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ROSA ELISA GIANGOIA


GUIDO ZAVANONE

Profilo bio-bibliografico

Antologia poetica

Antologia critica

Intervista di Elio Andriuoli

Recensioni

Lettera in versi


Antologia poetica

Al regista

Parlo di noi

Tramonto

Arteria

Quasi uno scherzo

Sebbene

Cantico del drogato

Dal treno

La vita affievolita

Sulla soglia

Ti penso

Il fiume

Guardando un quadro del Seicento

Faust e il vuoto

Ultimo atto

Le cose

L'albero della conoscenza

Con i sogni del mattino

La visita

Il rospo



Al regista


Non biasimarmi

se recitata la parte

indugio, se ancora mi volgo

a guardare la scena.


Perché dissi poche battute,

in fretta,

senza intenderne il senso,

venuto dall'ombra stordito

in questa vampa di luci;

e mi fai cenno d'uscire.

(La terra spenta, Liguria, Genova, 1963)




Parlo di noi


Perché noi cerchiamo qualcosa

che non sia stato,

o non sia stato a quel modo,

non parlo d'ideali, ne serbiamo

un guardaroba completo

diviso per stagioni,

io parlo della vita

la vita che ripete, oggi, i suoi gesti

uguali, incapace di stupore,

ha sorrisi avvizziti

su una bocca venale,

purifica i genocidi

con un benessere pio.

E neppure la forza di piangere.

Parlo di noi, non so corpo o anima

-abolita, forse, non sostituita,

i corpi hanno parabole brevi

s'alzano appena da terra e vi ritornano in fretta-

non abbiamo più favole

da raccontarci l'un l'altro,

la paura non s'inganna con le formule,

asserragliati nei laboratori

attendiamo un'impossibile salvezza,

neppure le parole sono nostre

abbandonate tra noi da generazioni sepolte.

Non è il caso di sorridere

se noi cerchiamo qualcosa

che non sia stato,

o non sia stato a quel modo.

(Arteria, All'insegna del pesce d'oro, Milano, 1983)





Tramonto


Gli scheletri dei palazzi in costruzione

con i cartelli appesi al fianco “Vendonsi

lussuosi 7-10 vani zona

residenziale” si torcono

al fuoco del tramonto, spira

una brezza di calcina. Qui la ferrea

gru che presiede ai nascimenti tesse

tra le nubi di smog assurdi piani regolatori, l'orda

strepitosa delle dentate escavatrici attornia

le case condannate. Guizza il neon fuoco fatuo accende

un policromo gioco di parole, resti

asserviti di un linguaggio, irrompe

la furia delle macchine, sovrasta

la protesta dei claxon contro il tempo

che sorpassa, fuggono

costellazioni ambigue dentro i fondi

mari dei parabrezza.

(Arteria, cit.)





Arteria


Arteria che restringi il tuo lume

a poco a poco, impercettibilmente,

dolce limpido fiume cui nei freschi mattini

s'abbeverava l'avventuroso desiderio

(correva le tue rive un'ardita

popolazione d'immagini, amore

accendeva fuochi improvvisi, ne avvampava

il giovane volto della vita) ora

rivo di acque torpide che accogli,

tra le pareti che si sgretolano, l'oscuro

deposito del tempo, le macerie

d'una disabitata esistenza,


tu, clessidra dei silenzi, se un vuoto

subitaneo d'anima riveli

col tuo pulsare dolente quando

un passato deluso opprime il petto aggrappandosi

ad un futuro invecchiato,

arteria, per i divini sussurri

della tua fiamma antica, se non indifferente

accompagni il mesto

declinare della vita, lo sfiorire

solitario d'un volto,

la mente consapevole davanti al suo stesso tramonto,

a te, prima che il cuore svuotato s'arresti,

offro la poesia che t'assomiglia:

un groviglio logoro di versi.

(Arteria, cit.)




Q

quasi uno scherzo


Bianchi mobili in fòrmica

sospesi funzionali

rubano poco spazio

loculi di colombari

tavolo di marmo

coltello dissettore

una mela ch'attende

madida d'orrore

contatori nascosti

frigidaire in agguato

-ipocrita assassino-

tubo acqua meato

sedia in metallo rampa

un missile il pensiero

con carichi di morte

per l'universo intero

chiuse porte e finestre

in tenebris immerso

rubinetti del gas

pollice verso.

