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Turow: “E io faccio causa alla guerra”

Un po’ riflessione sul presente, che la sua generazione - quella nata negli anni Cinquanta - ha vissuto preservata dall’angoscia del ricordo di una tragedia consumata davanti agli occhi dei padri. “Sai cosa dicono i filosofi? Che il presente non finisce mai. Esiste soltanto il presente. Vivere nel passato significa imbrogliare la vita”, dice Gilda Dubin a suo figlio Stewart, che ha scoperto il segreto nascosto nel passato di suo padre David Dubinsky attraverso un pacco di lettere trovate in un armadio dopo la sua morte. E ha compreso il senso dell’ostinato riserbo sulla sua esperienza in guerra, che lo ha accompagnato fino alla fine della sua esistenza.
La guerra è un gioco sporco, di facce doppie e triple. Soprattutto se a giocare sono le spie e la posta può essere la più micidiale delle soluzioni che possa immaginare un dittatore folle come lo era Hitler. Eroi normali (Mondadori) è anche questo. Un giallo e una caccia all’uomo, che si snoda sul finire della Seconda Guerra mondiale. Quando di fronte agli alleati si spalancano i cancelli dei campi di concentramento, e appaiono i fantasmi sopravvissuti agli orrori del nazismo. La caccia a uno scaltro agente dell’Oss accusato di tradimento, che David Dubinsky lascia inspiegabilmente fuggire e per cui viene giudicato da una corte marziale.
Una novità assoluta, nel tema, rispetto ai legal thriller che hanno fatto vendere a Turow più di 25 milioni di copie in tutto il mondo. Una novità che però sembra andare più d’accordo con la sua anima malinconica. E con l’ostinata ricerca di un’etica del comportamento, che lo ha fatto crescere scrittore di bestseller senza mai convincerlo ad abbandonare la propria professione di procuratore prima e avvocato poi, schierato contro la pena di morte e dalla parte dei più deboli.


Turow, perché una storia ambientata durante la Seconda Guerra mondiale, piuttosto che in una delle guerre di oggi?


Per raccontare quanto sia poco importante una causa giusta o sbagliata, quando ci lasci la pelle. Certo, la democrazia è un bene supremo. Ma alla fine, non credo che ci fosse gran differenza per un soldato tedesco o americano. Crepavano tutti e due con la foto della moglie o dei figli in tasca. Credo sia questo il motivo per cui quella generazione di americani ha fatto così fatica a parlare della guerra. Hanno combattuto, hanno salvato il mondo, sono tornati da eroi. Ma sono stati annientati da quell’esperienza.


Vale anche per gli americani che stanno combattendo in Irak?


Assolutamente. Non riesco proprio a immaginare una sola ragione per cui dovrebbero essere contenti di stare lì.


Formalmente la motivazione è la stessa: una guerra per la democrazia.


Intanto bisogna vedere ogni settimana come cambiano queste motivazioni. Comunque, direi che la ragione di fondo su cui i nostri soldati trovano oggi le loro motivazioni potrebbe essere quella di combattere in Irak quello stesso nemico che altrimenti dovrebbero combattere dentro casa. Io non sono d’accordo, anzi penso che ce ne dovremmo andare da lì. Ma così stanno le cose.


La fatica di raccontare la guerra è stata anche della generazione dei tedeschi che combattevano per Hitler.


Hanno vissuto atrocità terribili. Sei milioni di morti. Centinaia di migliaia di donne stuprate a Berlino dopo l’arrivo dei sovietici, sta tutto scritto nelle carte conservate dagli inglesi… sì, hanno avuto grandi responsabilità, la resistenza all’ascesa di Hitler è stata minima, patetica, devono vergognarsi di molte cose, ma alla fine qual è la differenza? Io oggi ho aperto bocca per dire che sono contro la guerra in Irak e certo non ho rischiato la vita per farlo, ma questo è il mio sentimento….


E quello del resto degli americani?


Dipende. Gran parte degli intellettuali ha detto che non la voleva, e che sarebbe stata un disatro. Adesso tra la gente ci sono molti scettici, che magari vorrebbero venirne fuori ma non sanno come.


Chi sono gli eroi normali, oggi?


Dopo l’undici settembre molti americani hanno scoperto che lo sono i vigili del fuoco. Persino i poliziotti, che per me sono sempre stati quelli con le mani pesanti. Quel giorno ci sono stati un sacco di eroi normali.


È un giorno che ha cambiato anche il suo modo di pensare le storie e di scriverle?


Beh, certo ho scritto questo romanzo con la consapevolezza che eravamo di nuovo in guerra. Anche se non esplicitamente, la mia idea è stata quella di raccontare come combattere sia sempre una esperienza orribile. L’altro giorno sul New York Magazine ho letto la storia di un soldato rientrato dall’Irak, che ha scoperto di non essere andato laggiù a fare la cosa giusta. E adesso sarà costretto a vivere portandosi dietro le conseguenze di quella guerra. Perciò. non c’è niente di nuovo.


Lei è schierato contro la pena di morte. Vale anche per Saddam?


La mia posizione riguarda uno Stato che decide di uccidere un proprio cittadino. Non c’entra la guerra. Se penso a Hitler dico sì, credo che sarei stato d’accordo nell’eseguire la pena capitale. Ma se penso a Saddam, non vedo tutta questa necessità di condannarlo a morte. Per la verità, ragionare sul fatto che debba vivere o morire, non è un esercizio morale che mi interessa molto.


Negli Stati Uniti come è cambiata la situazione rispetto a questo tema?


Mi pare che stiamo facendo dei passi in avanti. La Corte Suprema ha stabilito che non possono essere condannati a morte i malati di mente. Poi ha applicato questa restrizione anche ai minori di diciassette anni. La gente ha capito che sono stati giustiziati un sacco di innocenti. Nell’Illinois, dove io vivo, la pena di morte c’è ancora. Ma è stata decisa una moratoria sulle esecuzioni. E la gente sembra soddisfatta. La norma esiste, ma non viene applicata. Ci sono le condanne ma non le esecuzioni. Anche nel Tennessee funziona allo stesso modo. Le grandi eccezioni sono la Virginia e i due stati dei fratelli Bush: Texas e Florida. Lì continuano a mandare a morte un sacco di persone.


L’ultima volta che ci siamo visti, tre anni fa, abbiamo parlato delle implicazioni giudiziarie del nostro presidente del Consiglio e delle leggi fatte su misura per alcuni dei suoi collaboratori…


Giuro che ormai faccio fatica a seguire i guai giudiziari di Berlusconi. Sembra di stare in uno di quei romanzi di Dickens dove i processi non finiscono mai.


Il giorno che doveva lasciare la Casa Bianca, George Bush padre concesse la grazia a un certo numero di funzionari della Cia implicati nell’affare Iran-Contras, per evitare di finire sotto “impeachment”, ma non fu uno scandalo.


Se è per quello anche George Bush figlio ha utilizzato lo stesso strumento. A sei anni dal suo insediamento, non credo che la sua amministrazione si sia dimostrata meno corrotta, disonesta e pericolosa per il Paese di quanto lo sia stata quella di Clinton con i suoi scandali sessuali. Comunque, il vero giudice che dovrà affrontare non sarà in un’aula di tribunale, il vero giudice sarà la storia.


Intervista di Andrea Purgatori – L’UNITA’ – 25/10/2005




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