| BIBLIOTECA | EDICOLA |TEATRO | CINEMA | IL MUSEO | Il BAR DI MOE | LA CASA DELLA MUSICA | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | NOSTRI LUOGHI | ARSENALE | L'OSTERIA | IL PORTO DEI RAGAZZI | LA GATTERIA |

BIBLIOTECA

La gran repubblica della letteratura

Enrique Vila-Matas (Barcellona 1948) è autore di una lunga e brillante serie di romanzi, racconti, saggi e articoli, diversi dei quali tradotti in italiano: Storia abbreviata della letteratura portatile (Sellerio), Suicidi esemplari (Nottetempo) e Bartleby e compagnia (Feltrinelli), che l’ha definitivamente fatto conoscere da noi. L’anno scorso è uscito per Voland il suo primo testo, un’autentica rivelazione metanarrativa: L’assassina letterata, e in questi giorni Feltrinelli ha mandato in libreria il suo romanzo più ambizioso e premiato, Il mal di Montano, nella limpida traduzione di Natalia Cancellieri. Da autore di culto segnalato come fenomeno eccezionale dalla critica, Vila-Matas è passato negli anni a sedurre una vastissima cerchia di lettori senza rinunciare a un originalissimo cammino creativo. È amato in modo speciale in Francia e Portogallo, che sono a loro volta i Paesi europei che più lo attraggono. È senza dubbio una delle massime figure delle lettere spagnole attuali. Dalle vetrate di casa sua, i tetti e i tramonti scendono fino al Mediterraneo, rispendendo riflessi verso gli scaffali gremiti. Prima di rispondere ferma un istante il tempo, guarda dritto negli occhi dell’interlocutore come a superare qualche timidezza o prendere fiato per non deviare troppo, poi fa un cenno sghembo d’allegria insieme seria e cordiale, e ti viene incontro con la sua biblioteca di parole.


Nel "Mal di Montano" si va da Nantes a Budapest, con un giro del mondo lungo le rotte della scrittura. La tua opera, pur a suo modo così barcellonese, sembra trasformarsi sempre in un "viaggio verticale", verso il nulla anche se contro il nulla, spinto dal vento delle letture.


Forse l’osservazione più azzeccata sul mio lavoro è quella dello scrittore messicano Sergio Pitol: "Fin dall’inizio, Vila-Matas ha proposto frequentemente una scena di discesa, una caduta, il viaggio interiore all’interno di se stessi, un’escursione verso il termine della notte, il perentorio rifiuto di tornare ad Itaca, in sintesi: il desiderio di viaggiare senza ritorno".


Il tuo apprendistato letterario avviene a metà degli anni ’70 a Parigi, dove componi "L’assassina letterata". Tra i tuoi autori preferiti indichi Sterne e Walser, nelle tue pagine sono frequentissime le allusioni a scrittori europei, da Kafka a Musil, da Sebald all’enigmatico Bobi Bazlen. Ti senti europeo, posto che abbia un senso chiederlo?


Mi sono sempre sentito europeo, forse perché Barcellona - soprattutto all’epoca della mia giovinezza - era l’unica città europea della Spagna. Quel che penso è che l’Europa è troppo grande per essere unita, ma è troppo piccola per essere divisa, e nel bene o nel male dovrà convivere con questo duplice destino.


E adesso, Barcellona è ancora così europea? Vivere lì ti dà maggiore apertura? E che mi dici di Madrid, culla della scuola di realismo letterario con cui polemizzi?


Barcellona è di moda in Europa, ma non è più europea come prima. Il nazionalismo, in questo senso, è stato catastrofico. La città è diventata provinciale e meno aperta al mondo. Uno dei temi più dibattuti dai politici nazionalisti catalani è se dobbiamo avere una nostra squadra nazionale di hockey su pattini. È sempre più malvisto non essere nazionalisti. C’è perfino chi si sorprende se qualcuno ha preoccupazioni diverse. D’altro canto, essere di moda in Europa ha provocato una brutale invasione di turisti, trasformando la mia città in una specie di Firenze. Quando esco per strada, passo la giornata ad aiutare turisti con le loro mappe. Quanto a Madrid, la sento ogni giorno più lontana. È il contrario di Barcellona: non è cambiata per niente, continua a ricordare la Madrid franchista. Il paesaggio urbano è - lo dico pur sapendo di esagerare - fascista.


Scrivi che il tuo mito è il burrascoso nomade Rimbaud, ma hai una biografia sedentaria come Mallarmé. Entrambe le attitudini appaiono molto europee, nonostante nell’Europa del passato non siano mancati esili obbligati…


Sull’esilio mi viene in mente il romanzo di Joseph Roth Fuga senza fine, dove si narra la storia dell’ufficiale austriaco Tunda, che vive in modo traumatico la sua "scomparsa" come persona dotata di identità e futuro in un’Europa retta da un nuovo ordine politico e morale, dove anche la sua vecchia patria è scomparsa. È un dramma molto diverso da quello che sperimenta il narratore e personaggio centrale di Andarsene, il romanzo che ho appena terminato e che uscirà a settembre in Spagna. Il narratore di Andarsene aspira a scomparire, a non avere patria, a vivere in un completo esilio interno ed esterno. È convinto che potrà essere felice solo esiliandosi da tutto. È sempre stato così: quel che è un bene per alcuni, per altri è un male. Lo scrittore guatemalteco Augusto Monterroso ha sempre affermato che per lui esiliarsi è stato fondamentale e benefico. Altri sudamericani hanno vissuto invece l’esilio come un’enorme sventura. Io, a dire il vero, ho una strategia: vivo come Mallarmé, ma mi preparo ogni giorno per essere pronto, se mi capitasse di avventurarmi finalmente alla maniera di un Rimbaud, a vivere tale sventura nel modo più felice possibile.

