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La Passione secondo Yehoshua

Dopo il voto della Knesset a favore del ritiro dei coloni israeliani da Gaza, lo scenario prossimo illustrato dal premier Sharon – diciamo ad Abraham B. Yehoshua – sembra uscito da un suo racconto: “terra bruciata” per le case dei colini, come, al contrario, era ridotto in cenere un villaggio arabo in un suo vecchio racconto. Davanti ai boschi; e schiere di religiosi che presidieranno il trasferimento delle salme dai cimiteri della Striscia per dargli nuova sepoltura in Israele: e sulla necessità etica di dare sepoltura a un corpo è incentrato appunto il suo nuovo romanzo, Il responsabile delle risorse umane. Ma lei, Yehoshua, concorda su questo piano di Sharon? “Sulle salme, è chiaro, la gente vuole portare via i propri cari” obietta il romanziere. “Gli arabi non rispetterebbero i nostri cimiteri: noi abbiamo distrutto i loro, e loro i nostri, quando ce ne è stata l'occasione. Ma distruggere la case, no: nel 1948 molti ebrei andarono a vivere in quelle che gli arabi avevano abbandonato e ora sarebbe naturale il contrario. Promuoverò una petizione a Sharon con altri intellettuali: di situazioni ne sono già avvenute troppe”. Sul “mahapach”, il ribaltone di maggioranza che martedì ha innescato il voto del parlamento, aggiunge: “Io non credo in Dio, ma Dio martedì era al lavoro per darci una mano. Se quest'uomo, Sharon che è stato il politico più disastroso per la storia di Israele e che era il migliore amico dei coloni, comincerà, proprio lui, a sradicarli da Gaza. E' solo un piccolo passo, ma è un passo. Perché io considero che la cosa più terribile che Israele abbia fatto non sia stato combattere con i palestinesi, visto che loro ci aggrediscono, ma installare propri cittadini nei loro Territori”. Un altro scrittore, Tahar Ben Jelloun, però, si fa interprete della diffidenza del mondo arabo, e sostiene che la “svolta” è un trucco per rinviare sine die la nascita di un vero stato palestine. Yehoshua cosa ne pensa? “Forse, ma questa è una possibilità che viene data. Ora dipende anche dai palestinesi: se s'impegneranno a dare un futuro a Gaza, il processo di pace andrà avanti. Sennò sarà un disastro”.

L'autore del Signor Mani e dell'Amante, di Cinque stagioni e Viaggio alla fine del millennio è in Italia, a Milano, per presentare questo suo nuovo libro uscito in Israele un anno fa e ora tradotto in italiano per Einaudi. Una “Passione in tre atti”, così la definisce, dove protagonista è la salma di una donna. L'obiettivo a cui tende la vicenda è dare sepoltura a questa immigrata, Julia Rigaev, morta a causa di un attentato kamikaze a Gerusalemme. Yehoshua ci spiega che per affrontare questo lato spaventoso e recente della vita in Medio Oriente è andato due volte in un obitorio: a capire quali sentimenti suscitava in lui la vista dei corpi. Il romanzo è dedicato a un'amica, Dafna, morta nell'attentato sul Monte Scopus: la cronaca ordinaria di questi anni fa sì che uno scrittore, “mentre ”sta scrivendo un romanzo su una vittima dei kamikaze, si trovi a perdere un'amica proprio in quel modo.

Ma perché seppellire il corpo di Julia Rigaev è così importante?

