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ROSA ELISA GIANGOIA


GUIDO ZAVANONE

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Intervista


Tu hai esordito in poesia con un libro intitolato La terra spenta, apparso nel 1962. Poi hai taciuto per oltre vent’anni. Come mai un così lungo silenzio?

Cerco una spiegazione che, anche per me, è difficile. Probabilmente il periodo di silenzio coincide con quello di vita più intensa e, nello stesso tempo, di lavoro più stressante quale magistrato. Ovviamente il secondo libro Arteria contiene testi scritti, sia pur parsimoniosamente, in tutto l’arco di tempo cui tu fai riferimento.


Il tuo secondo libro di poesie, Arteria, che è del 1983, presenta rispetto al primo caratteri diversi, sia stilistici, per quanto riguarda l’uso del verso libero, che contenutistici, per la maggiore attualità degli argomenti: com’è avvenuto questo cambiamento?

Penso che la mia attività di magistrato mi abbia posto in continuo, assillante contatto con la realtà sociale del nostro Paese, con le sue contraddizioni e le sue ingiustizie. Ho potuto conoscere un’umanità diseredata e dolente, che è quella che maggiormente frequenta gli uffici giudiziari. Per cui a quelle che potevano anche apparire “angosce privilegiate” (nel libro dell’esordio) si è venuto sostituendo in Arteria il dolore comune di tutti gli uomini che soffrono indifesamente l’angustia quotidiana. E il titolo Arteria vuole appunto significare sia il pulsare doloroso dell’esistenza, sia la possibilità di scambio, d’incontro e, quindi, di solidarietà tra gli uomini. Quanto alla diversità dei caratteri stilistici del secondo libro rispetto alla produzione precedente, si tratta, riterrei, di un adeguamento della forma al nuovo contenuto e forsanche della conseguenza di una maggiore frequentazione dei poeti moderni.


Si nota in Arteria l’apparire di un elemento che poi diventerà caratteristico della tua poesia: l’ironia. Quest’atteggiamento ironico nasce da un tuo modo naturale di porti di fronte alla vita o è frutto di un’amara riflessione su di essa e sul mondo?

L’ironia è, in me, una forma di protesta morale contro gli orrori della storia e i modi –di non vita- che ci opprimono: accompagnata dall’amara consapevolezza della sua inanità.


Qual è la tua poetica?

Personalmente ritengo che le “poetiche” imprigionino il poeta. E tuttavia, forse per una deformazione professionale, ho tentato il profilo, l’identikit dell’autentica poesia: novità, originalità dell’espressione, ricchezza e arditezza delle immagini, profondità del pensiero, capacità di essere nel proprio tempo e fuori del tempo, di essere un punto d’arrivo e un punto di partenza.


Alcune delle tue poesie più riuscite contengono delle originali ed efficaci allegorie, come Calandrino, A un lampadario antico, Dal treno, L’antropoteomachia, Se restaurare la casa degli avi (che è anche il titolo di una delle tue sillogi più importanti), ecc. Sono per te tali allegorie frutto di riflessione o d’intuizione?

Le allegorie che improntano la mia poesia rispondono ad una disposizione mentale, ma sono anche il modo di tramutare le meditazioni in immagini, di calare l’astratto nella concretezza del vivere, evitando l’aridità del ragionamento. Vale anche la proposizione inversa: “Sprigionare dalla concretezza dei segni l’allusività del significato” (come si legge in una recensione di Angelo Marchese).


Una costante della tua produzione poetica è data dal pensiero della morte, cui si accompagna quella della ricerca di Dio, sempre inseguito e mai raggiunto. Puoi definirti un credente o un agnostico?

Che nella mia produzione poetica, specie quella successiva ad Arteria, risuonino spesso i rintocchi della morte (ma anche, per contrasto, il suono, il senso, l’amore della vita) è innegabile ed è pur vero che attualmente, come scrive Vittorio Coletti, quando i temi della morte e di Dio s’incontrano, si ha il meglio della mia poesia (o, quanto meno, aggiungo io, si tratta di temi per cui provo la maggiore sensibilità: forse per l’avvicinarsi dell’ineludibile appuntamento).


Nel 1991 hai pubblicato la prima parte di un poemetto intitolato Il viaggio. Che cosa ti ha indotto a questa scelta poematica e che significato le attribuisci? Dopo aver letto l’inizio della seconda parte de Il viaggio, apparsa per ora soltanto su rivista, esso sembrerebbe contenere anche un’escursione in campo metafisico. Condividi tale interpretazione?

Il viaggio è una specie di summa dei libri precedenti e dei motivi profondi che li hanno ispirati. O, se si preferisce, la conclusione, sia pur provvisoria, del cammino percorso negli anni. Significativo in questo senso l’incipit (Ora siete in molti ad attendere / che dopo avervi destato / alzi le spalle, uomo / che troppo bene conosce il mondo, e lo liquida / rassegnato : “Requiescat” (…) Ma ora io tento / di trascinarmi con voi dentro un tunnel / in fondo al quale s’apre forse un orizzonte…”). Ed Il viaggio è, appunto, la ricerca di un approdo, quanto mai arduo, se non impossibile, dopo una discesa agl’inferi: esplorando i cunicoli infangati dell’esistere, gli orrori della storia e quanto sopravvive dell’anima. E’ chiaro che un viaggio siffatto non poteva non avere una scelta poematica.

