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ROSA ELISA GIANGOIA


GUIDO ZAVANONE

Profilo bio-bibliografico

Antologia poetica

Antologia critica

Intervista di Elio Andriuoli

Recensioni

Lettera in versi


Antologia critica


“Penso che egli possiede le qualità essenziali del poeta: l’originalità delle intuizioni, l’agilità della fantasia, il senso sicuro del ritmo, l’armonia della espressione. Nelle sue poesie il concetto ispiratore è espresso con singolare vigore e nitore.”

Alfredo Gelletti (Introduzione a La terra spenta)



“Pur lettore d’un certo simbolismo decadentistico, Zavanone sente il peso della realtà; e la sua tristezza è quella di un uomo che vive.”

Giuseppe Ravegnani (L’osservatore politico e letterario, maggio 1962)



“Zavanone si muove nel nome di una coscienza morale che mai pretende di pontificare e si affaccia sommessa e tenace come quella “sola parola” che è propria della ragione.”

Andrea Zanzotto (Poeti a Cervia, 1967, ed. Rebellato)



“Guido Zavanone si dimostra consapevole di prove e proposte della recente poesia che mitiga per alcuni aspetti e per altri rivolge al conseguimento di un tono “civile” non certo privo d’efficacia.”

(Dal verbale del Premio Carducci, 1967)



“Zavanone ha inflessioni più sommesse e contemplative, ma sempre limpidamente dette e senza abbandoni lirici.”

G. Mariani – M. Petrucciani (Letteratura italiana contemporanea, vol. 3 / 2 t. par. 75, Lucarini, Roma, 1982)



“…il suo verso doloroso, lento, largo, quasi bruciato dalla tensione morale e spirituale che esso a mano a mano significa (…). La sua struttura è quella di una grandiosa ricerca di supreme allegorie etiche e storiche.”

Giorgio Bàrberi Squarotti (Introduzione ad Arteria)



“Ciò che importa a Guido Zavanone, magistrato, scrittore, poeta, critico e autore, ora, di una deliziosa plaquette di versi intitolata, ambiguamente, Arteria è cogliere il significato del mondo dove il senso sembra essersi dileguato, nella selva dei segni che testimoniano, ormai, soltanto l’orrido e il grottesco, la impietosa violenta dissacrazione della vita e della morte. La parte del poeta dunque e della poesia sembra essere innanzi tutto quella di una seria, acccanita, minuziosa ricognizione del reale, un vero e proprio tragico reportage dove entrano le immagini più sconvolgenti e squallide della civiltà contemporanea.”

Angelo Mundula (“Spirali”, febbraio 1984)



“Stilisticamente parlando, Zavanone tende ad una fusione di linguaggio alto e linguaggio comune, con prevalenza, in ultima analisi, del primo che ben si addice all’elevatezza dei contenuti che veicola. Una poesia che è oggetto estetico, visione del mondo, impegno etico.”

Vico Faggi (“Il Giornale”, 6-3-1984)



“La poesia di Guido Zavanone è una specie di canale offerto al flusso delle parole e della vita. Una sorta di Arteria appunto “clessidra dei silenzi” che, dall’interno, convoglia, attraverso “un groviglio di vie”, un liquido depurato ed essenziale alla macchina umana.”

Giovanna Ioli (“Prometeo”, gennaio-marzo 1984)



“Credo che si sminuisca la statura artistica di Guido Zavanone considerandolo solo uno dei più autentici “poeti liguri” e circoscrivendo la sua non vistosa presenza nella cosiddetta “linea ligustica” che pure annovera, secondo molti critici, alcune voci capitali della lirica novecentesca. E’ estranea, ad esempio, a Zavanone l’istanza luminosa e simbolica del paesaggio rivierasco, fra mare, rocce e agavi, e assolati meriggi che conchiudono l’attesa di un evento salvifico nell’allusa cifra del nulla e del male di vivere. E tuttavia vi è un rapporto chiaro di Zavanone con questo inevitabile orizzonte assai più che regionale ed è un senso radicalmente metafisico della fictio poetica che è in lui, come in Montale, tensione drammatica fra razionalità e mondo e storia, come termini irriducibili ad ogni teodicea. Di qui il tono pessimistico, la protesta morale e i lampi ironici che caratterizzano l’attitudine negativa verso la società e i modi di non-vita che ci circondano; di qui, anche, la particolarità della sua scrittura in cui dominano le figure dell’allegoria, dell’òssimoro e dell’antitesi, a ribadire, si direbbe, la separatezza dell’artista e la sua solitudine nel teatro del mondo.”

