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MONI OVADIA


Moni Ovadia: con la rappresaglia si finisce per legittimare il terrorismo

Ho sempre penato che la politica di Sharon avrebbe provocato solo lutti e non avrebbe risolto il problema del terrorismo, provocando un incremento di ostilità e di dolore nelle due parti”. Moni Ovadia, attore italiano di radici ebraiche, è da sempre un pacifista, un sostenitore del dialogo e delle trattative di pace con i palestinesi. “Al punto che qualcuno mi ha accusato di antisemitismo”, commenta.

Il pedigree di Sharon lasciava presagire una svolta militare, no?

Sharon è un militarista. Rabin era un militare. Mi colpisce l'ostinazione cieca con cui Sharon persegue la sua politica il terrorismo ha colpito duramente Israele. Ma è anche vero che si tratta di terroristi, Sharon invece è il primo ministro di uno stato democratico. Dovrebbe comportarsi in modo diverso. E' in gioco l'identità di una democrazia, pur nata e cresciuta in stato di belligeranza. Una democrazia non può colpire alla cieca e fare vittime innocenti su una popolazione stremata e vessata da coprifuochi, limitazioni e dall'occupazione militare. Ciò a danno dell'identità e della reputazione di Israele. Per ottenere che cosa, poi?

Già. Un perenne stato di guerra.

Il terrorismo è spaventoso, dieci bambini morti su sedici vittime sono cose che nobilitano le azioni dei terroristi, li incoraggiano a perseverare. Così non si danno alternative ai palestinesi, si alimenta una devastante spirale di violenza, sangue che chiama sangue. Bisognerà pure che qualcuno abbia il coraggio di spezzarla...

Possono essere Sharon e Arafat?

Israele ha gli strumenti per spezzare questa spirale, molto più dei palestinesi. Questo non significa che la dirigenza palestinese non porti le sue responsabilità. La prima Intifada, quella delle pietre, aveva provocato reazioni molto forti nella coscienza di Israele. Il sangue acceca. La cosa drammatica di Sharon è che definisce importante l'operazione di Gaza. Mi aspettavo dicesse: abbiamo cercato di colpire un terrorista, siamo inorriditi dalle conseguenze del nostro gesto che giudicavamo un'azione militare contro Hamas. Mi domando: a che serve tutto questo? Non è sensato tentare altre opzioni, rimettersi con accanimento al tavolo delle trattative? Se si imbocca la logica della rappresaglia contro le azioni terroristiche si finisce per legittimare il terrorismo, riconoscerlo come interlocutore e rilanciarlo di continuo. Il terrorismo non ha bisogno di legittimazioni. Ci furono attentati deflagranti anche quando Rabin trattava ad Oslo con l'Anp. Ma non c'è dubbio che azioni come queste, da parte israeliana, fomentano il terrorismo.

Il missile è piombato sulle case proprio mentre sembrava che qualche milizia stesse per dichiarare una tregua negli attentati kamikaze. Una coincidenza?

Il terrorismo ha un vantaggio che non gli si può togliere: ha a disposizione gente che non ha paura di morire, c'è qualcosa di sinistro in questo continuo rilancio della contabilità della morte. E' fallimentare anche la logica di mettersi in guerra con il nemico. Le vittime saranno quasi sempre innocenti. E quando, prima o poi, ci si metterà al tavolo delle trattative, lo si farà con una catasta immensa di morti alle spalle. E quel che più mi angoscia, saranno morti completamente inutili.

Arafat ebbe l'occasione di firmare la pace con Barak, auspice Clinton. Da lì cominciò il dramma, vero?

In effetti da molti israeliani quel no di Arafat è considerato la prova che non voleva procedere verso la pace. Io non lo credo. La proposta di Barak era certamente coraggiosa, forse il massimo possibile, ma non ciò che certi circoli della destra israeliana, che allora la rifiutarono, cerca ora di far passare. “Le monde diplomatique” la analizzava ed escludeva che Israele fosse disposta a cedere il 93% dei territori. Era meno, forse il 77-78%. Io ritengo che lo stato palestinese debba essere uno stato vero, non un Bantustan. A quello bisognerà arrivare. La pace si farà soltanto al tavolo della trattativa. L'idea palestinese di distruggere lo stato di Israele di risolvere la questione palestinese con un muro che disegna una prigione a cielo aperto per una popolazione vessata da 35 anni di occupazione. Un progetto devastante anche per l'identità democratica del Paese. Cos'è destinata a diventare Israele? Un gendarme permanente che si corrompe sempre più?

Intervista di Renzo Parodi – IL SECOLO XIX – 25/07/2002

 


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