Non ho ancora un progetto ben preciso per quello che tu chiami la seconda parte de Il viaggio (anche la prima parte si concludeva al cospetto del Cielo ed aveva un’urgenza e una valenza metafisica). Ora penserei ad un più libero vagabondare dello spirito nel dominio illimitato del possibile, nell’invenzione d’un futuro.


La tua è anche in alcuni casi una poesia civile, come appare da testi quali Sciopero o Il fiume. Ti ritieni per questo un “poeta impegnato”?

Come poeta che vive nel suo tempo, levo, anch’io, la mia “requisitoria” contro i mali che l’uomo cagiona a se stesso (guerre, oppressione dei popoli, inquinamento, caduta d’ogni valore, sostituito dalla brama di guadagno e di successo) e soffro per la condizione umana, esistenziale e storica insieme, rappresentata entro lo scenario sconvolto di una civiltà in crisi. Ma non mi sento uomo di parte e ricordo l’ammonimento, rivoltomi da un grande critico, Rosario Assunto, di non fondare la poesia su elementi mutevoli e precari come quelli offerti dalla scena politica. E penso che, se ogni uomo deve prefiggersi, innanzitutto, di migliorare se stesso, il poeta e, più in generale, l’artista, deve impegnarsi particolarmente ad affinare la propria arte che, se tale, può contribuire alla trasformazione del mondo.


Tu partecipi a molte giurie di premi letterari: credi nella loro utilità e quali indicazioni sullo stato dell’odierna poesia hai ricavato da questa tua esperienza?

I premi letterari –quelli seri, s’intende- svolgono un’utile funzione che direi triplice: quella di promuovere la cultura, di testimoniare il perdurare della presenza di questo genere artistico nella nostra società, di far uscire i poeti dalla loro solitudine, confrontando le diverse esperienze e misurando le proprie forze. Possono anche “scoprire” nuovi talenti, ma questo avviene molto raramente, e ciò introduce la risposta alla seconda domanda. I poeti autentici sono, in ogni tempo, assai pochi, mentre cresce intorno a loro, la moltitudine dei velleitari e degli illusi (cui pure va riconosciuto a merito il trepidante chinarsi sulla pagina bianca, il raccoglimento interiore che contrasta con il ritmo sfrenato e la vacua rumorosità della civiltà moderna). E’ difficile, direi impossibile, pronunciarsi sullo stato dell’odierna poesia, non solo perché, com’è risaputo, giudice dei valori è il tempo, ma perché è in crisi lo stesso concetto di valore nell’arte. Avviene poi che, attualmente, i poeti noti siano, per lo più, quelli che possono valersi dei grandi mezzi d’informazione o di altre posizioni di potere; e si assiste così all’esilarante o mortificante spettacolo (che non è proprio soltanto della televisione) del reciproco “incensamento”.

Di positivo sembra potersi rilevare un progressivo ridursi delle “correnti” e della loro importanza, nonché della conseguente possibile “discriminazione” ideologica.


Noi tutti ci siamo nutriti di poeti quali Montale, Caproni, Sereni, ecc. Cosa pensi della poesia contemporanea? Sei ottimista o pessimista riguardo al suo futuro?

In parte, ho già risposto. Ma sarei tentato di aggiungere le parole che si leggono nel libro di Amos (8, 11-12): Ecco verranno giorni / dice il Signore Dio / in cui manderò la fame nel paese, / non fame di pane, né sete di acqua / ma d’ascoltare la parola del Signore. / Allora andranno errando da un mare all’altro / e vagheranno da settentrione a oriente / per cercare la parola del Signore / ma non la troveranno. Più semplicemente, in un mondo in cui sempre maggiormente trionfa l’inautentico, il nostro arido quotidiano è assetato di poesia (che è poi anche la grande strada verso il Deus absconditus) ma non ne è consapevole e, forse, come un albero rinsecchito, non ha quasi più la capacità di dissetarsi. E tuttavia noto nei giovani un maggior interesse verso la poesia (la meno mercificata delle arti) come l’attività dello spirito che più d’ogni altra tende a restituirci quello che abbiamo perduto e tenerci aggrappati, per dirla con Accrocca, alla nostra “umana rimanenza”. Vorrei ancora dire che la “globalizzazione” cui il nostro pianeta sembra avviato non trova impreparata la poesia che è la più globalizzante e, nello stesso tempo, la più individualistica delle attività umane.


Dove pensi che vada la tua poesia?

Non lo so, come non so dove vada la vita. Osservo nei miei più recenti componimenti una più approfondita cura della parola esatta, una crescente attenzione al linguaggio (cui, non a caso, ho dedicato ultimamente un sonetto, dove si legge: E’ impossibile prender congedo / mi trattiene, trova sempre a ridire…).


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