Angelo Marchese (“Humanitas”, anno XXXIX n°. 4, agosto 1984)




“Zavanone realizza ad un alto grado di esiti artistici un’esemplare poesia moderna, sintesi equilibrata ed efficace di fervida fantasia e di amara consapevolezza del tempo in cui si è chiamati a vivere.”

Francesco De Nicola (“L’Avvisatore Marittimo”, 28 settembre 1984; articolo riportato su Scritti per un’utopia, Sabatelli, Savona, 1988)



“Il raffinato discorso di Guido Zavanone raggiunge in Arteria esiti assai significativi, sia che aderisca appassionatamente al destino delle creature, sia che guardi con maggior distacco e dolente ironia ai mali e agli orrori del mondo.”

(Dal verbale del Premio Val di Comino, 1984)



“Stilisticamente la trasparenza del verso s’intride di quotidiano e di colloquiale, ma nello stesso tempo si tende in ansia metafisica.”

Giovanni Tesio (“La Stampa. Tuttolibri”, 12-1-1985)



“Nella poesia di Zavanone (redattore della rivista “Resine”, uno dei punti più qualificati per la poesia ligure) è cresciuta negli anni una severa disposizione morale, un istinto gnomico che non rinuncia al dovere di giudicare, pur avendone dimenticato le rassicuranti alterigie.”

Bruno Nacci (“Letture”, febbraio 1985)



“Nella poesia di Zavanone gli elementi del reale sono assunti come simboli e ad essi si lega la condizione eterna dell’uomo, al di sopra della storia, in un grandioso quadro emblematico ed enigmatico.”

(Dal verbale del Premio Romagna, 1985)



“I motivi complessi dell’esistenza pubblica e privata confluiscono in un dettato sempre lucido e teso, e però reso lirico dall’incantata luce dell’illuminazione, dove la spontaneità e la sapienza coincidono.”

(Dal verbale del Premio Val di Magra, 1985)



“…l’immaginifica profusione di colori della poesia di Zavanone, il fraterno messaggio di vita, il sodale incoraggiamento agli uomini, chiusi nella loro notte di morte.”

(Dal verbale del Premio Nosside, 1985)



“Ci pare che la linea resistente della personalità del poeta sia in questo attestarsi in opposizione al facilismo, al cedimento, alla mistificazione; e che la sua poesia abbia un tono particolare nell’esprimere il sentimento con un linguaggio amaro e ironico che lo contraddistingue.”

Antonio Piromalli (“Contrappunto”, luglio-ottobre 1985)



“Una forte tensione esistenziale, sorretta da una ricerca metafisica rinnovantesi quotidianamente, è alla base della poesia di Guido Zavanone in cui, accanto ai dati di una riflessione sulla presenza dell’uomo nella realtà contemporanea, si coglie un’aspirazione costante alla comprensione del tutto, con una febbre di conoscenza che solo i poeti hanno.”

Bruno Rombi (“Il ragguaglio librario”, n°. 10, ottobre 1985)



“Zavanone osserva con occhi nuovi eventi ed aspetti consueti del nostro vivere e li innova con una singolare e delicata mestizia d’interrogativi che imprime un carattere inconfondibile ai modi ritmici del poeta.”

(Dal verbale del Premio David 1985)



“Guido Zavanone dà vita ad una poesia dal forte impegno civile, sostenuta da una cura attenta per la parola esatta ed efficace che realizza una rara sintesi tra pensiero e immagine.”