Sei attaccato alla tua scrivania barcellonese eppure hai dichiarato di esserti dedicato a scrivere per non dover rimanere a Barcellona. In un saggio, sostieni di aver scelto la tua professione, cioè diventare "uno scrittore straniero", dopo aver visto, a diciassette anni, Mastroianni impersonare, nel film "La notte" di Antonioni, uno scrittore impeccabilmente vestito e amato da Jeanne Moreau.


Un giorno passerò in rassegna le molteplici e diversissime risposte che ho dato alla domanda sul perché io sia diventato uno scrittore. Proprio come Pessoa, che conteneva vari poeti molto diversi tra loro (i famosi eteronimi), io ho dato molte versioni sull’origine della mia vocazione. Suppongo che manchi ancora quella vera. Te la do adesso, se vuoi. Mi annoiavo molto d’estate a dover passare per forza la giornata in spiaggia con la mia famiglia. Decisi di separarmi da loro e andare a scrivere sotto un pino. Ciò mi dava almeno un po’ di libertà all’interno della reclusione, perché comunque non potevo allontanarmi dalla spiaggia. Starmene all’ombra e relativamente lontano dalla famiglia mi portò a scoprire la libertà e forse cominciai a sospettare che la scrittura era la libertà. Credo sia stata la scoperta più importante della mia vita.


Parli della spiaggia di Cadaqués? Quella dove, secondo un tuo racconto, mezzo secolo fa conoscesti Antonio Tabucchi, altro scrittore con forti legami lusitani e francesi, di cui tu potresti essere un’invenzione, o viceversa?


Sostiene Tabucchi che ci conosciamo dall’estate del 1953, quando io avevo cinque anni e lui dieci. Di certo, molti anni dopo ho comprato il suo libro Donna di Porto Pim, ne sono rimasto affascinato e ho copiato alcuni paragrafi sulle Azzorre, inserendoli nel mio libro Ricordi inventati. Non sapevo di star inventando ricordi di un mio compagno d’infanzia e non immaginavo di arrivare a conoscere Tabucchi, quindi l’ho plagiato senza esitazione. Ma un giorno, invece, l’ho incontrato a Barcellona. "Perché mi perseguiti?", mi ha chiesto. Alludeva forse al fatto che io volevo essere Mastroianni, il quale voleva essere il Pereira di Tabucchi, che a sua volta voleva essere l’ombra di Pessoa e io allora avevo dichiarato alla stampa di voler essere l’ombra di Tabucchi per poter essere l’ombra dell’ombra di Pessoa, un uomo che visse in una specie di delirante desiderio d’essere un altro, di essere tutt’altro, di essere non un individuo, ma un mondo intero di voci. Qualche giorno quell’incontro, sono rimasto molto colpito quando mia madre mi ha detto che la famiglia che aveva trascorso l’estate a Cadaqués quando io avevo cinque anni e che viveva proprio accanto a noi, era la famiglia Tabucchi. "E tu", mi disse mia madre, "parlavi sempre con Antonio, il bambino dei vicini, che aveva cinque anni più di te. Quell’Antonio dev’essere Antonio Tabucchi. Ti arrampicavi sempre sul muretto che separava le due case e gli ripetevi ossessivamente in italiano: Antonio, Antonio, gli adulti sono stupidi". .


I tuoi personaggi, benché spesso ben caratterizzati quanto a provenienza, sembrano più che altro "cittadini della letteratura", una patria che, come hai scritto, ha molto futuro. È per via dei suoi confini e della sua costituzione o perché non ha né gli uni né l’altra?


Fantastico! Userò l’espressione d’ora innanzi: cittadini della letteratura. Il grande vantaggio della letteratura è che è una repubblica, la gran repubblica delle lettere. E il meglio dello scrivere è scoprire il piacere di leggere gli altri, meravigliandosi all’infinito del miracolo che dai segni tracciati da una penna nascano creature la cui realtà supera la vita stessa. Scrivere, secondo Claudio Magris, è trasformare la vita in passato, ossia invecchiare. Per Justo Navarro significa tradurre se stessi. Per Jules Renard, scrivere è un modo di parlare senza essere interrotto. Lobo Antunes dice invece che è come drogarsi: cominci per puro piacere, e finisci per organizzarti la vita come i drogati, intorno al tuo vizio. E quella è la mia vita. Sono scandalosamente malato di letteratura.


Intervista di Danilo Manera – L’UNITA’ – 30/06/2005


Altra intervista




| UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | MOTORI DI RICERCA |