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La poesia è un reportage

“Scrivi sui momenti in cui i ponti dell'amicizia/ sembrano più resistenti/ della disperazione./ Scrivi sull'amore,/ sulle serate lunghe,/ sul mattino, sugli alberi,/ sull'infinita pazienza della luce”. Versi del poeta polacco Adam Zagajewski, 59 anni, tra i “papabili” per il Nobel della letteratura [...].


Le opere di Zagajewski, saggi e poesie, sono in corso di traduzione da Adelphi. Negli incontri romagnoli l'attrice Valentina Montanari ha letto le uniche traduzioni finora pubblicate da Paola Malavasi sulla rivista “poesia”. E il poeta di Cracovia ha fatto eco con la sua voce, nella sua lingua, rispondendo alle domande del pubblico e degli amici poeti. All'inizio dell'anno ha vinto il Neustadt International Prize, istituito dall'Università dell'Oklahoma, già andato, nel '78, a un altro grande scrittore polacco, Milosz, e prima ancora al nostro Ungaretti. Nato a Leopoli, oggi in Ucraina, Zagajewski è tornato a vivere a Cracovia da un paio d'anni, dopo un lungo soggiorno a Parigi. Insegna scrittura creativa all'Università di Houston.


Come si insegna a scrivere poesie, Zagajewski? Qual è il suo metodo?


Torno a Houston come una rondine al tetto, ogni primavera e trovo una nidiata di allievi. Non esiste un metodo per la poesia. Almeno io non ce l'ho. Ho solo dubbi. Discuto parecchio con i miei allievi. Leggo le loro composizioni. Cerco di aiutarli a capire che tipo di poesia potrebbero fare. Bisogna sempre intuire il risultato ideale, il tema universale che c'è dietro a un'idea. Molti dei miei studenti dimostrano un certo talento. Hanno spazio e possibilità per svilupparlo, partendo dalla condizione di principianti. Cerco di indicare loro la poesia più grande che può nascere da queste prove. E poi leggiamo, discutiamo i grandi maestri. Libri, voci, testimonianze. Analizziamo la complessità dei riferimenti, la struttura dei testi classici e contemporanei.


E' soddisfatto dei risultati?


Non del tutto, ma mi piace il rapporto con questi giovani, che poi non sono teenagers, hanno in media 25-30 anni, hanno letto molto, sanno già molto, sono motivati. E' un piacere e uno stimolo parlare con loro. Ma non posso insegnare granché, questo è il punto.


Le sue prime prove in poesia avvennero nella Polonia comunista, all'inizio degli anni '70, all'insegna di una doppia contestazione, generazionale e politica. Come ricorda quei tempi?


Fu un periodo di grande coinvolgimento per tutta la mia generazione. Anche da noi si chiamava “la generazione del '68”. Facevo parte di quel movimento. Erano i miei primi esiti creativi, tutto confluì nel lavorio e nel programma collettivo di allora. Redigemmo manifesti politico-letterari, c'era l'entusiasmo di opporsi al sistema totalitario che cominciava a scricchiolare. Avevamo sete di poesia e di protesta. La risposta da parte del pubblico fu straordinaria. Fu un momento irripetibile di ascolto e attenzione. Studenti e intellettuali affollavano i nostri reading. C'è in ognuno la sensazione di fare qualcosa per gli altri.


Poi l'atmosfera cambiò...


A metà degli anni '70 il movimento si trasformò in uno strumento decisamente politico, nacque una vera opposizione al regime e molti di noi vi aderirono. Per me fu l'inizio di una crisi. Diventava troppo facile scrivere poesie arrabbiate, di protesta. Ne avrei potuto fare a centinaia, senza troppo fantasia. Così per qualche anno ho preferito il silenzio. Un silenzio durato, più o meno, dal '77 all' 81. Per due anni ho vissuto a Berlino, grazie a un'iniziativa di scambi culturali. Lì ho messo a fuoco la mia nuova poesia, o meglio gli elementi che sarebbero serviti alla mia poetica: contribuire al cambiamento politico e sociale, ma anche aprirsi a riflessioni più ampie, a temi esistenziali.


Oggi qual è la sua idea di poesia?