(Arteria, cit.)




Sebbene


Sebbene, fatto ad immagine di Dio, alternando

la procreazione e lo sterminio assecondi

il progresso inarrestabile del mondo,

avviene che l'uomo, ostinato a sognare

la resurrezione dei corpi,

rivolga un appello patetico

all'esercito indaffarato dei vermi

perché restituiscano le loro prede, mentre

sulle navicelle spaziali insegue,

oltre la porta dischiusa del tempo,

la cara anima smarrita.


Per amore

di se stesso, avvelena i mari ove muoiono

le specie progenitrici, manda al rogo

vecchi boschi incupiti dall'oblio, ammutolisce

le voci insistenti delle acque, fiumi

di scorie e detriti vietano

il vacuo specchiarsi della luna, l'indolente

trasmigrazione-balneazione delle nuvole.


Allo stesso modo

è pronto a spezzare

la fragile linea dell'orizzonte,

pianificare le montagne, stravolgere

il corso ordinato delle stelle

pur di moltiplicare all'infinito

i propri, effimeri esemplari

nell'indifferenziata, brulicante inutilità delle copie.

Sebbene,

passandogli accanto, la vita

scosti da sé bruscamente

questo maldestro mendicante d'eterno.

(Arteria, cit.)




Cantico del drogato


Perché non esisti

mi drogo

perché Tu esista

anche solo per gioco

perché torni ad ardere,

o spento mio Fuoco,

per odio, o Dio

perché Ti agogno

perché ho bisogno

di un sogno


levo in alto la siringa

diafana al cielo

che par fibrilli e stinga

(così sbiancò un volto in famiglia)

con le mie, altre braccia scarnite

in corale erezione

(scoprì il mio braccio

e vide in un grido

la luttuosa costellazione)

nel corpo, nell'anima aborrita

più in fondo

ero, o eros eroina che togli

i dolori del mondo,

sciolgo il laccio sottile che stringe,

di deliranti perché, la mia vena

azzurra che pulsa

a Te che chiami, al gelo

della Tua ripulsa,

poi nel vuoto precipito di Te.

(La vita affievolita, Ed. Premio Libero de Libero, Fondi, 1986)





La vita affievolita


Viene il tempo della vecchiaia.

Non la folgore che schianta,

ma una timida sera

striscia

di cosa in cosa, s'insinua

tra le crepe dell'esistere e gli alveoli

lamentosi dell'anima. Si scusa. Umilmente

occupa il mondo.


Tu contempli in silenzio, come odiare

questa miseria d'ombra che ti stringe

materna fra le braccia, t'assopisce

in una infanzia nuova senza sogni.

E ti vieta anche questo, di soffrire

per te, per lei, se ogni ora che resta

scolorando consola di morire.

(La vita affievolita, cit.)






Sulla soglia


Quando ero giovane, me ne stavo

sulla soglia dell'orizzonte

accovacciato come un leone,

intento a guardare, a ghermire

l'onda iridata della vita, la mutavo

in musica e visione.


Ora sto trepidante sulla soglia,

non più grande del solco d'una fossa,

delle cose invisibili.


Tutto

mi è stato tolto, imploro

di vedere un istante il Tuo volto.


M'abbandonano le forze, sento

i miei pensieri intorpiditi, non

voglio addormentarmi, recito

a me stesso versi che si tendono

al cielo lunghi rami intirizziti.

Sono la Tua sentinella, l'affannato reporter,

temo che Tu passi improvviso

mentre giaccio nel sonno, che mi scosti,

che io non scorga il Tuo viso.

(Se restaurare la casa degli avi, Campanotto, Udine, 1994)




Dal treno



“Siediti

nella direzione del treno” s'affannava

mia madre, alla stazione, al fragile ragazzo

affacciato al finestrino colloquiale.

Così feci per anni. Era bello incontrare

il mondo, le sue immagini in corsa,

il presente e il futuro

avvinti in vorticosa danza.

Più tardi

fu diverso. Mi struggeva

questo lasciarci repentino all'atto

d'incontrarci, l'afferrare a pena

qualche lembo stracciato delle cose, mai

veramente conoscerle.

