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"Aquile e angeli", la pista noir del crimine globale

Fino a un attimo prima della disgrazia la vita di Max - un giovane giurista alle dipendenze di un affermato studio di diritto internazionale - sembra destinata a una carriera fulminante. A cambiargli l'esistenza è l'evento luttuoso, devastante con cui s'apre Aquile e angeli, il romanzo d'esordio della scrittrice tedesca Juli Zeh - formazione giuridica alle spalle - appena pubblicato in Italia (Fazi Editore, pp.384, euro 15,00).


Proprio mentre Max, protagonista di una frammentaria vicenda noir, è al telefono con Jessie, lei si spara alla testa. Lui, disperato, sprofonda nella cocaina, in preda a una pulsione autodistruttiva, rinchiuso nella prigionia di un corpo dolorante. Si trasferisce a Lipsia e abbandona il lavoro, se non che s'imbatte in una giornalista radiofonica senza scrupoli, ambiziosa, disposta a tutto pur di trovare materiale per la sua ricerca sulla patologia del crimine organizzato. Con lei, a partire da questo momento, Max inizia un viaggio frammentario nel passato. Un tassello alla volta, emerge uno sfondo inquietante dietro la morte di Jessie, una rete internazionale di traffici di droga con i quali veniva finanziato il conflitto nei Balcani.

Max si muove in un mondo malato. Intorno a lui tutto è merce e la democrazia una copertura per i traffici del crimine organizzato. C'è una via d'uscita per questi personaggi che sembrano votati all'autodistruzione?

Il protagonista ha sicuramente una visione nera, negativa del mondo. Ma il romanzo è in parte realistico e in parte grottesco. I personaggi si muovono in una situazione particolare, di vuoto, in un momento di rivolgimento del nostro sistema sociale, culturale, economico e politico, e di transizione verso un esito incerto. E' una situazione in cui crollano tutte le regole. Nella scena finale, sotto una pioggia fitta, Max vive una sorta di catarsi rispetto a questa situazione negativa. Ma non si tratta di un romanzo apocalittico, escatologico, non c'è alcun tempo della fine. Soltanto un tempo della trasformazione e del cambiamento.

L'instabilità della nostra epoca si riflette nei grandi eventi - crisi economiche, guerre - ma anche nelle vite individuali. Esiste un diritto che possa salvarci o l'idea di regolare questo mondo precario con artefici è pura illusione?

Di fatto questa era l'intenzione del romanzo. I personaggi si trovano, dal punto di vista morale, in un vuoto di valori. Molte persone oggi credono che il diritto internazionale e i diritti umani siano la strada per realizzare la pace nel mondo. Sperano in un nuovo ordine del sistema globale. Ma il diritto internazionale acquista tratti ideologici, i diritti sono considerati acriticamente, come una sorta di nuova Bibbia. In Aquile e angeli cerco di mostrare un volto più realistico della nozione di diritto. Si tratta anche di un problema politico perché qui s'infrangono la buona volontà e le speranze che ognuno coltiva nella propria sfera privata. La questione morale s'imbatte in questo disincanto.

Il vero attore globale è il crimine organizzato. Di fronte a questa verità i discorsi sull'allargamento dell'Unione Europea e della democrazia a Est non finiscono per essere ideologici?

L'idea di poter agire per il bene assoluto è un'idea assurda. Ognuno sa come la politica di allargamento dell'Ue a Est persegua interessi diversi, alcuni buoni, altri cattivi. Il problema è che se ne parla acriticamente. Le discussioni sullo spazio europeo o sull'esportazione della democrazia - ne abbiamo visto un esempio in Afghanistan e in Iraq - tradiscono un chiaro impianto ideologico. Politica e crimine vanno spesso a braccetto, non è una scoperta.

Perché un romanzo noir e non un saggio sul diritto internazionale?

In realtà ho scritto molti saggi su questi temi. Non considero il romanzo un semplice strumento per esporre il proprio punto di vista politico. Può esserci un contenuto politico ma non più di quanto non vi sia uno stile, una ricerca psicologica, storica, fantastica. La politica è solo uno degli aspetti.

In "Aquile e angeli" la scrittura aderisce alle percezioni corporee del protagonista. Si può scrivere con il corpo? C'è stata una ricerca linguistica?

I processi di scrittura sono organici, intuitivi. Quando scrivo mi concentro sulle percezioni fisiche. Non c'è alcuna decisione che preceda il romanzo. Non c'è stata una ricerca particolare, né una decisione consapevole, ho solo lasciato correre la fantasia. Si è trattato di un procedimento intuitivo. So, tuttavia, che in molta letteratura postmoderna la nozione di corpo è centrale, quasi un campo di guerra per esprimere conflitti, sensazioni, stati simbolici e linguistici. Ma non era questo il mio intento.

Intervista di Tonino Bucci - Liberazione -19/04/2005




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