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“Ci vuole musica per narrare il sessismo e l'apartheid”

Yvonne Vera è una donna di trentotto anni, cittadina dello Zimbawe, che ha studiato in Canada e all'Università di Toronto si è specializzata nei formalisti russi, ed è tornata a vivere a Bulawayo, la seconda città del suo paese, per diventare la direttrice della locale National Art Gallery ma, soprattutto, una delle più grandi scrittrici africane: col suo libro d'esordio, la raccolta di racconti Why Dont'You Carve Other Animals, del '91, e con i suoi successivi romanzi, ha vonto premi in Zimbawe, l'ex-Rhodesia del Sud, ma anche in Svezia, Gran Bretagna e Germania. E a questi ora aggiunge il “Feronia”. E' l'editore Frassinelli che, nell'agosto scorso, ha cominciato a farla conoscere anche ai lettori italiani con Il fuoco e la farfalla, un romanzo che racconta una storia esplosiva con uno stile sinuoso e studiato all'estremo (in italiano, nella sapiente traduzione di Francesca Romana Paci): narra una vicenda metropolitana, ambientata nel ghetto nero di Makokoba, alle porte di Bulawayo, negli anni tra il 1946 e il 1950, che si dilata però nel simbolismo degli elementi naturali, l'acqua, la terra, il fuoco. Yvonne Vera è bella. Tanto quanto sono belle, in un modo speciale, le donne che tessono la trama del Fuoco e la farfalla: Phephelaphi, la giovanissima che s'innamora del cinquantenne Fumbatha, figlio di uno dei diciassette ribelli neri impiccati dagli inglesi nel 1896, la sua madre adottiva Getrude, uccisa da un poliziotto bianco, la sua madre vera Zandile, che l'ha abbandonata per fare la prostituta, e Deliwe, la donna che ha “scorpioni che le affiorano dagli occhi”. Prima di cominciare il colloqui annotiamo a margine: se cercate scrittori che, oggi, sappiano narrare in tutta la sua misteriosità l'incontro d'amore, cercateli in Africa. Un esempio per tutti è proprio la pagina, qui, in cui Phephelaphi e Fumbatha si “riconoscono” nella genesi che dà origine al loro nuovo mondo a due.

La sua protagonista è una ragazza che aspira a evolvere, vorrebbe diventare la prima infermiera nera della Rhodesia dell'apartheid, ma lotta contro una gravidanza indesiderata come contro la torpidità dell'uomo che ama, Fumbatha. E approda a una fine terribile: muore dandosi fuoco. Anche le altre donne, benché regali, sembrano prigioniere di destini infimi e violenti. Yvonne Vera, invece, è una trentottenne cosmopolita, emancipata e affermata. La fine del colonialismo – arrivata in Rhodesia del Sud nel 1980 – ha migliorato la condizione femminile nel suo paese?

Le figure femminili del romanzo sono, sì, tragiche, ma io ho voluto dare risalto, prima che alla fine di Phephelaphi, alla sua lotta e al concetto stesso di lotta. Le donne, nel mio romanzo, possono fallire, ma conducono una lotta fiera alla quale io tributo ammirazione, più che pessimismo. D'altronde un romanzo è una rappresentazione complessa. Una volta che lo si è chiuso ci si può chiedere a lungo se Phephelaphi abbia fatto male o bene a immolarsi come un bonzo. Ha più poteri quando muore, e brucia provando un senso quasi di gioia, o mentre vive? Ho usato metafore e strumenti narrativi complessi, nel descrivere la sua fine, proprio per restituire quest'ambiguità. Ci sono in natura creature che vivono un giorno solo, rapidamente, e chiudono con una fine gioiosa. Non userei la parola “tragedia” per gli altri personaggi femminili: le altre donne non hanno consapevolezza, quindi non possono essere tragiche. Però anche su di loro sospenderei il giudizio. Zandile abbandona la figlia e sceglie di “fare la vita” pensando solo a se stessa: è una figura moralmente eccepibile, ma in cerca di libertà. Getrude è complicata, è sensuale, sembra che si innamori di un bianco e che lui la uccida per gelosia, ma perché muore davvero? Io stessa non lo so. Anche lei, poi, pratica una forma di potere adottando la figlia rifiutata di Zandile.

