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Memorie di Margherita

Nel centenario della nascita di Marguerite Yourcenar – venuta al mondo a Bruxelles l'8 giugno del 1903 e scomparsa nel 1987 a Mount Desert, un'isola del Maine, negli stati uniti – colpisce la diversità delle celebrazioni in suo onore. Tra le più imponenti quelle nella capitale, con oltre cinquanta iniziative a lei dedicate dall'Istituzione Biblioteche di Roma a partire dal mese di aprile, con il coinvolgimento di persone dalle competenze diverse: filosofe, scrittrici, astronome, insegnanti, giornaliste, archeologi, grecisti, alunne, alunni e teatranti, in un territorio cittadino rivitalizzato nel rapporto tra centro storico e periferia e per lo scambio fecondo tra i soggetti coinvolti, enti istituzionali, prestigiosi centri culturali, ambasciate, biblioteche, scuole e carceri.

Un modo intelligente di onorarla sdoganandola da interpretazioni stereotipate, evitando di innalzarla su un piedistallo e tentando di offrire dalla sua figura una visione non pacificate o di mera contrapposizione tra elementi diversi, alla ricerca piuttosto dei segni dell'individualista del suo percorso senza voler far tornare i conti a tutti i costi. Durante i numerosi incontri è emersa la varietà di atteggiamenti nei suoi confronti, il che non stupisce se si considerano le contraddizioni di questa donna sapiente ed eclettica, indomitamente libera e “classica”, anzi, ormai inclusa tra i classici della letteratura del novecento eppure poco citata nelle storie della letteratura o nelle antologie scolastiche (ma in tal senso le va meglio che a tante altre autrici). Yourcenar è una scrittrice difficile da etichettare. Non solo e non tanto perché prolifica e in diverse forme – narrativa, poesia, teatro, saggistica, lettere – ma per il fatto che pur partecipando alle avanguardie letterarie dei suoi tempi ha reinventato alcuni generi letterari. Si pensi al romanzo storica, i celebri alcuni generi letterari. Si pensi al romanzo storico, i celebri Memorie di Adriano e L'opera al nero, ma anche al genere autobiografico, la trilogia intitolata Le Labyrinthe du monde che comprende Care memorie, Archivi del Nord e Quoi? L'Eternité.

Un'autrice singolare, che accompagnava le proprie opere con introduzioni, postfazioni e note al testo, rivelatrici rispetto alle fonti, alle scelte linguistiche, al rapporto col pubblico e con la propria pratica di scrittura e, a ben guardare, anche con se stessa.

Prima di scrivere si documentava meticolosamente, spulciando con passione archivi in cerca di tracce preziose, per poi prendersi la libertà di disattendere i frutti oggettivi delle proprie ricerche, non trovandovi la precisione millimetrica con cui ogni forma di vita deve essere detta “ricreando le condizioni di verità in una relazione vivente tra autrice e figure del romanzo”, stando a quanto sostiene la filosofa Annarosa Buttarelli, una delle voci che più si sono impegnate ad aprire nuovi accessi all'opera di Yourcenar. In altri termini è come se la scrittrice costruisse con cura una scarsa per poi disfarsene una volta raggiunto il piano desiderato, una volta riuscita a calarsi nello “stampo”, nel ritmo di un'epoca al punto da permettersi il lusso di lasciare spazio all'immaginazione.

Parlando di lei sarebbe riduttivo definirla “letterata”, dato che è stata altresì una pensatrice caratterizzata da originalità e visione che si possono apprezzare anche negli scritti meno noti, quali i saggi presenti nelle raccolte Pellegrina e straniera e Il tempo, grande scultore, come pure nelle Lettere ai contemporanei e nelle varie interviste che ha rilasciato, tra cui mirabile resta quella raccolta in libro col titolo A occhi aperti.

Se da taluni viene considerata un'altera signora dalla cultura, distante, dalla prosa difficile e fredda, per altre e altri la sua scrittura elegante e raffinata è ancora parlante, per le intuizioni profonde e tanto elaborate da trovare espressione nelle semplicità autorevole e disarmante delle cose vere, della parola rigorosa che svela e fa cadere le maschere della realtà.

Negli anni la mole della letteratura critica dedicata alle sue opere è andata aumentando, eppure alcuni suoi capolavori sono ancora poco conosciuti, ad esempio il romanzo Colpo di grazia e le Novelle orientali. A proposito dell'Oriente, per cui aveva una grande passione, il suo non essere occidentalocentrica conviveva con l'ammirazione che nutriva per le civiltà mediterranee, in particolare la cultura greca non assunta però quale modello idealizzato.

Il personaggio Yourcenar nella seconda metà del Novecento ha goduto di notorietà, rimanendo estraneo ai clamori della cronaca, preoccupato com'era di preservare la propria vita privata (quarant'anni a fianco della statunitense Grace Frick) come un giardino segreto, giungendo sino a decidere di rendere pubbliche alcune delle sue carte private solo nel 2037.

Un'altra particolarità: prima donna ammessa all'Académie Française, l'ha abbandonata da subito con un fiero discorso con cui ne bacchettava i misogini componenti iscrivendosi in una genealogia di donne (Madame de Staël, George Sand, Colette), prima di lei ingiustamente escluse dal simposio. Amava comunque essere protagonista della vita culturale europea e soggiornava spesso a Parigi prima di tornare a concentrarsi oltreoceano. Ha partecipato intimamente alla vita, agli eventi dell'attualità, prendendo posizione pubblicamente, indignandosi nei confronti di una scorretta informazione globalizzata, dei condizionamenti imposti dalle multinazionali e della devastazione dell'ambiente, in tempi in cui ciò non costituiva preoccupazione comune.

