante che in alcune delle lingue nelle quali il libro è stato tradotto c'è un problema di senso, perché non ci sono come nel francese e nell'italiano questi doppi significati, e così in tedesco è stato tradotto “Amarsi” e in giapponese, dove hanno subito escluso anche per certo loro pudori una traduzione di questo tipo, è stato tradotto con “Make love”.

Nel romanzo il narratore si presenta immediatamente con una boccetta di acido cloridrico che porta sempre con sé, in tasca, subito temiamo che prima o poi l'userà nella storia contro qualcuno, contro se stesso. Come mai hai inserito un elemento così marcato, di pericolo, nella storia?

E' stata un'idea che ho avuto fin dall'inizio. Questa volta, mi sono detto, voglio scrivere una storia con più tensione. Volevo ritornare al clima dei miei primi libri, come La stanza da bagno, volevo che ci fosse meno ironia e più attrazione, anche per il lettore, verso quella boccetta che il protagonista, porta con sé, è un segnale di pericolo che riempie d'inquietitudine ogni sua azione, ogni suo pensiero. Ma con questa trovata volevo inacidire anche lo stilo del libro.

Il suo è un romanzo molto “Made in Japan”, perché la storia vi è totalmente immersa ed in molti punti anche stilizzata secondo certi dettami dello stile giapponese. Com'è nato questo legame con quel paese?

Sono stato in Giappone più di una decina di volte, lì ho la fortuna di essere, anche prima di questo libro, un caso editoriale. Per un periodo di cinque mesi vi ho pure vissuto ma non scriverei mai direttamente sul Giappone o sui giapponesi, è troppo complicato, difficile per un europeo capire quel mondo. Così ho preso due francesi e ho analizzato loro dentro la superficie della città di Tokyo, dentro gli spazi e le luci. Lo so che certe volte dentro la superficie c'è anche l'essenza di un posto è forse in Fare l'amore alla fine c'è più “stile Giappone” di quanto mi aspettassi. Alcuni mesi dopo aver scritto il libro vi sono tornato e sono rimasto un po' deluso, la città del mio libro mi sembrava più intrigante. Ma questa è la forza della scrittura, della letteratura.

Intervista di Michele De Mieri – L'UNITA' – 29/10/2003

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