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MONI OVADIA

L'UNITA' – 16/01/2002

“Un segnale forte? La partita delle donne”

Un segnale forte? Una partita di calcio femminile, un messaggio chiaro contro le discriminazioni, una partita inserita in una manifestazione culturale più ampia, dove ci sia musica, teatro, pittura, il coinvolgimento di artisti del posto. Moni Ovadia la pensa così, un grande evento che duri almeno una settimana e attiri l'attenzione di tutti, raccolga fondi, li indirizzi, in maniera assolutamente trasparente, verso opere concrete.

Bisogna stare attenti – sottolinea l'attore yiddish -, lo sport ha una valenza troppo...da manifestazione commerciale, di business d'immagine”.

Contrario, quindi, alla partita a Kabul?

Certo il “motore” è bello ma è difficile comunque mantenersi immuni dalla retorica e dallo sfruttamento commerciale. E' enormemente difficile gestire una cosa del genere. Perché se la fai, devi assolutamente chiamare gente famosa, celeberrima: calciatori, grandi musicisti...E metti in moto un meccanismo gigantesco che rischia di diventare il business della solidarietà. In mezzo alla confusione trovi quelli che fingono di aderire gratuitamente e invece si fanno pagare; lo sponsor che si infila dentro. E, poi, una serie di difficoltà oggettive: il viaggio aereo, l'indotto...Chi la organizza questa cosa? Chi sfrutta il ritorno di immagine? La tv? La pubblicità?

Non si potrebbe chiedere alla pubblicità di restare fuori?

Sì, ma non puoi impedire a nessuno di sfruttare, in televisione, il momento immediatamente prima e subito dopo l'evento. Insomma, voglio dire, è un meccanismo finanziario spaventoso, è un vespaio. Per questo, appoggio e aiuto Emergency, perché mi garantisce la trasparenza, so chi gestisce tutto, come gestisce. Questa è una domanda, che rivolgo anche a me stesso...Ci sono mille interessi che ruotano intorno a queste cose...Ci vorrebbe la grande capacità di gestire la propria immagine di Sgarbi...

A parte le battute, chi potrebbe organizzare un evento del genere?

Un pool di persone conosciute che hanno sentimenti onesti e rigorosi. Ma prima bisogna interrogarsi sulla cosa da organizzare. Che cosa è meglio fare?

Lo dica lei, che cosa è meglio fare?

Forse sarebbe giusto organizzare laggiù a Kabul, un evento culturale all'interno del quale possa svolgersi una partita di calcio con le donne protagoniste. Le donne che siano libere di gestire se stesse. Dentro il progetto, una parte femminile. Se ci pensiamo bene, in Afghanistan, le donne sono state colpite tre volte, come persone “tout court”, come donne, come madri. La partita al femminile, non come elemento di provocazione, ma come segnale forte...Un evento di una settimana, con musica e arte internazionale e afghana, all'interno del quale ci sia una forte presenza femminile. Un segnale, la riconquista del diritto di gestire se stessi. Perché non basta mettere una donna ministro, si possono fare politiche antifemminili anche con una donna ministro...

Le organizzazioni umanitarie che lavorano già in quei luoghi che aiuto possono dare?

Si potrebbe lavorare insieme. C'è molta gente che è impegnata su quel fronte. Il raccordo può essere costituito da quelle personalità, trasparenti e oneste, che lavorano già nel sociale. Penso a personalità con Don Ciotti, Don Gallo...e sul fronte femminile, Tina Anselmi, Rita Levi Montalcini, che tra l'altro, già fa parte dell'associazione per l'emancipazione femminile nel mondo. Rigoberta Menchù. Insomma, se si deve organizzare un evento no profit, che sia no profit veramente...

Altrimenti, intravede qualche rischio?

Altrimenti si corre il rischio di creare una grande kermesse, con la partita dei buoni cuori e con la solidarietà che, in definitiva, si perde in mille rivoli. E poi, me lo lasci dire. Bisogna assolutamente evitare la visceralità antiamericana. Impariamo dagli errori, la conferenza di Durban è stata catastrofica...

Intervista di Aldo Quaglierini – L'UNITA' – 16/01/2002

 


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