Francesco De Nicola (L’ulivo e la parola. Studio dei poeti liguri del Novecento, Sabatelli, Savona, 1986)



“La poesia di Zavanone occupa con fedeltà uno spazio meditativo e metafisico (…). Anche quando il testo è più intimo, Zavanone tende a distanziarlo, a caricarlo di oggettività, in modo che non ci sia minimamente spazio ad effusioni, nell’urgenza di un discorrere lucido e ragionato sul senso e non senso delle cose. Molti testi riguardano (o meglio aggrediscono) la realtà sociale dei nostri tempi, in una condanna che è forse un po’ prevedibile, calata però spesso in una strategia di figure originalmente rilevate.”
Stefano Verdino (Poesia in Liguria, Ed. Forum V generazione, Forlì, 1986)



“Guido Zavanone è un raro modo di porsi del poeta nel contesto attuale in cui tutto sembra già detto e nel quale tuttavia, o più che mai, il fare arte consiste nell’invenzione di un modulo che consenta di dire ancora.”

Alfonso Malinconico (Prefazione a La vita affievolita)



“Subito ti colgono, fin dai primi versi, le grandi, suggestive immagini della tragedia, che il rintoccare della parola morte, statisticamente dominante, rende quasi concreta, tangibile, fisica. Non c’è quasi poesia de La vita affievolita in cui non vi risuoni: eppure non c’è quasi poesia in cui non risuoni, insieme, e anche qui con un variare d’immagini di alta suggestione, il nome (il suono, il senso) della vita.”

Angelo Mundula (“L’Osservatore Romano”, 31-12-1986)



“L’esito artistico è mirabile per l’essenzialità delle forme, per il linguaggio peculiare che sembra “affievolito” ed è vitalissimo.”

Antonio Piromalli (“Rinascita del Sud”, gennaio 1987)



“Quando leggo, nelle poesie di Guido Zavanone, versi come Navigano / nella notte le tue chiese d’oro (in Preghiera della notte di Natale) ho la sensazione precisa, immediata, suadente della presenza di un poeta che investe di un soffio metafisico il dato realistico e lo impregna della propria soggettività, risucchiandolo nel proprio stato d’animo (…). Questa disposizione fondamentale della poesia di Zavanone, questo saper vedere metaforico, stravolgente e svelante, è parte viva di un linguaggio che peraltro sa imporsi la disciplina della forma, la regola dello stile…”

Vico Faggi (“Quinta generazione”, maggio-giugno 1987, n°. 155/156)



“Poeta meditativo, dal linguaggio intenso e di grande forza evocativa.”

(Dal verbale del Premio Ceva, 1987)



“Ci pare di poter dire che il messaggio che ci giunge dall’opera di Guido Zavanone non è quello di una disperante tristezza, ma quello di una virile malinconia, che è propria di chi ha compreso la vita nel suo giusto significato e la considera con distaccata saggezza.”

Elio Andriuoli (Venticinque poeti, Sabatelli, Savona, 1987)



Guido Zavanone ha sviluppato un registro narrativo e ironico con felici allegorie, spesso su motivi sociali dentro la sua prospettiva cristiana.”

Stefano Verdino (La letteratura ligure. Il Novecento, Costa & Nolan, Genova, 1988)



“Una vena surreale, talvolta onirica, talvolta quasi fiabesca, percorre l’immaginario sconvolto di Zavanone e si aggruma in potenti figurazioni di antico sapore allegorico: interni spettrali, oggetti espressionisticamente straniati, ossessivi paesaggi degradati dalla speculazione edilizia e dallo smog velenoso. Il tono è gravemente pessimistico, con qualche lampo ironico; ma l’autentica vocazione di Zavanone è la protesta morale, altamente riflessiva, con punte di leopardiano sarcasmo. Il linguaggio nient’affatto tradizionale, non necessita di sforzate arditezze formali per conseguire effetti di rara bellezza.”

