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Linn Ullmann, cercando il posto delle fragole

Il disfacimento operato dalla malattia, l'espropriazione del corpo, divenuto oggetto nelle mani dei medici, la febbrile attività della mente, a tratti delirante, a tratti inaspettatamente lucida. Che insegue il disegno della vita passata, mentre si àncora ai brandelli del presente. E' un' immersione potentissima nel tragitto che precede la morte, con tutte le sue contraddizioni, Tu sei la mia grazia, terzo romanzo di Linn Ullmann (Mondadori, pp.154, € 14), autrice di Prima che tu dorma (1999) e Quando sono con te (2001). Biondina, magrissima, sembra portare nei gesti e nello sguardo la consapevolezza delle proprie origini, ma anche un bagaglio personalissimo di esperienze e di pensieri, di sofferenze e di vittorie. Linn (nata nel 1966 a Oslo), madre da tre mesi, è infatti la figlia di Ingmar Bergman e di Liv Ullmann. Ma è anche una che la letteratura ce l'ha nelle fibre più profonde del suo essere: “Ho sempre voluto raccontare, ho sempre avuto l'abitudine a scrivere una storia: e non una qualsiasi, ma “la” storia di quel momento”, racconta lei, che fa anche la critica letteraria per Dagbladet, uno dei più importanti quotidiani norvegesi. Johan Sletten, una carriera di giornalista conclusa in modo tutt'altro che onorevole, una serie di fallimenti alle spalle, un rapporto forte e appassionato con la moglie Mai, quando scopre di avere una malattia mortale chiede proprio a quest'ultima di aiutarlo a morire. Ecco in breve la vicenda che Tu sei la mia grazia racconta, scavando con straordinaria onestà nelle pieghe della psiche umana e delle relazioni.

Lei descrive la morte di un uomo “senza qualità”...né troppo simpatico, né troppo intelligente, che provoca repulsione piuttosto che simpatia...

Non volevo parlare di un grand'uomo, un grande eroe, ma piuttosto di una persona assolutamente nella media. Questa ordinarietà rende ancor più drammatico il suo incontro con la morte, con la malattia.

Come mai ha scelto di evocare, oltre che di raccontare, con tale precisione le emozioni relative alla malattia e alla morte?

Tutti noi, in un modo o nell'altro, arriviamo vicini all'esperienza della morire: quindi c'è sempre qualcosa di personale. La morte è un'esperienza raramente bella, dolorosa, con il corpo in primissimo piano, con una sensazione fortissima della propria corporeità in disfacimento e di vergogna. Non volevo abbellire, né romanticizzare. Il libro, inoltre, racconta una storia d'amore, ma non nel senso romantico.

Anche la scrittura è molto vicino a questo senso di deterioramento, è molto forte, poco pulita...

E' vero: il linguaggio rispecchia la comunicazione tra i due, che viene a mancare, si sfilaccia.

Ad un certo punto il protagonista racconta un episodio della sua infanzia, quando sua madre cercava il “posto delle fragole”: come mai una citazione così esplicita del film più famoso di Bergman?

Quella scena descrive un momento di grande intimità tra Johan e sua madre, ma anche di paura e di toni un po' cupi che peraltro ricordano Il posto delle fragole. Mi è venuto naturale scriverla, senza neanche rifletterci più di tanto. In realtà è una sorta di omaggio a mio padre, un modo di mettermi in rapporto con lui più di quanto fossi portata a fare consapevolmente. Ma è indubbio che parte del mio lavoro è un dialogo con lui e con la sua opera. Con lui ma anche con altri...

Quali altri?

In particolare Dylan Thomas, soprattutto una poesia bellissima, Do not go gentle into that good night (“Non arrendersi docilmente a quella buona morte”). Poi ci sono capolavori, come La morte di Ivan Ill'ic di Tolstoi, un libro che tutti dovrebbero leggere. E scrivendo avevo in mente anche due musicisti, Bach e Schumann.

Che evoluzione c'è stata dai suoi primi due romanzi, che mi sembra avessero al centro una riflessione sulla famiglia, a questo, che definirei il più bergmaniano?

Non è necessariamente detto che in questo romanzo mi avvicini di più all'universo bergamaniano di quanto facessi con gli altri libri. Quelli forse erano più leggeri superficialmente, ma c'era comunque l'oscurità, che in Tu sei la mia grazia risulta essenziale. Mi interessano sempre i rapporti tra genitori e figli, il corpo, la menzogna. Tutti i miei personaggi mentono molto. Nel primo romanzo, la protagonista mente per sopravvivere, nel secondo ci sono storie raccontate in modo diverso. Mai, invece, mente su cose assolutamente insignificanti, ma questo fa scattare il dubbio sulla sua affidabilità...

A proposito di affidabilità. Parliamo dell'eutanasia, centrale nel romanzo, che mi pare sia per lei soprattutto un tema psicologico. Nella scena in cui Mai effettivamente aiuta Johan a morire, lei si appella a un linguaggio comune, che lui nega. Sembra ci sia un continuo slittamento tra quello che vuole lui e quello che invece vuole lei...

Questa storia parla moltissimo della mancanza di coincidenze, di comunicazione dell'uno rispetto all'altro. Johan inizialmente vuole fortissimamente che mai acconsenta ad aiutarlo a morire, mentre lei continua a dire di no. Finché quando lui accetta, lui comincia ad avere paura, cambia idea. Ma lei non capisce. Qui scatta anche il tema della storia d'amore: molte coppie pensano di avere un linguaggio in comune, ma spesso accade qualcosa che li porta invece ad allontanarsi. In questo caso è la malattia, una catastrofe per entrambi.

Allora, non c'è nessuna luce?

Abbiamo iniziato questa conversazione sottolineando come Johan sia poco simpatico: ma attraverso la morte arriva a una crescita, a una migliore comprensione degli eventi. E non perde mai il suo umorismo un po' nero.

Tornando all'eutanasia: qual'è la sua posizione?

Sono assolutamente contraria alla sua legalizzazione. L'essere umano e l'esistenza umana sono troppo complessi per sapere davvero cosa sia giusto, cosa sia sbagliato. Quando si prova un dolore immenso è naturale chiedere aiuto, e questo spesso è un aiuto a morire. Ma credo che si debba aiutare quella parte di noi che vuole vivere, non quella che vuole morire. Peso che nessuno di noi abbia il diritto di aiutare un essere umano a trovare la morte.

Intervista di Wanda Marra – L'UNITA' – 04/05/2004

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