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Omeros e la futilità del terrore

Derek Walcott ha un fisico massiccio da lottatore, uno sguardo ironico, il gusto per la battuta e gli occhi del poeta. Occhi piccoli e gli occhi del poeta. Occhi piccoli e azzurro cielo incastonati in un volto spigoloso e mulatto segnato dal sole dei Caraibi. Walcott è il secondo premio Nobel per la letteratura che approda a Genova per onorarne l'investitura a Capitale europea della cultura e su invito del Teatro dell'Archivolto. Lunedì, Walcott, l'uomo che ha colto e vinto la sfida di raccontare i suoi caraibi negli ottomila versi del poema “Omeros”, sarà sul palcoscenico del teatro Modena. Parlerà di sé, della sua poesia e del suo mondo sollecitato da Pietro Cheli, leggerà alcuni suoi versi e ne ascolterà la traduzione per voce di Gioele Dix e musica del trombettista jazz Enrico Rava e del pianista Stefano Bollani.

Partiamo dunque dalla musica mister Walcott. La sua poesia è davvero “leggibile” attraverso i suoni del jazz?

Personalmente ho lavorato spesso su ritmi jazz e io stesso ho scritto della musica. Sono convinto che poesia e musica abbiano da sempre molto a che fare l'una con l'altra. Certo il suono dei Caraibi non è il jazz. Lì cresciamo su ritmi molto diversi: quelli del calipso. Ma nella musica non ci sono confini e, soprattutto, un buon compositore può prendere a modello qualsiasi tipo di poesia.

La sua opera più famosa, quella che è unanimemente considerata il suo capolavoro, è Omeros. Un poema imponente, di 8000 versi. Per quanto tempo ci ha lavorato?

Ci ho lavorato circa quattro anni e non è poi così tanto come potrebbe sembrare. Non così tanto, comunque, rispetto agli altri miei libri, la difficoltà, in Omeros, è stata semmai quella di mantenere il ritmo per tutto il poema.

Da quale idea nasce Omeros?

Omeros è un libro di interferenze, di incroci che non ha nulla a che fare con i poemi omerici. Sarebbe stato del tutto sciocco riscriverli. L'idea originaria ha a che fare con St. Lucia, l'isola dove sono nato. I pescatori di lì l'hanno soprannominata Elena di Troia per via del fatto che è stata a più riprese conquistata e persa da inglesi e francesi. Da questo elemento sono partito per poi sconfinare in atmosfere dantesche.

Lei ha letto L'Odissea?

No, non l'ho mai letta integralmente e, comunque, non prima di aver letto Omeros. Il problema per poemi come quelli omerici o danteschi, e non solo per loro, è che sono tecnicamente difficilmente traducibili. Molte traduzioni in inglese di Dante, ad esempio, usano il metro vittoriano con il risultato di snaturarne completamente l'essenza. Dei poemi omerici esistono alcune buone traduzioni. Una fra tutte quella del poeta Christopher Loges.

Il problema della traduzione è particolarmente delicato in campo poetico.

Senza dubbio. Come autore mi sento sempre in mercé dei traduttori e non sono, ovviamente, in grado di valutarne l'opera. Mi devo in qualche modo fidare. Questo non vuol dire che la poesia non possa essere tradotta ma che una buona traduzione è di fatto un'opera parallela all'originale.

L'assegnazione del Nobel ha influito sulla sua vita e sul suo lavoro?

Le rispondo raccontandole una storiella. La mattina che è squillato il telefono e una voce dall'accento marcatamente inglese mi ha detto che avevo vinto il Nobel per la letteratura, ho pensato a uno scherzo. Credevo fosse un mio amico in vena di rompermi le scatole visto che, per di più. Era mattina presto, a Boston. Stavo per riattaccare in malo modo quando dalla finestra, ho visto sotto casa una schiera di fotografi. “Allora è vero”, ho pensato. Stavo facendo colazione con un caffè e delle splendide ciambelle. Delle ciambelle davvero fantastiche, la cosa più bella di quella giornata. Quando mi sono affacciato alla finestra con il pollice alzato non era per il Nobel ma per esaltarne la bontà. Quella foto ha fatto il giro del mondo. Come ha influito il Nobel? L'ha resa un inferno, con il telefono che squilla in continuazione e con gente che, da ogni parte del mondo, chiede interviste, pareri, impressioni, incontri e ti invita a convegni, serate, festival.

In un mondo attraversato dall'onda lunga del terrorismo, che cosa può dire la poesia? Quale è il ruolo del poeta?

Potrà sembrare stupido quello che sto per dire ma io credo che il terrorismo in se stesso non abbia valore. La sofferenza, quella sì, è tragica, ma il terrorismo, per se stesso, è vuoto e banale. Per questo non solo non può essere tema di poesia ma un poeta deve ignorarlo. Se il primo obiettivo del terrorismo è quello di diffondere la paura, allora l'unico modo per combatterlo è ignorarlo, non parlarne. In questo modo si sconfigge quantomeno la sua futilità.

Intervista di Andrea Casazza – IL SECOLO XIX – 03/04/2004

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