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L' “orgia del potere” ha vinto

Vassilis Vassilikos spiega di amare Torino perché “era la città di Gramsci e Pavese, della Fiat, del movimento operaio e di Calvino”, mentre da una decina d'anni si ritrova innamorato della Juventus: “da quando una sera, in un albergo, ho visto i calciatori della squadra con le loro facce coltivate e le loro belle divise”. E' vissuto quindici anni in esilio, ricorda i tempi romani in via della Frezza e le serate “con Frencesco Rosi e Antonioni, Furio Colombo e Luciano Berio” come “gli anni più belli” e in Italia ha ancora molti amici: mentre parliamo squilla il cellulare, “Ciao Nanni...”, è Balestrini. Settant'anni il 18 novembre prossimo – è nato a Kavala, nel settentrione della penisola, e ha frequentato liceo e facoltà di Legge a Salonicco – l'autore di Z è qui come una specie di grande padre della giovane Grecia di poeti e narratori che quest'anno è ospite d'onore della Fiera. Perché con quel romanzo, il suo più famoso, che prendeva spunto da un fatto di cronaca, l'omicidio del deputato Lambrakis a opera della destra, nel 1966 denunciò il clima politico nel quale l'anno dopo sarebbe maturato il colpo di stato dei colonnelli. Un libro che, portato sullo schermo nel '68 da Costa-Gavras, aprì gli occhi dell'opinione pubblica internazionale sul golpe di Atene. E perché con la sua prolifica produzione (in Italia sono apparsi una quindicina di titoli, da La foglia, Il pozzo, L'angelicazione a Fuori le mura, dall'Arpione al Greco errante, da Sogni diurni a K. L'orgia del denaro) è stato tra i battistrada della moderna narrativa greca. Stamattina Vassilikos apparirà al Lingotto per parlare della sua autobiografia, La memoria ritorna coi sandali di gomma e della nuova traduzione italiana di Z (dal greco, la prima era dal francese) uscite nei mesi scorsi per Bietti. Ha un passato drammatico (quindici anni d'esilio, tra Italia, Francia e Usa) ma una vocazione alla convivialità. Dopo la fine della dittatura è tornato ad Atene, dove per alcuni anni ha diretto la tv di Stato. Oggi si divide tra la Grecia e Parigi, dov'è ambasciatore permanente presso l'Unesco.

Tamassis, Chimonas, Cgristos Comedis, Petros Markaris, amanda Michalopoulou, Giorgios Skabardonis, Ersi Sotiropulu, Panos Karnezis, Mara Maeimaridi: oggi, vediamo da questi nomi che circolano per la Fiera, la Grecia conta su una forte ed espansiva scuola del romanzo. Quando lei esordì nel 1952 con “Il racconto di Giasone”, invece, era un paese soprattutto di poeti. Cos'è successo in questi cinquant'anni?

Mi faccia dire però prima quanto sono contento di essere qui in Italia...

D'accordo. Ora però me lo dica, com'è nato lei, romanziere, in un paese di poeti.

La poesia è anzitutto lingua. E una lingua, pure attraverso i suoi mutamenti, per tremila anni può rimanere sostanzialmente la stessa. La poesia quindi da noi non ha mai perso il suo contatto col popolo. La prosa invece vuole una società e noi una società articolata per cinquecentocinquant'anni, dopo la caduta di Costantinopoli in mani turche. Intendo una società strutturata, che porti a scrivere “Il conte si alzò alla nove, quel mattino, mentre l'industriale era già al lavoro nella sua fabbrica”, stratificata, con aristocrazia, alta-borghesia, borghesia, proletariato, lumpenproletariato. Quella che in Francia, Inghilterra, Italia, Russia ha dato vita al grande romanzo dell'800, a Mountpassant, che considero il mio nume, insieme con il Pirandello delle novelle. Noi siamo passati dalla pastorizia e dalla pesca all'informatica. Ma io, romanziere, non sono comunque nato dal nulla, l'Ottocento aveva già visto un maestro, Papadiamandis, cui era succeduta la prima pleiade del Novecento, la generazione degli anni Trenta: sono loro che hanno forgiato la prosa greca moderna, metropolitana.

Dei suoi romanzi, scritti a distanza di trent'anni uno dall'altro, hanno, in Italiano, nomi che sembrano scandire un'epoca: “Z, l'orgia del potere” e, degli anni Novanta, “K, l'orgia del denaro”. La cosa ha un significato?

L'editore italiano ha voluto mettere bene in chiaro qualcosa che nella versione greca, dove i libri si chiamavano solo Z e K, restava implicito. K racconta una storia greca tipica dell'ultima parte del Novecento, successiva al crollo della sinistra, l'equivalente dello scandalo del vostro Banco Ambrosiano. Io sono stato legatissimo alla via italiana al comunismo, al Gramsci che critica Marx, alla sua idea dell'intellettuale organico. Ero con Berlinguer, contro l'Urss e l'ortodossia. Poi tutto è finito e il capitale ha trionfato.

Ma, almeno, in Grecia, in altri campi qualcosa di nuovo è fiorito: la vostra nuova prosa. La legge, la ama, cosa ne pensa?

La seguo da vicino, perché conduco una trasmissione televisiva settimanale in cui presento libri e narratori, Axion Esti. E' un titolo che deriva dalla liturgia ortodossa ma da noi nessuno lo sa più, questo: l'espressione è piuttosto nota come titolo di un poema di Odysseus Elitis messo in musica da Theodorakis. Ogni settimana presento tre-quattro scrittori e sono sbalordito dalla quantità di talenti nuovi che la nostra narrativa sforna. Ai miei tempi eravamo in cinque e avevamo tempo cinque anni per consolidarci prima che arrivassero i nuovi. Oggi sono cinquanta e sono soppiantati ogni cinque mesi. Donne, soprattutto: sono loro che in Grecia oggi fanno le grandi tirature.

In Italia si considera perdente, o impossibile, parlare di libri in tv. Lei su quale formula ha puntato?

Sul modello di Apostrphes di Bernard Pivot: bisogna ruotare intorno al conduttore. E chi conosce deve conoscere i tempi televisivi. Io li conosco perché ho studiato da giovane negli Stati Uniti alla scuola della Rca. E non bisogna pontificare, ma mettersi nei panni dello spettatore comune. Ho un mio pubblico che uso come campione, il macellaio, il fruttivendolo e mia suocera. Se mi dicono che hanno capito e che sono riuscito a catturare la loro attenzione, allora so che la puntata è stata buona.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 08/05/2004

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