E' importante riportarla nel suo paese natale, oltreché seppellirla. Ma questa è anche una scusa per innescare il viaggio interiore del personaggio centrale, attraverso il quale lui scioglierà il proprio senso di alienazione e la propria indifferenza. Insomma, per provocare un cambiamento. La donna, scoprirà nel finale, era arrivata a Gerusalemme non solo per trovare un lavoro, ma per una sorta di ispirazione religiosa. E lui, prima attonito, poi capirà che nonostante il lungo viaggio merita di essere riportata indietro e sepolta proprio lì: Gerusalemme non è solo degli ebrei o dei musulmani e non solo un campo di battaglia, è anche di Julia, cristiana. Ora, se vuole, le suggerisco anche un altro scenario interpretativo. Oggi, con la globalizzazione, in Italia ci sono lavoratori thailandesi, filippini, singalesi. Se uno di loro muore in un incidente automobilistico, cosa bisognerà fare del suo corpo? Qualcuno potrebbe dire: ha diritto di essere sepolto qui, perché non è solo un oggetto, ma è un essere che qui ha lavorato, è vissuto e qui ha speso la sua energia.

Questo suo romanzo affronta l'attualità del fenomeno dei kamikaze. Ma, invece di parlare di loro, o delle stragi che provocano, lei ha scelto di analizzare le conseguenze che la cronaca comporta per il senso etico degli israeliano. Perché?

Noi conoscevamo la morte. Quando vengono uccisi dei soldati, si fanno funerali militari, con tutti gli onori,si dice “sono morti per noi”: sappiamo come gestire l'evenienza. Ma negli ultimi quattro ani sono morti 1800 civili, seduti al caffè o al mercato, giovani e vecchi, poveri e ricchi. E non sappiamo come gestire questo lutto. In Israele cresce l'indifferenza: la gente ha voglia di tornare a una vita normale, il primo compito che si dà è ripulire i luoghi del sangue e far tornare in funzione il bar o il supermercato. E' un modo di difendersi interiormente. Vediamo una fotografia e un nome sui giornali, poi i morti diventano anonimi. Ed è così anche per i palestinesi che uccidiamo. La morte, per noi e per loro, è diventata routine. Volevo entrare in questa dimensione, e scuotere il presupposto: muore una donna non israeliana e anonima, e l'uomo che deve affrontare la sua morte come se fosse un problema burocratico invece si apre a una specie di passione per lei, di sentimento religioso. Volevo che quell'indifferenza, irrigandola, diventasse un fiore.

Julia Rigajev, la morta, è l'unica che nel romanzo abbia un nome proprio. Perché gli altri sono solo “Il responsabile”, “il vecchio”, “il ragazzo”, “la segretaria”?


Julia aveva bisogno di un nome, visto che la storia inizia proprio dalla sua identificazione. Gli altri, invece, vivono in virtù della propria funzione: se gli avessi dato dei nomi avrei dovuto dargli anche dei corpi e delle vite in dettaglio. Invece pensavo a una storia più astratta, che assomigliasse più ai miei primi racconti che a un romanzo concreto, immerso completamente in Israele come il mio ultimo, La sposa liberata.


Julia ha un nome, ma il suo viso per noi resta invisibile: chi può vederlo, Il Responsabile delle risorse umane, ogni volta che ne ha occasione rifiuta di farlo.


E non guardarlo gli permette di innamorarsi. Sennò, siccome la donna è morta da giorni, prevarrebbe il disgusto. E dall'indifferenza fiorisce, in lui, una specie di amore platonico, quell'amore alto, superiore, di cui parla il Simposio.


Platone è la segreta passione dell'altro personaggio, il giornalista. Per il resto, figura pessima. E' la sua idea sulla categoria?


Il mio è un cronista di un giornaletto locale e deve andare a caccia di piccoli scandali. Ma guardi, io non gli sono così ostile. In fondo è lui, col suo articolo, che mette in piedi il meccanismo di redenzione. Osso provare irritazione per i giornalisti quando mi fanno dire cose che non ho detto. Ma penso che il ruolo morale dei media può essere rilevante: entrano nelle parti sporche e neglette della vita e possono spingere la gente a fare le cose giuste.


Anche qui, come in tutti i suoi libri, il sonno svolge un ruolo importante. Come i sogni. E come i letti in cui dormono i personaggi.


Il sonno a me sembra il tocco dolce della morte. Credo che quando dormi nel letto di un altro puoi penetrare nel tuo inconscio. Il sonno, e i sogni, aiutano a scoprire delle verità.


Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 29/102004



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