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MONI OVADIA


Ovadia: “I nemici vogliono la vittoria di Netanyahu”

Moni Ovadia, autore, attore, regista teatrale è una delle menti più lucide e coraggiose della cultura ebraica in Italia.

Ovadia, l'escalation della violenza non conosce limiti. I nemici di Israele colpiscono anche lontano da Israele. Qual'è il loro disegno, adesso?

Mirano all'elezione di Netanyahu, che contende la leadership del Likud a Sharon, cercano di radicalizzare la situazione, di farla sfociare in una guerra. E' evidente che il terrorismo non riuscirà mai, in quanto tale, a piegare gli israeliani. Più si avvicina la sensazione estrema e più netta nella mente degli israeliani si riaffaccia l'idea dello sterminio. Abbiamo visto di peggio. Nella miscela di forza militare e memoria della debolezza che portò allo sterminio di un milione di ebrei, viene fuori la natura ebraica di Israele. Israele si è molto ebraizzata e l'ebraismo di è molto israelianizzato.

Ovvero?

Oggi tutti i soldati di Israele fanno il pellegrinaggio ad Auschwitz e poi a Yad Vashem, il museo dell'olocausto, a Gerusalemme. Fa parte della bildung (educazione) del Paese. Sempre di più la Shoah è diventata centrale nella cultura israeliana mentre all'epoca del Grande Sionismo veniva sottaciuta. L'uomo nuovo sionista è fallito, è venuto fuori quello che gli israeliani chiamano il collettivo di diaspora. E' una strana miscela, contraddittoria, in cui permangono ancora elementi di laicismo. Il Sionismo nacque laico, al 98% le autorità religiose erano contrarie alla creazione dello stato di Israele, tranne i seguici di Rav Kook che sosteneva il precetto di vivere nella terra. Lo Stato di Israele è rimasero uno stato laico-socialista fino alla Guerra del Kippur, nel 1973, o fino alla elezione di Begin. Poi si è sefardizzato con l'arrivo degli arabi ebrei o orientali. Ci fu poi l'arrivo anomalo dei russi, molti dei quali lontanamente ebrei e piuttosto sbilanciati a destra, volendo non subire più un sistema ma determinarlo. Israele è una miscela dalla quale, se ci fosse la pace, vedremmo scaturire cose incredibili in termini di sviluppo. Palestinesi compresi.

Se Netanyahu l'avesse spuntata su Sharon avremmo avuto un'altra virata a destra. Quanto netta?

Già si sente parlare di trasferire i palestinese o di blindare totalmente i territori. Netanyahu condivide molta della formazione culturale di Bush. Gli ho sentito esporre le sue idee in modo lucido, è un uomo con un notevole cervello, un uomo molto deciso sul quale ha inciso anche la morte del fratello, ucciso dai palestinesi. Il suo sguardo, quando incontrò Arafat, era assai singolare. Stava fra lo stupore di essere lì e la sorpresa: il suo nemico era molto meno cattivo di come se lo immaginava. I terroristi hanno teso una trappola alla destra radicale. Vogliono screditarla agli occhi dell'opinione pubblica mondiale, già ha perso la guerra dell'immagine, ora le offrono buone ragioni per spostarsi verso il radicalismo più netto. E la ragione finale dovrebbe essere: ci vogliono uccidere tutti, dobbiamo difenderci.

Pensa che non ci sia alternativa allo scontro frontale?

Ho moderato un dibattito con due grandi israeliani, Tom Segev e Benny Morris, e due palestinesi, Nabil Amer e Selim Tamari, personalità di altissimo livello. Morris, uno storico autore di “Vittime”, una critica serrata all'establishment sionista, dopo gli attacchi terroristici delle seconda Intifada ha completamente virato: “I palestinesi – ha detto – non vogliono la pace. Vogliono tutto. Cercano di ricacciarci in mare”. Segev ha sostenuto invece che occorre trattare, ripartendo gradualmente da Oslo, emendando gli errori di Israele. Le parole di Morris mi hanno angosciato. Altri storici, come Zeev Stemhel, della scuola di Morris, è rimasto su posizioni progressiste. Per fortuna c'è la grande novità di Amram Mitzna, il sindaco laburista di Haifa che ha vinto le primarie. E' un generale e non può essere accusato di trascurare la sicurezza di Israele. E' stato molto, molto chiaro. “Se io vinco, torno subito alle trattative”, ha detto. E' un vero allievo di Rabin. Il suo slogan è: “Tratterò come se non ci fosse il terrorismo e combatterò il terrorismo come se non ci fossero le trattative”. Ha promesso: “Avvierò ritiri unilaterali e smantellerò unilateralmente colonie”.

Mitzna ha qualche chance di vincere le elezioni?

Gli israeliani sono molto strani. La paura ha dominato la vittoria di Sharon, cha ha solo combinatop guai. Al di là del giudizio morale ha prodotto una catastrofe, ha fallito in tutto ciò che aveva promesso. Quindi o gli elettori crederanno alla radicalizzazione dello scontro oppure si chiederanno se non conviene cambiare registro. Nei due mesi che mancano alle elezioni Mitzna ha una chance. Spero sappia sfruttarla.

Ci vuole un miracolo...

I miracoli sono possibili in quella terra. Bisogna vedere come voterà il milione di arabi israeliani. Io la penso così: tornare ai confini del '67, due Stati, e la divisione di Gerusalemme. Farà un pessimo servizio ai palestinesi la sinistra che usa facili visceralità e facili ideologismi per mostrare Israele come una specie di esercito occupante. Come se non ci fossero donne e bambini. I più deboli hanno un vitale bisogno di non cadere nelle braccia di Hamas.

Arafat appare sempre più debole.

Certo. Ma dobbiamo tutti ricordare che muoiono persone dell'una e dell'altra parte, anche se i palestinesi vivono in una condizione spaventosa, di popolo vessato e occupato. La solidarietà nei loro confronti è un dovere, ma senza dimenticare che c'è un popolo anche in Israele, gente che ha paura, che manda i figli sugli autobus e non sa se li rivedrà. Bisogna ricollocare l'essere umano al centro di questo dibattito.

Intervista di Renzo Parodi – IL SECOLO XIX – 29/11/2002

 


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