Così

ho pensato di sedermi contro

la direzione del treno, volte le spalle

a ciò che senza tregua

turbina e incalza.

Ora sono io che mi vado allontanando,

le cose

stranamente mi seguono, mi guardano,

lasciano che a mia volta le contempli in ogni

più insignificante significante particolare

monti fiumi alberi uomini

e io in mezzo a loro, amici cari che,

anche scomparso,

lungamente continuano a salutare.

(Se restaurare la casa degli avi, cit.)





Ti penso



Ti penso in quest'ora

che le saracinesche dei negozi

si schiantano nel petto, ghigliottinano

le nostre speranze.

Quali misteriosi paesi di confine

abita oggi il mio spirito turbato

se scorgo figure ben salde

trascorrermi innanzi abbracciate a fantasmi?

Care sembianze, amici

troppo miti per trovare un posto

nelle pagine frettolose della storia,

fanno ressa poi si dissolvono

sullo schermo della memoria.

Tu resti. Come quella sera

sul terrazzo noi due soli a guardare

il cielo venirci incontro

uccello immenso che spalancava l'ali

azzurre fino all'orizzonte.

Mi restano i tuoi versi, che trascorre

una delicata brezza

quell'aria di famiglia che s'avverte

tra poesia e tristezza.

(Se restaurare la casa degli avi, cit.)




Il fiume


Ci convocò tutti, reporters celebrati,

reporters di provincia al suo

giaciglio melmoso, ai suoi schiumosi

vaneggiamenti d'infermo, ai suoi occhi

febbrili, alle sue lune

intristite nelle pozzanghere, il fiume

un tempo famoso, le arterie ostruite, l'acque

biancastre come i topi

che l'attraversavano a nuoto, dove

uomini resi sicuri dalla mancanza d'ogni certezza

scaricavano, insieme alla propria anima,

veleni, cumuli d'immondezza. Si spegneva

la sua voce profonda, solo

un tetro gorgogliare d'agonizzante,

dalle maleodoranti sponde fuggivano a frotte

suicidi pentiti, invertiti, coppie drogate d'amanti.

Un magistrato faceva prelievi, il fiume

nel frattempo era morto, un giornalista

per fare uno scoop intervistò un annegato

mancato. Scrollandosi disse: “Lo scriva,

sarà per il lezzo se il mondo

verrà un giorno salvato”.

(Se restaurare la casa degli avi, cit.)




Guardando un quadro del Seicento


Bel cavaliere che il cavallo arresti

in mezzo al bosco e guardi la fanciulla

che ti porge la brocca, il suo sorriso

e forse pensi al fresco della bocca,

più che il leggiadro aspetto

e giovinezza e amore e ogni altro dono

che ti diede l'artista,

la sorte invidio che dividi con un dio

la suprema

felicità di non esistere.

(Qualcosa, Ed. Premio Massarosa, Empoli, 1994)




Faust e il vuoto


Vita che m'abbandoni

solo e spogliato d'ogni scopo e senso

e tu mio demone che mi rammenti

l'antico patto d'abiezione, mani

m'hai teso colme soltanto di vento

svanì nel tempo il forte aroma

del vino giovane che t'inebriava

c'ingannammo a vicenda, oggi morendo

il vuoto

solo il vuoto dell'anima

ti rendo.

(Qualcosa, cit.)




Ultimo atto


Noi i sopravvissuti, noi i morti

rannicchiati come feti dentro

non so quale memoria.

Un cielo

sereno e vuoto in cui svapora il mondo.

Ancora

la voce dell'Uomo risuona:

Libera le ceneri, Signore, dentro l'urne

per l'ultimo vento.”

Impossibile

incidere con la parola

il ghiaccio del Tuo silenzio.

(Qualcosa, cit.)





Le cose


Un tempo camminando in mezzo a loro

le cose s'accendevano di luce

si stringevano intorno a noi

aprivano

in versi il loro cuore confidente.

Ora

le cose già splendenti impallidiscono

si ritraggono alla vista, hanno voce

bisbigliata alle spalle, a volte un cenno

né arrivederci né addio, appena

un distratto congedo.

