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Un aforisma contro la catastrofe

Kurt Tucholsky

Tra le opere di narrativa pedagogica-trasgressiva, in Italia abbiamo Le piccole virtù della Ginzburg (“Per quanto riguarda l'educazione dei figli, penso che si debbano insegnare loro non le piccole virtù, ma le grandi. Non il risparmio, ma la generosità e l'indifferenza al denaro; non la prudenza, ma il coraggio e lo sprezzo del pericolo; non l'astuzia, ma la schiettezza e l'amore per il prossimo e l'abnegazione; non il desiderio di successo, ma il desiderio di essere e di sapere); in Germania Il Castello di Gripsholm, di Kurt Tucholsky. O forse è meglio inserire questo romanzo nel novero dei libri pedagogici ma anche dal sapore di favola: breve, leggero e incisivo, un Piccolo principe del tramonto dell'epopea borghese weimariana, stampato con successo nel '31 da Rowohlt, nella Berlino dei kabarett letterari, del teatro politico, delle stamberghe sadomaso di Isherwood, del cinema espressionista, del design razionale Bauhaus: petali della corolla di quel fiore che fu la Repubblica postguglielmina, spuntato dal fango delle trincee del primo conflitto mondiale e falciato dalla croce uncinata. Un Siddartha versione Babilonia sullo Speer, per usare l'espressione di Döblin. Berlino vi compare come luogo da cui evadere, punto di fuga, cupo sfondo lontano eppure presente.

Gripsholm è uno di quegli antichi castelli svedesi (imponenti e rassicuranti”, che sembrano “custodire se stessi”. Dove giungono due turisti tedeschi per una vacanza di qualche settimana. Schloss Gripsholm è anche un libro di viaggio, sul viaggio. C'è una ragazza chiamata “principessa”: una principessa impiegata, una segretaria berlinese in ferie. E l'inizio è carico di quell'energia che danno le partenze estive e che scintilla nelle conversazioni tra i due sul treno verso nord. Tra i dialoghi licenziosi, spuntano aforismi antimilitaristi con leggerezza di tocco fitzgeraldiana che affranca da appesantimenti pensosi. Quando i due passano la prima frontiera, per esempio, Lydia – così si chiama Principessa – dice: “il gioco delle patrie possono farlo soltanto se hanno nemici e frontiere. Altrimenti uno non saprebbe mai dove comincia l'una e dove finisce l'altra”. E sulla già incipiente globalizzazione che vanifica il viaggio: “dappertutto spiccano manifesti colorati di creme da barba e calze da donna...il mondo porta addosso una uniforme occidentali con risvolti di marca americana. Non lo si può più visitare, il mondo – bisogna vivere con lui”. E nella conversazione con l'editore, quella in cui Tucholsky apre il libro, dichiarando la veridicità di quanto va a narrare: “Dovrei forse inventarmi di sana pianta la storia? Eh, fantasia ne hanno solamente gli uomini d'affari quando non sono in grado di pagare i conti”. C'è poi l'incontro con una bambina che piange “le lacrime più amare che i bambini possono piangere: quelle che si piangono dentro e che nessuno sente” in una colonia femminile retta da terribile Frau Adriani, una “donna dall'aspetto autoritario”.

Metafora del modo di crescere i tedeschi, mantenuta allo stadio velato per non prendere il sopravvento sull'atmosfera galante e vacanziera. Frau Adriani “aveva un gran daffare con le bambine; ma era troppo dura con loro, le picchiava. Le piaceva picchiare...Le piaceva comandare”. Questo accade tra tedeschi, mentre “se gli svedesi s'inchinano gentilmente perché così hanno deciso. Obbediscono soltanto se hanno constatato che obbedire qui, in questa precisa circostanza, è necessario, utile, oppure onorevole”.

Ma Il Castello di Gripsholm è anche un'opera sull'amore, libera più che libertina, priva di quella pruderie di chi, valicando il limite della morale, in fondo rende omaggio a quest'ultima; qui si respira solo una mite malizia. “Arrivarono i bagagli e li disfammo...la principessa provò il bagno, e dovetti rallegrarmi che sapesse camminare nuda per la stanza – proprio come una principessa: come una dona che sa di avere un bel corpo”. Dopo qualche giorno arriva un'amica di Lydia, Billie. “Una dolcezza esotica emanava da lei; quando se ne stava seduta a gambe serrate, con le mani sotto le ginocchia era come una bella gatta. La si sarebbe guardata in eterno”. E il ménage si fa a tre. Una sera principessa trasforma lo stare insieme vacanziero, sdraiati sul letto, in partouze. “Dai un bacio a Billie. All'inizio lei lasciò fare soltanto, poi fu come se bevesse da me. A lungo, a lungo...Poi baciai la principessa. Era come tornare a casa da paesi stranieri”. E l'acme fu come “se qualcuno, rimasto a lungo con il suo bob sulla linea di partenza, ora fosse lasciato andare a valle – come sibilava la slitta a valle! Tra un bagno nudi nel lago e una riflessione sulla stampa, arriva anche la vittoria su Frau Adriani. Principessa e il protagonista sono riusciti ad avvertire in Svizzera la mamma della bambina. E con la lettera che la donna ha mandato loro, si presentano dalla istituzione-megera riuscendo, finalmente, a portare via la piccola. Tucholsky, ovvero il suo alter ego letterario,, guarda la signora negli occhi: “E in quello sguardo dei nostri occhi mi si aprì una voragine profonda: questa donna non era mai stata soddisfatta, mai. Nel cervello mi sfrecciò questa cinica ricetta: Penis normalis. Sosim repetatur! Ma non poteva trattarsi soltanto di questo. Qui si sfogava l'istinto primordiale dell'umanità: l'istinto del potere, potere, potere. E niente ferisce un essere umano più d'una rivolta inaspettata. Finché “bisogna tornare”. Non solo perché “quando si è sul più bello bisogna smettere”. Se “si resta quattro settimane, si ride di tutto – anche dei piccoli disagi. Non ti riguardano affatto. Ma se si resta per sempre, allora bisogna prendere parte”. Non resta che il brindisi, dopo settimane di alcol – soprattutto vini francesi, soprattutto Chablis, ma anche whisky e acquavite svedese in mancanza d'altro – il brindisi della partenza. Un celebre brindisi del Nord. Quello che una figlia di contadini, durante la guerra dei Trent'anni, fece ai lanzichenecchi che le stavano saccheggiando casa: “E buon pro ci faccia quando saremo vecchi!”.

