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L'identità degli ebrei tra diaspora ed Israele

A Roma per ritirare il premio sul reportage narrativo intitolato a Sandro Onofri, Shulim Vogelmann, nato a Firenze da qualche anno è anche un giovane cittadino israeliano. Uno di quelli che ha risolto la diaspora andando alla ricerca delle proprie radici ebraiche.

Il suo libro, "Mentre la città bruciava", (Ed. Giuntina; Firenze 2004; Euro 12) integralmente dedicato alla sua lunga permanenza in Israele, è un pout-purri di generi letterari: romanzo di formazione, diario di viaggio e saggio storico-religioso. Una miscellanea che si conclude con la Aliyà: letteralmente, "salita"; praticamente, la cittadinanza israeliana. Non omette nulla Vogelmann nel suo libro. Parla di terrore e di terrorismo, di semitismo ed antisemitismo, di piccole e grandi ingiustizie con la franchezza e la libertà che solo un giovane di vent'anni può avere.

Dopo la maturità Shulim Vogelmann decide di andare per un anno a Gerusalemme per la Mechinà, un programma di studio israeliano. Poi la laurea in storia ed infine la cittadinanza passando, necessariamente, per l'esercito: sei mesi in un reparto di protezione civile. Un'estate iniziatica lunga sei anni quella di Shulim. Un vero e proprio rito di passaggio all'insegna dell'ebraismo.

“Sharon è un figlio di puttana dove c'è lui c'è casino”. “Che spazzatura di uomini - risponde Sik Sik - siamo in pieno processo di pace e buttare tutto nel cesso perché un cazzone come Sharon va a fare una passeggiata sul Monte del Tempio mi sembra una cazzata”. Questo il tono del libro di Vogelmann. Un libro che guarda dritto negli occhi la politica e la vita quotidiana israeliana senza sconti e senza paure.

Il suo è un classico romanzo di formazione ma con una particolarità: una ricerca d'identità personale ed individuale che passa attraverso una dimensione collettiva.

Questa è una delle particolarità degli ebrei: l'identità personale coesiste con la dimensione collettiva. Una particolarità che spesso non è voluta ma è imposta dagli eventi storici. Ogni ebreo ha un rapporto diverso con Israele: c'è il religioso, il laico, l'ortodosso, il messianico. Al momento la maggioranza è laica. Bisogna capire che Israele è il centro, il riferimento in cui ogni ebreo di ogni nazione può trovare il luogo dove "poter essere".

La sua voglia di andare in Israele non è nata da "un'esigenza religiosa". Cosa l'ha spinto ad andare a recuperare e rifondare una sua identità?

Nessun impeto ideologico. Prima di tutto sono andato in Israele per curiosità. Poi ho scoperto di aver compiuto un percorso di "normalizzazione". Provo a spiegarmi meglio: io vedo il popolo ebraico imbrigliato dentro una sorta di paradosso. Levi della Torre nel suo libro "Essere fuori luogo. Il dilemma ebraico tra diaspora e ritorno" critica chi sostiene (come Yehoshua) che la condizione naturale dell'ebreo sia la Diaspora. Possiamo affermare che l'identità degli ebrei "è questo e quello": è la diaspora ma anche Israele. Chi vive nella diaspora non può capire fino in fondo chi vive in Israele e, viceversa, chi vive in Israele non comprende fino in fondo chi vive nella diaspora. Solo vivendo entrambe le realtà, attraverso un processo che io, appunto, chiamo di normalizzazione si fa un passo avanti nella certezza della propria identità.

Questa forza identitaria può aiutare a vedere gli eventi di Israele da un'altra prospettiva? Criticare l'operato del governo Sharon spesso ingenera polemiche e incomprensioni anche molto gravi.

Innanzi tutto vorrei dire che l'equivalenza: critica al governo Sharon uguale antisemitismo, è a dir poco assurda. Spesso chi dice questo ha un problema di debolezza identitaria. Chi ha la forza della propria identità accetta con estrema serenità ogni critica politica e culturale nei confronti di Israele. Spesso chi ha vissuto solo nella diaspora vive con debolezza la propria identità ebraica. Chi invece ha acquisito una propria forza e sicurezza non si sente minacciato né da critiche legittime né da attacchi ad Israele o alla politica del governo di Sharon. Altro motivo di incomprensione è dato dalla paura e dalla vicinanza del passato. L'argomento è delicato e spesso suscita reazioni che hanno origine nell'inconscio e dipendono appunto da un ansia che la critica politica possa sfociare nella critica antisemita.

Abbiamo parlato molto di identità. Ma cosa significa costruirsi una nuova identità ebraica? Da dove si passa e dove si arriva?

Dopo il 1948 e la Fondazione dello Stato di Israele, si è imposto per il popolo ebraico un cambiamento nella definizione della propria identità. E' inevitabile che l'ebreo di oggi passi da Israele per definirsi, essendo Israele l'unico luogo al mondo dove pulsa quotidianamente la cultura ebraica e dove il pensiero ebraico è volto verso il futuro. Ecco, forse costruirsi una nuova identità significa volgersi verso il futuro, plasmarsi nuovamente, cambiare vecchi abiti e indossarne di nuovi: per un ebreo questo è inscindibile da Israele.

Cosa pensa del governo Sharon.

Io ho partecipato alla mobilitazione per la pace nel corso dei trattati di Oslo. Lo slogan era "pace adesso". Ed in piazza eravamo in 300.000 mila persone che per uno stato di 6 milioni di abitanti sono moltissime. Poi l'entusiasmo si è spento ed in piazza siamo rimasto in 300 ad urlare lo stesso slogan: "Pace adesso". In ogni caso credo che Sharon debba, per forza di cose, avviare negoziati di pace. Non vedo alternative. Inoltre sono convinto che la situazione di quell'area geografica potrebbe cambiare nel giro di pochissimo tempo. Solo il futuro può dire che cosa accadrà. Lo stesso Sharon ha dovuto ammettere che il nucleo della sua politica era sbagliato (Il ritiro da Gaza mi sembra un buon inizio). Ci sono voluti anni di morti, ma abbiamo il dovere di essere ottimisti

Il suo è principalmente un libro che descrive il passaggio dall'adolescenza all'età adulta. L'Italia è universalmente riconosciuto come il paese del familismo e dei "mammoni". In che modo ha compiuto questa "morte" e "rinascita" individuale?

In effetti ho notato che molti giovani lettori sono riusciti ad immedesimarsi completamente con la mia storia, nonostante non fossero ebrei e non avessero legame alcuno con Israele. La spiegazione di ciò risiede a mio avviso nel fatto che la mia storia è principalmente la storia di un ragazzo che lascia un luogo vecchio per raggiungere un luogo nuovo, e questo passaggio è il necessario passaggio per la maturazione di qualsiasi giovane. Il luogo vecchio è la famiglia, l'essere viziato, il dare le cose per scontate, la routine. Il luogo nuovo rappresenta la curiosità e la scoperta, la vita scelta e non destinata, la crescita autonoma e l'acquisizione dell'indipendenza. A prescindere da Israele, l'indipendenza passa per il viaggio e l'allontanamento dal nido - anche per questo penso che il mio libro sia molto piaciuto ai giovani.

Intervista di Davide Varì - LIBERAZIONE – 04/01/2005




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