Angelo Marchese (Storia intertestuale della letteratura italiana. Il Novecento dalle avanguardie ai contemporanei, Ed. D’Anna, Messina-Firenze, 1990)



“…non più la presenza del metro regolare, anche soltanto come eco, ma un verso più ampio e neutro d’accenti (sorretto da un grande ritmo d’immagini) come compete alla scelta narrativa del poemetto (…)…l’uomo contemporaneo, di cui Zavanone ha detto, nella sublime allegoria del viaggio, la vicenda e la sorte.”

Giorgio Bàrberi Squarotti (Prefazione a Il viaggio)



Il viaggio, un testo che si distingue per l’elevatezza del movimento lirico, per la profondità dei significati e per la perfetta padronanza del verso.”

Elio Andriuoli (“Il ragguaglio librario”, n°. 2, febbraio 1992)



“Resta l’importanza in sé del viaggio, mentre a tradimento c’insegue la domanda: “In breve, cercheremo qualcosa di più profondo o questo è il fondo?”. Zavanone poeta ha il merito di avervi guardato dentro fino in fondo, fino a vedervi la luce, anzi il Cielo, con un disegno che non si sa se ammirare di più per l’intrepida forza dello sguardo o per la limpida e autentica forza della parola. Egli ha visto per noi, per noi tutti, in uno stesso, indicibile istante, la fine di tutto e il Principio, la dannazione contemporanea e la possibile salvezza, lo spettacolo immondo e repellente dell’inferno di oggi e il luogo ove una rosa / inclina il delicato collo, votiva / offerta allo splendente Cielo.”

Angelo Mundula (“L’Osservatore Romano”, 15 marzo 1992)



“Un eloquio classicamente moderno in cui la memoria della tradizione sa sempre coniugarsi ad una duttilità e perspicuità lessicale di straordinaria suggestione.”

Pietro Civitareale (“Oggi e domani”, maggio 1992)



“…Vorrei indicare le ulteriori ragioni della mia persuasa adesione, anche sotto l’aspetto stilistico, a questo singolare poemetto, riassumendole in quattro punti:

  1. La capacità di sintesi, di rendere fulminea l’immagine senza ricorre a stilemi sfibrati dalla tradizione novecentesca.

  2. L’impianto narrativo, allegoricamente capace di trasfigurare un plot realistico in ben più ampi e decisivi significati, relativi alla condizione umana epocale in cui viviamo

  3. La misura severa dell’elocutio, senza dispersioni liriche, così propriamente “ligure” per tradizione e per educazione etica.

  4. L’andamento versale, così ben bilanciato tra prosodia poetica e prosodia narrativa. Da qui, senza retorica, l’innalzamento del tono, un che di profetico, ma ciò nella scansione dei momenti topici dettati da un’urgenza tutta interiore e soggettiva, in un linguaggio vivo e significativo.”

Giorgio Taffon (“Nuovo contrappunto”, anno I, n°. 2, settembre 1992)



“Errore gravissimo sarebbe, per i cultori della poesia in genere e gli uomini di cultura, ignorare o anche solo sottovalutare, in sede critica, un’opera come Il viaggio di Guido Zavanone, un’opera di cui è doveroso segnalare, anzitutto, l’impegno e la novità, per salire, dopo lunga e attenta auscultazione, all’apprezzamento dei valori, umani e poetici, che il testo offre con una generosità che contrasta con la miseria, o lo squallore, di tante odierne proposte che pretendono al titolo di poesia.”

Vico Faggi (“Giornale di Brescia”, 1-12-1992)



“Che questo viaggio nasca da un forte impegno speculativo oltre che fantastico è provato da ogni pagina e riga: sapienza di passaggi, felicità di definizioni, succedersi di agudezas e di witz. Robustamente personale, prezioso negli echi, sovranamente libero dall’impaccio del metro ma classicamente perfetto nelle serie di otto endecasillabi che introducono un ritmo solenne accordandosi all’epico richiamo di Omero e Dante, cantori di viaggi per antonomasia…”

Guido Arato (“Il Lavoro”, 22-2-1993)



“Un’acuta volontà di speranza accompagna questo viaggio fantasioso e devoto, esemplare per la capacità di significarsi nella esistenza di ognuno.”

