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MUSICA

Nostalgia Jacques Brel

Avevamo l'eskimo verde e sognavamo rivoluzioni che sembravano a portata di mano. Avevamo l'eskimo verde e urlavamo per le strade la pace in Vietnam e la guerra dell'imperialismo americano. Avevamo l'eskimo verde e piangevamo la morte di Ernesto Che Guevara. E vedevamo sullo schermo quella faccia da meteque di Jacques Brel assaltare banche con la sua Banda Bonnot e portar via denari alle pance grasse, ai borghesi “che sono come i maiali, più diventano vecchi e più assomigliano alle bestie: hanno bruciato i nostri vent'anni...” Brividi di piacere, la sensazione che i conti tornano, che si può far tabula rasa. L'incoscienza, la forza delle immagini che conquista, l'immatura incapacità di mettere una distanza storica e ideologica tra di esse e noi.

Brel sul telone bianco del cinema era già una figura familiare, per molti di noi, anche se era capitato di rado di vederlo (in bianco e nero) alla televisione. Piuttosto ci era arrivato per via di quei pochi brani tradotti in Italia e principalmente per Gino Paoli, che aveva volto in italiano Ne me quitte pas, divenuto “non andare via”, che conteneva alcune perle come, appunto, “io ti offrirò perle di pioggia/venute da dove non piove mai”. Ma l'originale, trovato non ricordo come (forse circolava anche in Italia grazie alla Barclay), aveva ben altra presa, con quel “ne me quitte pas/ne me quitte pas/ne me quitte pas” che era secco, disperato, come se le parole mancassero di saliva, in confronto al conciliante italiano di “non andare via”, che pure in quegli anni di intensi innamoramenti politici era un bel sottofondo di incontri spesso troppo spregiudicati. E poi c'era Le plait pays, che non riesco a capire neppure oggi perché ci piacesse tanto, a noi che siamo pieni di montagne e colline.

Cattedrali e montagne

Ma forse è semplice: era la voce di Jacques Brel che penetrava nelle carni come una lama, era il vero scandito da quella voce di viscere, quelle “erre” che sembravano fresatrici e quelle descrizioni di cattedrali come uniche montagne, con un cielo così basso che un canale s'è perduto, che ci prendevano nella nostra parte indifesa, non so dove dentro di noi. Era forse lo stesso meccanismo messo in mostra da De André, che della canzone francese e di Brel si stava ampiamente pascendo. Eh sì, perché per quanto si sapesse che Brel era figlio del Belgio, dove era nato nel 1929, a Schaerbeek, la sua era canzone francese, un prolungamento di quella della Piaf e di Montand, di Trenet e di Becaud. Solo che appariva più pura e dura, meno compromessa con le esigenze del piacere a tutti i costi, più vetrosa e rispondente al malcontento di quegli anni.

Era dunque nato in Belgio, Jacques, il figlio di un piccolo industriale che produceva cartoni e che dimostrò subito si avere poca voglia di amministrare la ditta del padre. E scriveva canzoni che pochi ascoltavano. Ma lui, che frequentava le associazioni di solidarietà dei cattolici, continuava a scriverne, e a farle ascoltare agli amici di volontariato, come si dice oggi, fino a quando prese a cantarle nei cabaret di Bruxelles. Poi fece gli incontri giusti, ma il suo primo 78 giri arrivò con fatica e finalmente lui approdò a Parigi, la città che descriverà in maniera superba in Le prenom de Paris, con quel lento incedere di scoperte che allargano i suoi occhi curiosi e senza veli. E' il 1954, Jacques ha compito i 25 anni e subito dopo ecco l'Olympia, con Dario Moréno e Catherine Sauvage. Ossia, lui è il numero tre, come più avanti in Nord Africa quando in cartellone c'è quel Sidney Bechet che con Petit fleur ha conquistato il mercato discografico. Come nel 1957, quando gli tireranno la volata all'Alhambra di Parigi il vecchio Maurice Chevalier, insieme con Michel Legrand e Zizi Jeanmarie.

