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Trent'anni e un dovere: raccontare la paura

Simona Vinci racconta che all'origine del suo nuovo libro, Brother and sister, c'è un fatto di cronaca: “E' la storia, arrivata sui giornali dagli Stati Uniti, di quei fratelli che, dovendo essere affidati all'assistenza sociale perché avevano una madre con problemi psichiatrici, si sono barricati in casa con i cani e i fucili. Mi ha colpito il desiderio, in questa famiglia disagiata, di restare unita. Poi, il mio racconto è andato in un'altra direzione”, ricorda. Ed è diventato questi libro smilzo (Einaudi, pagg. 111, euro 8,50) che mette in scena l'ultima notte insieme tre ragazzini, Cate, Mat e Billo che, morta la madre, vedova e cassiera in un supermercato, aspettano appunto l'alba del giorno che li porterà in istituto. Di notte, si sa, le paure s'ingrandiscono. E il bosco intorno alla loro casa, sull'Appennino emiliano, si popola di rumori che inquietano. Di notte, si sa, le inibizioni si allentano. E i due grandi, il quattordicenne Mat e la diciassettenne Cate, si dicono cose che si erano mai confidati prima. Tutto, intorno alla cupa favola dei Grimm Fratellino e sorellina con cui la ragazzina, durante la notte, disseta il bisogno di fiabe dei due fratelli maschi. E' un romanzo breve, Brother and sister, molto “mc ewaniano”: leggendolo è inevitabile pensare ai fratelli del Giardino di cemento. Ian Mc Ewan d'altronde con Marguerite Duras è tra gli amori letterari dichiarati di questa scrittrice nata a Budrio, a quindici chilometro da Bologna (“un classico paese emiliano, con la farmacia e un teatro del '700 bellissimo. Hanno inventato l'ocarina”, ride), da una famiglia media dell'Italia post-boom: figlia unica, padre che per mestiere fa stampa artistica di fotografie, madre casalinga ben istruita. Una scrittrice “giovane”: indosso ancora per un bel pezzo, anche se a trentatré anni ha pubblicato tre romanzi, la raccolta di racconti In tutti i sensi come l'amore, e i due libri per ragazzi Matildacity e Corri Matilda; se è tradotta in quattordici lingue e, nella platea globale di Internet, è considerata un'autrice di culto. Simona Vinci racconta che ha imparato a leggere da sola a quattro anni, per “assalire l'enigma dei segni, le lettere e le parole”.

E', Brother and sister, un romanzo, poi, con una presenza assolutamente originale. Così compatta, della misteriosa colonna sonora d'un bosco: battiti d'ali, ululati, fruscii. Simona Vinci è come la sua prosa, essenziale e crepitante di piccoli misteri: capelli neri lisci, viso cereo senza trucco, occhi neri che soppesano l'intervistatore. Si veste tutta di nero per essere in tono col noir che è la sua tonalità narrativa? “Non posso nemmeno rispondere con la battuta del mio amico Carlo Lucarelli “il nero snellisce”, perché sono dimagrita di dieci chili”. Dieta? “All'inizio sì, poi un amore dissestante”.

Mentre sta scrivendo Come prima delle madri, il precedente romanzo, spiegava di non poterne più: dieci anni d'incubazione e tre di stesura. Diceva che poi avrebbe fatto una cosa “tutta diversa”. E infatti ecco un romanzo breve ed essenziale, di contro al precedente ambientato all'inizio della guerra partigiana, e popolato da una folla di nomi, adulti e infantili. Una premonizione diventata ispirazione?

No, sapevo che la storia dopo sarebbe stata questa. Era già nata, infatti,come testo per la serie Atto Unico Presente diretta da Marco Risi, un'esperienza bellissima che ho fatto con Radio3. Avevo pochissimo tempo a disposizione per scrivere e la storia è uscita di getto.