E queste sono donne della Rhodesia del Sud a fine anni Quaranta. E oggi?

Oggi le donne dello Zimbawe sono meno libere di loro. Hanno personalità giuridica e diritti formali, ma sono tornate indietro nei rapporti interpersonali. Se non sei sposata, non puoi accampare molte scuse: o sei una scrittrice, o sei matta. Il peso del patriarcato viene dalla nostra tradizione, poi il colonialismo l'ha accentuato. Il motivo è sottile: i soli veri nemici, per i colonizzatori, erano gli uomini africani, e combattendoli li hanno legittimati, mentre le donne uscivano, così, dalla scena sociale. E oggi, in Zimbawe, solo gli uomini occupano i luoghi di potere economico lasciati vuoti dalla decolonizzazione.

Lei ha però dedicato un romanzo, “Nehanda”, a un eroina vera della lotta contro Cecil Rhodes.

Nehanda è stata appunto un'eccezione. Era amata perché ritenuta la reincarnazione di una mitica principessa del Cinquecento, e a noi africani piace il sovrannaturale.

Lei è di origine e li lingua shona. Scrive in inglese, la “lingua arrivata per nave”, come l'ha definita. Con quali sentimenti la usa?

La lingua non è mai di uno solo, è di tutti. In ogni paese post-coloniale l'inglese ha nel suo passato l'atto di violenza della conquista. Ma poi le dinamiche si fanno più complesse: le dame bianche del Sud degli Stati Uniti mandavano lettere in Gran Bretagna in cui scrivevano “qui parliamo con le “e” strette, per farci capire dai nostri schiavi”. Così, dai campi di cotone, nasceva l'accento dell'americano meridionale. Wole Soyinka ha detto “uso ogni parola in inglese come una granata”. Io, di una generazione successiva, posso usarle, oggi, anche come piume per accarezzare.

Nel “Fuoco e la farfalla” ricorrono due elementi narrativi: la musica e l'acqua. Quali significati ha voluto attribuirgli?

L'area che accoglie la storia è arida. Quando incontra Fumbatha, la mia Phephelaphi emerge dalle acque di un fiume in modo che il paesaggio arido, tutto intorno, contrasti in modo paradossale e sia valorizzata la centralità del momento. La musica è il kwela, nata in quegli anni Quaranta, un ritmo creato da chi s'inurbava: arrivando in città si scopre il ritmo nuovo delle biciclette come dei treni, si perde il fischio che si lanciava alle mandrie di mucche nelle campagne e si scopre che se qualcuno fischia probabilmente è un poliziotto bianco che ce l'ha con te, nero. Io volevo scrivere un romanzo che diventasse musica in bocca, che fosse comprensibile e ambiguo. Nel successivo, The Stone Virgins, le prime pagine tornano su quegli stessi anni e sono musica pura.

Doris Lessing, bianca nata in Iran, vissuta in Rhodesia, scappata in Inghilterra perché non sopportava più il razzismo, è da voi una scrittrice amata?

Il suo primo libro, L'erba canta, è ancora letto nelle scuole. Ma i tempi cambiano: lei scriveva per lettori soprattutto bianchi, in anni in cui di scrittori neri non ce n'erano. Oggi da noi i lettori sono soprattutto neri e a scrivere siamo in non pochi.

E' notizia di oggi che Bush nel suo viaggio in Africa, ha parlato con il presidente sudafricano Thabo Mbeki dello Zimbawe. Gli Usa vorrebero che il Sudafrica si accodasse a loro e all'Europa nell'embargo contro lo Zimbawe di Mugabe: bersaglio, a dire di Bush, i diritti violati dal vostro governo. Mbeki ha controbattuto dicendo che preferisce usare una “diplomazia tranquilla”.

Non è la prima volta che Bush avanza questa richiesta. Io penso che il presidente del Sudafrica sia un uomo che riflette e un politico vero.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 10/07/2003




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