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CINEMA

Jacqueline Bisset, 40 anni di cinema felice

E' lunga quarant'anni la carriera cinematografica di Jacqueline Bisset che nel 1965 debuttò con Non tutti ce l'hanno di Richard Lester: 61 anni, da icona sexy a madre casta di Gesù, l'attrice europea che da anni vive e lavora a Hollywood ha vestito tutti i panni dell'ampio guardaroba hollywoodiano. Ha recitato accanto a Frank Sinatra, Paul Newman, Jean-Paul Belmondo, per registi del calibro di Francois Truffaut, Claude Chabrol, Luigi Comencini, ora è l'inflessibile direttrice di un istituto per sole donne in L'educazione fisica delle fanciulle. Basata su una sceneggiatura, l’ultima, di Alberto Lattuada, la pellicola tratta da un romanzo del tedesco Frank Wedekind è ambientata nella Foresta Nera tra Otto e Novecento tra le allieve di un'accademia di danza vittime, oltre che del destino, di un corpo insegnante insensibile e intransigente. Girato in un monastero della Repubblica Ceca, il film, in cui recita anche l'italiano Enrico Lo Verso, è diretto dall’inglese John Irvin.

Lei ha lavorato con registi come Truffaut, Chabrol, Houston. Com'è andata con Irvin?

È stato bello. Ciascun regista ha il suo metodo. Di solito si trovano di fronte a due possibilità: chiederti di arrivare sul set con le battute studiate a memoria, pronta a girare, oppure di farti semplicemente un'idea del personaggio, senza andare troppo nello specifico, immaginando cosa potresti fare e dire sul set, lavorando con l'improvvisazione. Irvin sceglie la prima. È un metodo che mi piace perché senti che il regista sa quello che vuole da te e ti senti più al sicuro.

Con chi ha lavorato in modo diverso?

Con John Houston, era l'opposto. Dava pochissime indicazioni, non quello che dovevi fare. Spiegava un po’ l'atmosfera e poi ti lasciava da solo a provare e a trovare una via d'uscita. Poi tornava sul set e ti chiedeva di mostrargli quello che eri riuscito a mettere in piedi.

Ha mai avuto esperienze negative con registi?

Con Peter Sellers, quando abbiamo girato la parodia di 007. Mi trattava male. Ma era un periodo difficile per lui perché era malato e non si può giudicare il comportamento di una persona che soffre.

Come mai il suo personaggio nell’ “Educazione fisica”, la maestra Silvia De Santis, tratta male le sue allieve?

Da piccola ha sofferto per mancanza d'amore. È la direttrice della scuola, un ottimo posto che non vuole perdere. Deve allenare queste ragazzine perché il suo successo dipende da loro. Il film rispecchia il funzionamento della nostra società, regolata dalla sete di potere, dalla paura dell'insuccesso e dall'egoismo. Di solito sono gli uomini a sopraffare le donne, in questo film invece è lei a usare una sorta di violenza psicologica sulle allieve. Lo fa perché è egoista, non sa provare amore, non ha ricevuto amore. È un microcosmo della società, coi forti che schiacciono i più deboli, in fondo anche lei è una vittima.

Anche nel prossimo film, “Steppin’ Up: Save the Last Dance 2” lei sarà un'insegnante di danza: un caso?

Sì, anche se amo sul serio la danza. Ma lì sarò un'insegnante gentile e comprensiva anche se molto attenta alla disciplina.

Come mai questa passione per la danza?

L'ho sempre avuta. È un'arte che in pochi apprezzano. Molti guardano solo quanto alto è un salto o quanti giri fa la ballerina. Ma, come spiego alle mie allieve in “Save the Last Dance 2” c'è una grande differenza tra una brava ballerina e una grande artista.

Ce la spiega?

L'artista, nella danza classica, abbandona tutto il resto. La danza deve diventare un'ossessione, l'unica dimensione e l'unico motivo per cui vivere.

Per gli attori di cinema non è così?

No, per un attore è più facile. Forse non per un attore di teatro, ma chi fa cinema viaggia in continuazione, conosce altra gente, vede città diverse. Anche i ballerini vanno in tournée, ma sono sempre a fare le prove, devono allenarsi in continuazione. È un mondo che mi affascina ma deve essere durissima. La gratificazione arriva quando ti fondi con la musica sul palco.

Intervista di Francesca Gentile – L'UNITA' – 03/12/2005

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