Il teatro, e ancora di più quello radiofonico, è dialogo puro e non contempla descrizioni. Lei, invece, nei suoi libri, si è creata uno stile assai particolare, quanto ai dialoghi: non usa virgolette e va a capo lì dove, a fine frase, in genere si piazza una virgola e si prosegue con “disse XY”. E gli oggetti nella sua prosa convivono assolutamente alla pari coi personaggi. La radio allora, per lei, è stata una rivoluzione?

Sì, fino a quel momento per me la stesura dei dialoghi era un problema. E in quel periodo stavo anche, per coincidenza, adattando quelli di Baise-moi, un film di Virginie Despences. Il mio stile, guardi, l'ho rubato a Cormac McCarthy, che ho letto in inglese. Mi è piaciuto perché è un modo per non interrompere il tessuto narrativo. Ho sempre odiato, leggendo, la frattura delle virgolette. Mi piace l'idea diuna cosa fluida in cui il lettore può immergersi.

Dove anche le voci diventano parte del paesaggio?

Sì.

Come nel suo precedente romanzo breve, Dei bambini non si sa niente, in scena, qui, ci sono solo ragazzini. Perché l'attrae scrivere di bambini? Perché oggi piace tanto ai narratori italiani nati negli anni Settanta?

Giuro che è l'ultima volta. Ma sono grande da poco. Intendo il fatto di sentire che, benché si abbia una famiglia presente, sei sola al mondo. Ho sempre scritto di quello che conoscevo. Dunque, sentendomi bambina scrivevo dei bambini. E' anche un modo di resistere al mondo degli adulti. E' anche un modo di resistere al mondo degli adulti, del quale non condivido né sogni né desideri.

Non è un'espressione un po' generica questa, il “mondo degli adulti”?

Intendo quelli col posto fisso, il mutuo, vittime contente del sistema. Ho difficoltà a infilarmi lì, quindi a recuperare le loro storie. In Come prima delle madri, infatti, ho faticato a entrare nei personaggi adulti. E proprio per questo non sono contenta di quel romanzo.

I suoi bambini, però, sono tutt'altro che immacolati. Dei bambini non si sa niente racconta come, da un gruppo di ragazzini, nasce un “branco” che tortura, stupra e uccide. In Brother e sister un giallo avvolge la morte della madre. A proposito, si è suicidata?

Non lo so. La verità è una cosa molto difficile da stabilire e il non saper tutto mi piace, nelle storie che leggo come in quelle che scrivo. So che ero depressa, una malattia che in genere si pensa sia un lusso dei ricchi, alla Woody Allen, invece colpisce tutti i ceti. Anche, come lei, una cassiera del Daspar senza stress intellettuali.

La musica, nei suoi libri, ha in genere un ruolo decisivo: gruppi citati con nomi e testi, siano gli Oasis come i Soundgarden. Qui non ce n'è. Perché?

C'era: era una canzone dei Nirvana con dei versi a incastro perfetto con la storia, “Giuro che non ho un fucile...” dice. Ma l'ho tolta. Mi piaceva giocare, invece, i suoni della natura e i rumori domestici, e sullo sfondo il flusso costante di macchine della tangenziale.

Mi scuserà se la uso come campione sociologico. La famiglia, nei suoi romanzi, non fa brutta figura: l'Orco è altrove, nella società che, crudele, istituzionalizza gli orfani, o magari nel branco. I trentenni d'oggi, come lei, non contestano padri e madri?

La famiglia è anche violenza che cova, un luogo pericoloso. Io ho una grande resistenza a formarmene una, per questo. Ed è scatenante anche nell'assenza. Non esserci, o esserci in modo distratto, è già molto rischioso. Nel mio romanzo precedente, però, il Male era nella figura della madre.

E perché voi trentenni tra le emozioni sembrate prediligere la Paura?

Per me è una predilezione infantile. Dentro il noir, poi, c'è mistero, suspence, inquietitudine. E' difficile trovare un altro genere narrativo più adatto a raccontare i tempi in cui viviamo.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 12/02/2004

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