Antonio Spagnolo (“La vallisa”, n°. 33-34, dicembre – aprile 1993)



“Il poemetto Il viaggio è una potente sintesi di meditato pessimismo, un’opera che contiene tutta una Weltanschauung; e, aggiungiamo, è d’una cristallina chiarezza (…). Un poema compostamente sconsolato.”

Aldo Capasso (“Il cristallo”, maggio 1993)




Il viaggio di Guido Zavanone ha la forma e lo stile del poema, o, forse, più precisamente del “carme” di tipo foscoliano e tocca un tema di laica e insieme religiosa escatologia già attivo in altri versi dell’autore (…)…questo viaggio è poesia con ambizioni di conoscenza e di riflessioni non comuni; è, non a caso, anche per questo aspetto, poema dantesco e carme foscoliano e come tale non si ritrae davanti al rischio di uno stile “tragico”, alto, di un linguaggio intonato, pur nella sua lineare chiarezza, su sostenute memorie letterarie spesso esplicite (come nei versi iniziali) e ricche e calcolate manovre stilistiche.”

Vittorio Coletti (“Hellas”, n°. 19, ottobre 1993)



“La testimonianza estetica, la resistenza contro il brutto e il male che ci circonda diventa sempre più chiaramente testimonianza etica, resistenza contro il male; e brutto e male (città deturpate, lo sterminio elevato a sistema) sempre più spesso si sovrappongono fino quasi a coincidere.”

Davide Puccini (“Il ragguaglio librario”, nn. 3-4, marzo – aprile 1994)



“Un po’ ovunque si può osservare questa bravura del poeta nel non schiacciare troppo un pedale, l’abilità di cambiare prontamente registro, di non farsi intrappolare neppure dalle proprie ossessioni più invadenti (…). Zavanone segue da vicino una delle grandi lezioni della poesia dei suoi liguri: quella di affidare il ragionamento, la riflessione, ad immagini, calando l’astratto in nuclei visibili e memorabili (come aveva fatto esemplarmente ne Il viaggio). E’, come si sa, un motivo che, da Dante in poi, percorre la poesia che, come quella leopardiana, vuole discutere e ragionare: le immagini vi diventano anche più importanti e dense e costituiscono il modo più affascinante e semplice, più universale e immediato, di fare “filosofia”.”

Vittorio Coletti (premessa a Qualcosa)



“…l’allegoria regna sovrana, giovandosi d’una forte fantasia narrativa impegnata nell’acquisizione di situazioni anche molto differenti sul piano della coloritura culturale: si va dalla citazione segreta di Virgilio (il combattimento dei pugili) alla documentazione d’una monotona quotidianità lacerata d’improvviso dalla rivelazione (Sera in cucina, dove il numinoso, intuizione altissima, è sintetizzato in sensazione acustica, prende vita nel ronzare inquietante di un insetto) sino al prelievo provocatorio di dati della tecnologia allusiva all’ignoto, al futuro (Per trovarti).”

Giorgio Cusatelli (Introduzione a Se restaurare la casa degli avi)



“La filosofia-poesia di Guido Zavanone corre libera e intensa da lui al mondo che lo circonda e agli accadimenti del mondo, ricongiungendosi al punto di origine con un pieno ritmo catartico (…) l’artista ha conosciuto il divenire dell’uomo come esperienza del tramutare e del progettare e vivere la ricchezza della metamorfosi.”

Giovanna Vizzari (“L’Umanità”, 9 -9 -1994)



“…una tensione lirica che nei punti alti deflagra in accensioni intorno al segno, all’indizio, all’ammicco della presenza divina: fiato di un’ansia che colora attese e ascolti, incontri e smarrimenti, certezze e dubbi. E’ la temperatura che connota e purifica questo felice tempo di Zavanone, che dà senso e direzione al suo più recente cammino di poeta, che infine per tappe recupera e ripropone la pietà quale misura di civiltà in divenire.”