Ma ecco in quello stesso anno arrivare il “Grand Prix du disc” intitolato a Charles Cros (uno dei padri dell'invenzione del secolo, il disco piatto che ha sostituito il cilindro di Edison) che è come un definitivo viatico. Così il suo nome appare accanto a quelli di Gainsburg e di Aznavour e finalmente da solo all'Olympia in sostituzione di una recalcitrante Marlene Dietrich. E i francesi lo adottano subito, hanno in comune la lingua con in più un linguaggio asciutto e tagliente che pare un bisturi, più o meno come la sua voce, mentre la persona conserva una timidezza che sembra scontrarsi con l'aggressività vocale e con i versi delle sue canzoni. Nasce nel 1962 Le plat pays e fa subito passi da gigante. Nel 1963 Jacques appare anche al Bobino e due anni dopo va in Urss e poi a New York, e in Canada, per la consacrazione internazionale. Ma un anno dopo annuncia il ritiro sulle scene, e invece non si ritira perché comincia a fare film e dopo la Banda Bonnot di Fourastié, recita sotto la direzione di Cayatte, Molinaro, Carné, Lelouch.

Ma il progetto al quale tiene di più è la realizzazione de L'uomo della Mancia, nel quale Dario Moréno ha il ruolo di Sancho e che Brel tenta di mettere in scena nel fatidico '68.

Una scelta che lo avvicina ancor più all'utopia comune a milioni di giovani che in quell'anno – specie Parigi – vorrebbero l'immaginazione al potere. Ma Dario Moréno muore e il progetto subisce un rinvio. E' allora che a Londra va in scena una sorta di musical che proclama che “Jacques Brel è vivo sta bene e vive a Parigi”, e che resta in scena per ben cinque anni, a riprova di una popolarità davvero grande.

Poi comincia a circolare la voce di una sua malattia, un tumore a un polmone (quanto fumava, accidenti), e si sparge la notizia che Jacques acquista un veliero e annuncia di voler fare il giro del mondo. Ma no, Jacques, tu non vuoi fare il giro del mondo, tu vuoi andare a morire da solo, correndo intorno al sole e sulle acque primigenie, pensano tutti.

Leggende e delusioni

E comincia la leggenda che porta ad accrescere l'ammirazione verso di lui. Con qualche delusione. Ma che fai, Jacques, adesso ti compri un aeroplano per tornare in Francia e ritornare in quelle isole Marchesi dove hai lasciato la barca e ci rovini il bel sogno di pensarti come Don Chisciotte della Mancia che parte e va contro i mulini a vento dell'oceano sconfinato? E firmi pure nuovi contratti che ti legano alle case discografiche per decine d'anni? Ma allora ci hai raccontato balle, tu non stai per morire! Guarda che se abbiamo l'eskimo verde e facciamo a botte con la polizia e ci sentiamo eroi, abbiamo il diritto di sognare, di crederti immacolato e al di sopra dei vili calcoli monetari.

Povero Jacques, che vai e vieni da isole lontane. Che ti operi ad un polmone,per estirpare quel tumore che invece nel 1978 ti inchioda alla pale dei mulini a vento, e nessun Sancho Panza ti può rimettere in sella. Ma come, lo dicevi in una tua canzone che “i vecchi non muoiono, solo si addormentano troppo a lungo!”. Ma tu non sei vecchio. Non hai che quarantanove anni ed è una vergogna morire.

Già, ma anche l'eskimo verde è ormai da qualche parte in cantina e tu e lui ve ne andate assieme...Ma almeno tu riposi accanto a Gauguin, tu pittore della parola e della canzone. Riposi a Hira Oa, per chi capitasse da quelle parti e volesse deporre un fiore. E davanti a quella pietra che porta il tuo nome, volesse sussurrare “ne me quitte pas”, come farei io, e come invece faccio davanti ad un computer, che non ha vele.

Leocarlo Settimelli – L'UNITA' – 23/11/2002



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