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“Sinistra e Sharon, le differenze restano tutte”

“La sinistra non è stata “sharonizzata”. Riconoscere il coraggio dimostrato da Sharon nell'infrangere un "mito" fondante della destra - l'intangibilità di Eretz Israel (la Terra d'Israele, ndr.) - non significa per questo disconoscere o annullare le differenze, politiche, culturali, di valori, che permangono tra la sinistra e la destra, anche quella "pragmatica" impersonata da Sharon. Ciò è evidente nelle motivazioni stesse che ispirano il ritiro da Gaza. Per Sharon si tratta di difendere gli interessi di Israele, per la sinistra quel ritiro, e lo smantellamento di insediamenti, è anche riconoscere i diritti dei palestinesi. Non è una differenza di poco conto e non solo per le conseguenze che ne derivano per lo sviluppo di una strategia di pace complessiva. Perché il dialogo e il raggiungimento di un equo compromesso non possono prescindere dal riconoscimento, reciproco, dei diritti dei due popoli. Diritti, giustizia, equità, rispetto per l'altro da sé: su questi valori, tradotti in atti politici, la sinistra, non solo in Israele, giustifica se stessa”. A sottolinearlo è Abraham Bet Yehoshua, il più affermato tra gli scrittori israeliani.

C'è chi sostiene che Ariel Sharon sia il nuovo leader della sinistra israeliana. È anche Lei di questo avviso?


Assolutamente no, a meno che non si voglia ridurre il compito della sinistra ad una pur non semplice presa di posizione sulla questione israelo-palestinese. No, la sinistra è anche diritti del cittadino e del lavoratore. La sinistra è un approccio economico fondato sulla giustizia sociale e la difesa dei più deboli. La sinistra è uguaglianza delle opportunità, è una visione politica progressiva dello Stato, è parità, non solo formale, tra i sessi. È vero, le posizioni di Sharon ricordano, anzi corrispondono in moltissimi punti ad alcune delle proposte che la sinistra aveva avanzato. Ma non confondiamoci, non esaltiamoci e soprattutto non esageriamo! Sharon ha adottato solo una piccola parte della visione della sinistra per la soluzione del conflitto con i palestinesi. E anche quello che si prepara a fare, e lo ha ribadito più volte, lo fa partendo dal punto di vista degli interessi israeliani. Dà risposta a una situazione insostenibile dal punto di vista della sicurezza nella Striscia di Gaza e, al tempo stesso, cerca di guadagnare punti, rispetto e credibilità sulla scena internazionale. Non voglio certo sminuire l'importanza di quello che Sharon sta per fare, svalutare il significato del precedente che si sta creando con il ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza e dal Nord della Cisgiordania. Tuttavia dobbiamo essere realistici e capire che la strada per la pace è ancora molto lunga e non sappiamo ancora nulla di quello che ci aspetta dopo il ritiro israeliano.


Cosa significa realmente per Israele, sul piano politico ma anche ideologico, lo smantellamento di insediamenti?


Sul piano politico, il ritiro da Gaza fa finalmente capire agli israeliani che nulla è irreversibile. Molti si chiedono "come è possibile cambiare le cose negli insediamenti, dopo 30 anni che le persone abitano nelle loro case?" Ecco, ora stiamo assistendo a come le cose, anche quelle che esistono da 30 anni, possono cambiare, e perfino cambiare radicalmente. Certo, vivremo giorni difficili; gli animi continueranno a scaldarsi; ci saranno discussioni, proteste, drammi personali; ma passerà. Passeranno due, tre mesi forse qualcosa di più, ma l'opinione pubblica, poi, dimenticherà. Dimenticherà esattamente come è stata quasi dimenticata Yamit, cittadina smantellata e riconsegnata agli egiziani nell'ambito della applicazione dell'accordo di pace con l'Egitto. Un possibile elemento di disturbo è comunque un eventuale comportamento negativo dei palestinesi. In un caso del genere si tratterebbe di un pessimo inizio per questo nuovo periodo. Sul piano ideologico si può dire, in pochissime parole, che si tratta della vittoria della Nazione sulla Religione.


C'è davvero il rischio di una frattura insanabile nel Paese?


Io sono convinto che la democrazia israeliana saprà superare questo momento. Il rischio non è poi così grande come in molti paventano. Certo, per la componente religiosa, non è così semplice. Per costoro il legame con i territori dai quali Israele sta per uscire è più profondo. Molti di questi luoghi "traspirano" storia e religione, e per queste persone, la religione e la storia sono parti integranti dell'insieme delle considerazioni che devono guidare la vita.


E dopo l'uscita da Gaza, che c'è da aspettarsi?


Ho fortissimi dubbi che Sharon voglia veramente continuare sulla strada dello smantellamento e dell'uscita dai Territori. Io penso che getterà ai palestinesi degli altri ossi, rimuoverà un blocco qua, là toglierà alcuni caravan e restituirà perfino altre città palestinesi al controllo dell'Anp di Abu Mazen. Ma questo modo di agire da parte di Sharon ha come scopo principale quello di puntellare il proprio governo e di sopravvivere politicamente. Sopravvivere e niente di più, perché Sharon se da una parte non ha alcuna intenzione di tornare indietro e sa che a meno che non avvenga qualcosa di veramente drammatico, non tornerà a conquistare Gaza, dall'altra parte non vuole spingersi più in là di quello che ha già fatto, e così facendo scontenterà una buona parte dell'opinione pubblica israeliana, gli Usa e l'Europa, nonché i palestinesi stessi. Sharon sta cercando di creare le premesse per l'annessione dei maggiori insediamenti. Ma se, come credo, Israele non potrà riuscire nella sua manovra di creazione delle grandi enclavi con la concentrazione in queste zone di coloro che oggi insediano i territori palestinesi a macchia di leopardo, dobbiamo iniziare a pensare ad altre soluzioni…


Ad esempio?


Una soluzione ci sarebbe, anche se oggi è ancora difficilmente proponibile: che gli ebrei degli insediamenti continuino a vivere nelle loro case sotto la sovranità dello Stato palestinese che sorgerà. Uno Stato che dovrebbe loro assicurare tutti i diritti come a tutti gli altri cittadini dello Stato. Un'utopia? Forse no.


Lei è stato uno degli intellettuali firmatari di una lettera aperta in cui si chiede a Israele, alla sua leadership, il coraggio di riconoscere le sofferenze inflitte ai palestinesi. Cosa c'è alla base di questo appello?


Vede, per chi come me, pensa che il sionismo è stato un ideale morale e per ciò stesso coronato dal successo, che ha portato gli ebrei da uno stato di alienazione e di dipendenza, risultato nell'odio antisemita e nella Shoah, a una piena responsabilità sul proprio destino, deve capire che gli israeliani avranno un debito morale eterno nei confronti dei palestinesi che sono stati costretti a cedere una parte della loro terra in favore del sionismo. Questo debito morale forse non potrà mai essere compensato adeguatamente in termini territoriali, ma può essere risarcito mediante altre forme di riparazione, soprattutto mostrando grande tolleranza nei confronti di coloro che hanno dovuto pagare tanto caramente il prezzo della convivenza con gli ebrei nella patria comune. È un atto di coraggio collettivo quello che chiedo a noi israeliani, sapendo che accettare di non essere le sole vittime è più difficile che lasciare i Territori.


Intervista di – L'UNITA' – 21/05/2005



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