Pasquale Maffeo (“Il ragguaglio librario”, n°. 11, novembre 1994)



“La tendenza a costruire favole poetiche con profondi significati allegorici era già presente nel Viaggio che adombrava la condizione di Ulisside dell’uomo contemporaneo (…) In Qualcosa accanto a figurazioni surrealistiche, frutto di assoluta libertà immaginativa e pervase da sottile ironia, la voce del poeta si distende sul quotidiano, dove rimane assente il momento della gioia.”

Silvano Demarchi (Il ponte Italo-Americano, novembre-dicembre 1994)



“Non nasconde le sue ambizioni il volume Se restaurare la casa degli avi, nel quale Zavanone sembra proporre una “summa” dei temi e dei motivi da cui si attinge e di cui si alimenta principalmente la sua produzione poetica. Accanto alla lettura simbolica del reale, una non celata tensione etica e conoscitiva, che proprio alla poesia si affida e affida la più ardua missione intellettuale, la ricerca della verità o di quella parte della verità che sta oltre le terre della ragione.”

Marcello Vaglio (I limoni, La poesia in Italia nel 1994, Ed. Caramanica)



“Poeta di pochi libri, ma poeta di grande qualità, Guido Zavanone conferma con Il viaggio e con i recenti Qualcosa e Se restaurare la casa degli avi le qualità espressive più tipiche della sua lirica, improntata ad un denso registro meditativo, pervasa da un’ampia e pausata musicalità che ora si dilata in composizioni di vasto respiro, ora si addensa e raggruma in liriche brevi, quasi epigrafiche (…) L’immagine e la metafora si slabbrano nella direzione del simbolo polisenso ed ambiguo, evocativo ed allusivo, proiettando nella dinamica di un “allegorismo” moderno, i margini indecisi della nostra sconnessa realtà contemporanea.”

Graziella Corsinovi (“L’agave”, quaderno n°. 13, dicembre 1994)



“E’ significativo che proprio un poeta che è anche magistrato sappia dimostrare tanta pietà rispetto alle vittime più indifese dell’umana dissennatezza. (…) E’ certamente di Genova il vento che soffia tra le pagine delle due raccolte.”

Dario G. Martini (Il Giornale, 10 – 1- 1995)



“Il registro della scrittura, con la sorvegliata aggettivazione, con la sapienza di certe trasposizioni e certe rime, dichiara ascendenze e diritto d’anagrafe nella “linea ligure” che espresse nelle sue diverse voci soprattutto una cultura della poesia.”

Pasquale Maffeo (“Studi cattolici”, n°. 407, gennaio 1995)



“Lo stile è fabulatorio, carico della sapienzialità della parabola, nella quale “l’oggetto”, nella sua allusività, reca valenze metaforiche, significati connotanti la condizione dell’uomo sulla terra, ancora espressione della “stirpe tracotante di Adamo”.”

Giovanna Occhipinti (“Vernice, Visioni e ragguagli”, febbraio 1995)



“Anche quando Zavanone rinuncia alle grandiose visioni surreali –da novissimi- alle angoscianti visioni oniriche e limbali (Un sogno estivo, I morti, Tramonto) non viene meno la tensione drammatica del discorso metafisico, che si cala con originalità nelle misure concrete del quotidiano, ad esempio in Sera in cucina. (…) Le citazioni sin qui fatte mostrano a sufficienza l’altissima tempra poetica di Guido Zavanone, che si rivela soprattutto nella felicità dell’invenzione di immagini, stati d’animo, situazioni che sanno sprigionare l’allusività del significato dalla concretezza dei segni. (…) Mi piace concludere questa breve rassegna dell’opera di Zavanone soffermandomi su una delle modalità espressive a lui più care: l’allegoria. Essa è consustanziale alla forma mentis autenticamente metafisica del poeta genovese, che tende a vedere nelle cose, accettate sempre nella loro verità naturale (si pensi alla descrizione del paesaggio), il segno di un’oltranza, di una realtà “altra” per lo più ambigua e sfuggente, e comunque di un ordine diverso dal visibile, essenzialmente morale e spirituale.”