Forse questo è morire, l'impietosa

reazione di rigetto del mondo al breve

insensato nostro esistere.

Dietro le bifore annerite

dei muti campanili

appaiono ci spiano

le occhiaie vuote di Dio.

(Care sembianze, Managò, Ventimiglia, 1998)





La visita


Lo avevo tanto invocato

ed è venuto davvero

(per puro caso io c'ero

più non vi avevo sperato)

si è chinato sulle mie carte

ha corretto qua e là con lo sguardo

poi mi ha preso in disparte

tu scrivi troppo il mio nome

non sempre con giusta intenzione

se avessi il taccuino davanti

ti direi i tuoi anni restanti

i ragazzi troveranno un lavoro

(ha sorriso paterno anche a loro)

ti ho risolto un problema di cuore

poi con aria di circostanza

adesso ispeziono la stanza

ha spostato i quadri gli oggetti

ha messo a soqquadro i cassetti

sembrava che cercasse qualcosa

io volevo fargli tante domande

dirgli il mio amore esitante

senz'ardire di guardarlo negli occhi

posando il capo sopra i suoi ginocchi

ma ora lui andava di fretta

ho tanti santi in sala d'aspetto

mi raccomando alla sera

ricordati della preghiera

forse mi ha salutato, io

in punta di piedi

piangendo me n'ero già andato.

(Resine Savona, Anno XXII n° 86, Ottobre-Dicembre 2000)




Con i sogni del mattino


Vivi la fede come una favola

l'ultima forse che ci lascerà

con i sogni del mattino che allungano la notte

prima del risveglio che verrà.


Della speranza ti nutri come l'albero

s'apre alla pioggia che lo cresce e lo sfa,

goccia a goccia gli scende per i rami,

ma la radice sa la verità.


Altra, c'insegna, è la giusta risposta.

Più della foglia che alla foglia s'accosta

e tremano dell'inverno che s'approssima

o della stella che più arde più muore

sta l'immobilità che nulla attende,

la pietra fulminata che pur cresce

nello spacco un superstite fiore.

(Nuovo contrappunto, Genova, anno X n°1 Gennaio - Marzo 2001)




L'albero della conoscenza


Dall'albero scosso

sono cadute le foglie che l'acqua

del fiume trascina lontano in

multiformi costellazioni. Staccato

dalla linfa che lo genera, muove

un alfabeto di foglie cerca

una vita nuova nelle

tumultuose correnti, nei mulinelli

che improvvisi si formano. S'imbevono

dell'acqua silente che le sprofonda. Così

avendo provato il pallido

riflesso del cielo, l'odore

acre del mondo, giacciono sotto una coltre

di fango le intruse parole.

Ma il fiume, lui,

non sarà più come prima, avrà conosciuto

la trama mutevole che fanno le foglie

danzando sull'onde, il lento

discendere, il sogno, il buio lucente

del fondo.

(Il Corriere della sera, Milano, 17 ottobre 2001)





Il rospo


Pini e luna con rami d'argento

si chinavano sull'acque tremanti

alla calda carezza del vento. Mite

lo sciabordio del mare tratteneva l'onde

come sospiri di una serenata

a una tenera divinità. Sussurri

dall'ombra

delle panchine smemorate. Le lampare

accendevano piccoli fuochi

a un orizzonte famigliare.

Amorosa regia. Dal cielo

glorioso d'astri scendeva

persuaso il così sia.


Quando una voce si levò altissima

da una pozzanghera in mezzo alla scogliera,

agghiacciante d'un rospo invisibile,

parve bestemmia durante una preghiera.

Al cospetto di Dio e del creato

gridava la protesta dell'escluso,

l'illusa

volontà di canto, il suo deriso

desiderio d'amore. Era

una creatura disperata

che ci gettava in faccia il suo dolore.

A lungo durò lo strazio di quel pianto

sconsolato di non sentirsi in armonia,

aspro verso affannoso come il rantolo

d'una moderna poesia.

Tacque alfine l'intruso. Su uno scoglio

apparve a un tratto, ridicolo e impotente.

Nero, enorme, splendente, il Cielo

giocava ancora con lui, lo fissava

-le pupille socchiuse -

festoso e indifferente.


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