Ma “Tucho”, dal Castello di Gripsholm, non farà più ritorno. Era lì non per un viaggio di piacere, ma in autoesilio. Il libro è del '31, grande successo s'è detto eccetera. L'anno dopo, scriverà sulla Weltbühne, settimanale progressista e pacifista berlinese, la frase che oggi è il titolo di tanti temi nelle scuole della Germania: “Soldaten sien Mörder”, i soldati sono assassini. Il direttore del giornale, Carl van Ossietzy, ebreo come lui – cosa che nel clima di deriva verso il nazionalsocialismo rendeva tutto più complicato – a quella frase sarà quasi impiccato. Già imprigionato per un articolo sul riarmo tedesco, era stato graziato, dopo la frase viene di nuovo messo dentro. Tucholsky si trovava in Svezia. Qualcuno lo invitò a tornare in patria per difendersi e difendere Ossietzky. Ma come dirà nelle lettere, ultima attività di uno “scrittore smesso”, sapeva che mettere piede sul suolo tedesco era inutile, significava anzi sottoporsi a inutili angherie. Eppure non poter fare nulla gli dava il tormento.

Inutilità. Questa parola risuona nella ultima fase della vita di Tucholsky. Inutile cedere i diritti dei propri romanzi per le traduzioni all'estero, inutile, anzi dannoso, scrivere perché ogni cosa verrebbe fatta pagare vigliaccamente a Ossietzky. Inutile, infine, vivere. Prosciolto per l'aforisma antimilitare perché aveva valenza universale e non costituiva vilipendio contro l'esercito tedesco, il giorno successivo all'incendio del Reichstag, Ossietzky viene di nuovo arrestato, questa volta dai nazi che hanno preso il potere. Tucholsky si prodiga dietro le quinte, con lettere private a capi di stato e ai giornali di tutto il mondo. Ma ottiene solo, per l'amico, un...premio Nobel per la pace. Non l'uscita dal carcere che Ossietzky guadagnerà per finire nel lager.

Così, il 19 dicembre del '35, disperato per l'ineluttabilità della catastrofe che aveva previsto e combattuto prima e più di tutti, Tucholsky si suicida coi sonniferi. Dirà Christoph Hein, per il centenario della nascita, il 9 gennaio 1990: “Anche l'esilio non Le è servito a molto, ma almeno Le ha fruttato una lapide nel cimitero di Mariefred, vicino al castello di Gripsholm. E una lapide in esilio ha significato che la tomba riuscisse a sopravvivere intatta al Terzo Reich e che la lapide non fosse esposta alle imbrattature antisemite delle due repubbliche tedesche del dopoguerra...probabilmente non poteva pretendere di più dalla vita uno scrittore “smesso”, un uomo del suo tipo, Tucholsky, “il piccolo, grasso berlinese”, come diceva Erich Kastner, che “voleva fermare la catastrofe con la macchina da scrivere”.

Antonio Armano – L'UNITA' – 03/10/2002

La vita

Conosciuto per gli aforismi (“i classici sono quei libri che ti fanno odiare la scuola”) e la prosa caustica e ironica, Kurt Tucholsky nasce il 9 gennaio 1890 a Berlino da un'agiata famiglia della borghesia ebraica. A 15 anni resta orfano di padre, il rendimento al Liceo ne risente e il rapporto con la madre non è buono. Vive solo in una pensione, prepara la maturità da privatista. Intanto scrive cose umoristiche sul “Berliner Tageblatt”. A Praga incontra Kafka. Nel 1913, inizia l'attività giornalistica sulla “Weltbühne”. Dopo la prima guerra mondiale, cui partecipa come amministrativo, diventa radicalmente pacifista. Dal '24 lascia la Germania e si trasferisce a Parigi come corrispondente. Si separa dalla seconda moglie e si stabilisce in Svezia. Il suo romanzo “Il castello di Gripsholm”, edito nel '31, ottiene grande successo. L'anno successivo l'amico Ossietzky, direttore della “Weltbühne” è imprigionato per una frase d'un articolo di Tucholsky “I soldati sono assassini”. Liberato, dopo l'incendio del Reichstag i nazisti lo arrestano nella retata per liquidare le opposizioni. Il 19 dicembre del '35, Tucholsky si suicida. Le ceneri vengono messe in un'urna nei pressi del castello di Gripsholm. Dei libri di Kurt Tucholsky, in Italia, sono stati pubblicati “Il castello di Gripsholm” (edizioni e/o) e la raccolta di lettere “Non posso scrivere senza mentire” (edizioni Archinto), edizioni pressoché introvabili.

Antonio Armano



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