Angelo Marchese (“Humanitas”, n°. 3, maggio-giugno 1995)



“Questo poemetto Il viaggio di Guido Zavanone ci sembra una creazione non peritura di questo secondo Novecento. Ci sono in esso elementi delle strutture esistenziali del tempo in cui viviamo ed eredità del primo Novecento, ma quello che occorre mettere in rilievo è il modo individuale, originalissimo con il quale il poeta presenta il viaggio. Questo è un viaggio allegorico predisposto con intensa tecnica teatrale,…si apre col distacco stilistico di una operetta morale (…) Zavanone esprime mirabilmente la delusione disperata di chi scuote con furia il cancello e rimane per sempre escluso in un esilio perpetuo. Il poeta è asciutto, nell’amarezza ha conclusione l’umanissimo poemetto morale che canta la scarsa luce che accompagna l’uomo nella sua vita, l’amara pena del viaggio e l’eterna sosta alle soglie della grande luce, uno scacco che non illumina il mistero.”

Antonio Piromalli (“Il lettore di provincia”, n°. 93, settembre 1995)



Il viaggio è per l’appunto il titolo del suo ultimo bellissimo libro, un ricco poema in versi, di significati plurimi, che mi sembrano toccare in alcuni punti i messaggi che si leggono nel recente libro di Mario Luzi, Il viaggio terrestre e celeste di Simone Martini.”

Renato Turci (“Il lettore di provincia”, n°. 93, settembre 1995)



“Avec une attention très marquée, la poesie de Guido Zavanone s’adresse à la problématique existentielle. Il trouve dans les contradictions contemporaines la façon de manifester une angoisse non seulement individuelle, mais sociale. Dans ses dernièrs recueils (Arteria et Se restaurare la casa degli avi) il produit une poesie caractérisée par un fort engagement civique soutenu par un soin attentif pour le mot exact et efficace, réalisant une synthèse rare entre pensée et image poétique. » 

Bruno Rombi (« Les cahiers de poesie-rencontres », n°. 41. octobre 1996)



 “Poesia profondamente religiosa è quella di Guido Zavanone, che ama muovere dalle notazioni e dalle esperienze della vita quotidiana per rivelarvi dentro, a poco a poco, il significato di prova decisiva per il bene o per il male (…) Zavanone rappresenta ancora una volta e con un profondo radicamento nella realtà attuale l’antifrasi del cristianesimo, come proclamazione della discesa di Dio nel fondo della condizione umana più desolata e disperata, per farvisi, lì, riconoscere; ma per lo più non c’è chi lo veda, se non la visionaria intensità della parola poetica.”

Giorgio Bàrberi Squarotti (Storia della civiltà letteraria italiana, Il secondo Ottocento e il Novecento, vol. V, pag. 1404, Utet, Torino, 1996)



“Una ricerca assidua del senso degli eventi e del ricordo, del significato delle stagioni e della storia, in una parola, la tensione religiosa che è soprattutto ricerca, ispira e guida fino alla profondità e alla minuziosità del riferimento, i versi di Guido Zavanone. Ne esce un quadro composito, a volte volutamente sovraffollato che ben rende, nella sua complessità, quanto sia arduo vivere e interpretare la vita senza “la Gioia che ci salva”.