Mi piace pensare a una vocazione all'invisibile, che poi è anche l'indivisibile. Se guardo indietro alla mia giovinezza, ripenso ai tanti errori, ai cambi di rotta. Ma quello che ero rimane dentro di me. L'uso poetico della politica, l'uso politico della poesia, ad esempio, non si sono estinti. Magari adesso sostituisco, al concetto di politica, il concetto di storia. Ma non mi sono mai stancato dagli elementi concreti. Se ora il mio orizzonte include l'invisibile e l'indivisibile, questo è un modo per confessare che sto sempre cercando qualcosa di umano, di reale, di autentico. Non vorrei essere visto come un poeta mistico, perso tra concetti astratti. Amo il concreto, la vita quotidiana, le sue contraddizioni. Non mi fermerei più ai particolari. Mi affascinano le tracce di quel che si nasconde in ogni gesto, in ogni attimo all'esistenza.


Che ruolo ha la storia in questo intreccio?


La storia è un mix tra ciò che appartiene al tempo e ciò che di più stretto lega tra loro gli individui. E' l'anello di congiunzione tra lo scorrere dei fatti e il loro riverberarsi nei mondi della mente. Anche se la storia non è tutto, può essere un ingrediente della poesia, come ogni altra riflessione sul mondo. Mi piace far leva sulla storia e pensare alla poesia come a una specie di singolare reportage.


Oggi tutta l'Europa è diventata Europa occidentale, Polonia compresa. Come ha vissuto l'evoluzione dopo la caduta del muro di Berlino?


Appartengo a quella categoria di persone che hanno sofferto della separazione tra Europa orientale e occidentale, noi eravamo al di là della cortina e non era piacevole. Oggi ci sono parecchi problemi nel processo di unificazione europea, ma non credo che si perderanno le singole anime nazionali. E' quello che più conta.


La sua poesia “Houston alle sei del pomeriggio” comincia così: “L'Europa già dorme sotto un ruvido plaid di frontiere e antichi odi”. Chiudendo gli occhi, quale sogno è lecito? E quale non lo è più?


Quei versi riguardano proprio il senso di ciò che abbiamo perduto della vecchia Europa. Oggi viviamo in un mondo più democratico, più ricco, più libero, magari anche più giusto, senz'altro migliore. Ma abbiamo perso alcune energie forti, decisive, come ad esempio lo spirito religioso. Non sono un poeta cattolico, né un conservatore legato ai miti del passato, però sento la mancanza di solide risorse spirituali. Non è un lamento. E' una sfida. Ciascuno di noi può fare qualcosa. C'è un altro aspetto che la caduta del comunismo non ha migliorato. Né di qua, né di là dell' ex muro. Anzi! Ed è la mancanza di generosità. L'egoismo e la corruzione creano mediocrità. C'era un'utopia disposta a illuderci. Non ha funzionato. La mancanza di utopie, nonostante la libertà o la riconquista libertà, ci rende tutti più mediocri.


Parliamo di maestri e di grandi contemporanei?


Milosz è stato uno dei miei maestri. Anche Herbert, morto 5 anni fa. Adoro Derek Walcott e l'irlandese Seamus Haeney, un altro irlandese, Derek Mahon, il francese Philip Jacottet e il russo Josiph Brodski. Eravamo molto amici. Non dico di avere amato tutto ciò che Brodski ha scritto, poesie e saggi, ma ho amato profondamente l'energia con la quale ha prodotto ogni poesia, ogni saggio, ogni momento di conversazione. A volte mi arrabbiavo con lui, non eravamo d'accordo su tutto, ma la sua vitalità vinceva sempre.


Perché per molti leggere poesia è una fatica?


Serve concentrazione, per apprezzare la poesia. Tutto qui. Bisogna entrare in armonia col momento e con se stessi. Cosa, al giorno d'oggi, sempre più difficile. Ci si concentra sul lavoro, davanti al computer. Poi, nel tempo libero, se ci avviciniamo a un quadro, a una musica, a un libro, pensiamo solo a rilassarci. Ed è un errore. Perché così l'arte, la poesia, la musica sembrano difficili. Anche se non lo sono. Intendiamoci, non è qualcosa di automatico. Me anche per me. Ci sono giorni in cui non riesco a tenere in mano un libro, non saprei leggere poesie, tantomeno scriverne. Bisogna star lì con la testa. Lo stesso per la musica. Non puoi ascoltarla veramente, facendo altro. Ma quando ci riesci, sei ripagato mille volte. E' un dramma del nostro tempo, questo avere bisogno di cose facili. Si spiega così la grande corsa al buddismo: da quella forma di pensiero religioso ci si aspetta un insegnamento su come riuscire a concentrarsi. Una virtù che abbiamo dimenticato.


Intervista di Ennio Cavalli – L'UNITA' – 11/08/2004




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