Tra le pieghe dell'affermazione di una coscienza vigile e della possibilità etica dell'esserci, che nasce dalla convinzione che “non si vive senza essere coinvolti”, c'è nel pensiero e nel sentire della scrittrice la proposta di un allargarsi della propria finitezza, un aprirsi all'altro. A partire da una personale dimensione spazio-temporale che per Yourcenar comporta, secondo Annarosa Buttarelli, scegliere “l'istante come misura” che apre alla compresenza di molte presenze dell'essere, di molti esseri, creando lo spazio per sincronizzarsi ed entrare in empatia con esse.

Non è un caso che Yourcenar abbia adottato come pratica di scrittura anche stati di visione provocata e che sia giunta ad inserire Zenone, protagonista de L'opera al nero, tra i membri della propria genealogia familiare. C'è poi da aggiungere che non si tratta di esseri neutri: parlare assumendo il punto di vista di una donna o di un uomo non è per lei la stessa cosa. Le due voci non sono omologabili, né interscambiabili e tantomeno complementari. A riprova di ciò basta leggere la prefazione che scrisse al suo romanzo epistolare Alexis.

Il suo posizionamento comporta che lo scorrere temporale, con i suoi effetti di aggiunte e sottrazioni, non venga più vissuto con l'angoscia dettata dall'ansia di riparare agli effetti del suo lavoro. E può risultare spendibile ancora oggi, ad esempio per leggere e nominare le modalità dei rapporti genealogici, come ha proposto Federica Giardini a proposito della relazione tra le femministe che hanno inaugurato uno spazio per la libertà femminile negli anni Settanta e le donne venute dopo di loro.

Chiara Zamboni, invece, ha individuato in Yourcenar la compresenza di un umanesimo antropologico trascendente (che presuppone lo sguardo oggettivante dell'essere umano inteso come esterno alla natura) e dell'attenzione e simpatia per la dimensione non umana. Verificare lo scacco dell'intelligenza, il suo arretrare, ha consentito alla scrittrice di stabilire un movimento tra due elementi che talvolta ha invece scisso statisticamente: il piano del discorso, la verità del mondo, solitamente proferita nelle sue opere da personaggi maschili, e la verità indicibile e misteriosa custodita nel segreto mondo ed esterno si dà attraverso pratiche di intelligenza altra, “magnetica”, come quella del sogno e quella tantrica.

Contigua per alcuni aspetti alle letture di cui sopra si può porre quella di Rossi Braidotti, che sostiene che Yourcenar ha pensato attraverso i luoghi, attivando una memoria delle cose, nutrendola di paesaggi affettivi e concentrandosi per “ritrovare i dettagli di un paesaggio iscritto nella geometria delle passioni, in una genealogia affettiva che è geologia”. Ciò a condizione di intendere il tempo come un processo in cui ci si muove a zig zig, un arrestare il presente in movimenti futuri, per trovare l'ultimo stadio del divenire, e a patto di dislocare il sé frequentando i luoghi cari come in una sorta di pellegrinaggio. Anche la scrittrice Sandra Patrignani si è riferita ai viaggi di Yourcenar quelli però tradizionalmente intesi, come a pellegrinaggi, spostamenti compiuti con atteggiamento devozionale, nei quali la meta ha coinciso col desiderio, da desiderio, da soddisfare attraverso un insieme di riti, il riconoscimento di segni, un cerimoniale privato.

Un altro aspetto dell'opera di Yourcenar riguarda i movimenti di riappropriazione nei confronti della tradizione, il rapporto di continuità-discontinuità stabilito con la classicità. La sua ammirazione per il pensiero degli antichi, dei Greci in particolare, l'attingere da esso a piene mani, non le ha impedito di metterne in questione il logocentrismo, la tendenza a “razionalizzare l'irrazionale, a passare dal particolare e dal concreto al generale e all'essenziale”. In diverse occasioni la scrittrice sottolinea come i cambiamenti vengano dalla sensibilità che deriva dalle esperienze più che dal piano astratto delle idee. Porre in situazione i propri personaggi le serve dunque per decostruire e superare il pensiero cartesiano ed elaborare “un sistema di conoscenza umana basato sull'erotica: una teoria del contatto, nella quale il mistero e la dignità altrui consisterebbero appunto nell'offrire al nostro Io questo punto di riferimento d'un mondo diverso”. E nella prefazione al romanzo Alexis critica la scissione tra corpo e mente e il “separare il piacere dal resto delle emozioni umane, quasi non meritasse di trovarvi il suo posto”.

Rispetto al proprio statuto di scrittrice, significativo è quanto fa proferire all'imperatore: “La parola scritta m'ha insegnato ad ascoltare la voce umana (...). Viceversa con l'andar del tempo, la vita m'ha chiarito i libri”. E ancora: “Mi troverei molto male in un mondo senza libri, ma non è lì che si trova la realtà, dato che non vi è per intero”. Come l'Adriano da lei immaginato, Yourcenar sa di appartenere “a quella categoria di spiriti rarissimi, i quali, benché profondi conoscitori d'una dottrina, in grado di vederla per così dire dal di dentro, da un punto di vista inaccessibile ai profani, conservano tuttavia il senso della relatività del suo valore nell'ordine delle cose, la misurano in termini umani. A fronte delle ipotesi e delle pratiche di lettura oggi possibili, le iniziative delle Biblioteche di Roma hanno dato la gioia di scoprire che Marguerite Yourcenar ha ancora molto da dirci.

Daniela Carpisassi – L'UNITA' – 08/06/2003

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