(Dal verbale del 7° concorso di poesia Città di Como, 1997)


“Zavanone riesce a modernizzare un materiale simbolico di per sé scontato, a immetterlo nella realtà presente con proiezioni nuove, pervicaci nello smascherare il progresso tecnologico e a guardare in faccia l’io a tu per tu nella sua solitudine, insetto fragilissimo che un nulla annienta. Voce indiscreta di chi guarda dove non vorremmo, ma voce cordiale, affettuosa di un uomo altrettanto sofferente, che s’interroga. Il merito della sua poesia, di vigorosa meditazione, debordante di umori umani, dalle dilatanti note, spesso di una contenuta ironia a velare l’urlo, lo sdegno, consiste certo nella capacità di visualizzare in scene, sogni e fantasie il nostro vivere quotidiano di viaggiatori presuntuosi, quanto incerti d’un approdo.”

Edoardo Villa (“Italianistica, Rivista di letteratura italiana”, anno XXVI n°.1, gennaio-aprile 1997, con ampia bibliografia)



“Scaturente da una pessimistica visione del mondo, la poesia di Guido Zavanone sa tuttavia rasserenarsi al calore degli affetti (si vedano le bellissime liriche da lui dedicate alla moglie) e stemperare l’amarezza con l’ironia in un complesso gioco di metafore e di allegorie che risulta quanto mai suggestivo. (…) Poeta di classica misura e di grande incisività, Guido Zavanone ha elaborato una sua cifra del tutto personale che è andata evolvendosi sin dalle prime poesie, per toccare, specie nelle ultime raccolte, risultati di assoluto rilievo.”

Elio Andriuoli (L’erbosa riva, Genesi editrice, Torino, maggio 1998)



“Nella poesia di Zavanone si delinea un rigoroso impegno civile che si traduce in un discorso razionalmente preciso e in versi intrisi di una coscienza morale che allerta, sommessa e tenace, gli interrogativi che la ragione propone e che solo solidarietà e amore possono sciogliere.”

(Dalla motivazione del 20° Premio di poesia Milano Duomo, 1999)



“Piace francamente quell’aria di famiglia che s’avverte / tra poesia e tristezza, ovvero il garbo e la sottile ironia ed autoironia che fanno da contrappunto alla malinconia di un poeta, che ancora si ostina a trovare in controluce un’anima e si interroga con fede e disincanto sul proprio e il comune destino (…) Versi notevoli, inequivocabilmente leopardiani in quel loro sottile straniamento dall’immediato, dall’io, dalla realtà, dalla vita. Questo distacco del ritmo della poesia con il proprio oggetto, questa velatura o filtro, sono uno dei dati più suggestivi e originali di Zavanone: il suo disincanto si accende di ironia e di pietà, ma è comunque felice strumento d’indagine ed anche allenamento al distacco e al congedo dall’esistenza.”

Stefano Verdino (“il Secolo XIX”, 16 – 7 -1999)



“L’ultima plaquette di Guido Zavanone Care sembianze accosta sapientemente componimenti già compresi in precedenti raccolte (alcuni dei quali possono essere annoverati tra i risultati più alti della sua poesia) ad altri non ancora riuniti in volume. (…) Si tratta di un testo in progress, forse non ancora giunto alla sua definizione conclusiva, che rappresenta efficacemente una tendenza tra poematica e visionaria, quasi apocalittica, manifestatasi con chiarezza nella poesia di Zavanone a partire dal poemetto Il viaggio…

Davide Puccini (“Pagine”, n°. 29, maggio-agosto 2000)



“I motivi toccanti della composizione di alto valore poetico, L’albero della conoscenza, ripropongono, con novità di forma e d’immagini, l’eterno quesito di una conoscenza divenuta così matura da dubitare di se stessa. Anche in tempi quali i nostri di abbondante raccolta dall’albero del sapere, la verità sembra divertirsi a farsi raggiungere per subito allontanarsi. Le parole dei poeti meglio dotati fanno pensare alle foglie, piuttosto che ai frutti dell’albero, cadute nel fiume della vita che scorre incessante; il codice di questo alfabeto di foglie e parole si arricchisce di nuovi significati pur destinati, ancora una volta, a rimanere indecrittabili.”

Luciano Erba (motivazione del Premio di poesia Città di Legnano – Giuseppe Tirinnanzi, 2001)



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