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MUSICA

Bubola: tutto il mio mondo in un disco

Ci sono dischi che rappresentano fino in fondo il loro autore e al tempo stesso raccontano la realtà in cui viviamo. E' il caso di Segreti trasparenti, l'album che Massimo Bubola pubblica in questi giorni. Bisogna subito sottolineare l'autonomia di tutto il progetto, visto che Segreti trasparenti, uno dei primi cd italiani ad uscire nel nuovo formato Super Audio, è stato realizzato dalla Eccher Music, l'etichetta indipendente fondata dallo stesso Bubola, e sarà distribuito dall'altrettanto indipendente Self.

Un fatto anomalo, questo, che spicca ancora di più in un mercato asfittico come quello della discografia. Conosciuto per canzoni come Il cielo d'Irlanda e per la lunga e proficua collaborazione con Fabrizio De Andrè, Bubola si è costruito in questi ultimi anni quella che gli americani chiamarebbero “credibilità di strada”, suonando in lungo e in largo per tutta la penisola e raccontando storie come quella di Eurialo e Niso, in cui il famoso episodio dell' Eneide viene trasposto all'epoca della Resistenza. Sostenuto da una schiera di musicisti guidata dal violinista Michele Gazich – in Tornano i santi compaiono anche Mark Olson e Victoria Williams, esponenti di punta del nuovo folk rock Usa – il cantautore veronese ha realizzato con Segreti trasparenti la sua opera più completa e matura.

La prima cosa che si nota del suo nuovo album è il suono: acustico e molto distante dagli standard imposti dalle radio commerciali. E' il frutto di una scelta precisa?

Il suono in un disco è come la fotografia in un film. Ed è anche una scelta molto ideologica, una delle scelte stilistiche più rilevanti. Le chitarre acustiche hanno un suono greve, potente e io pensavo a una sonorità che fosse acustica ed evolutiva rispetto a quelle degli anni '70 e che avesse al tempo stesso una grande drammaticità e un legame con la canzone d'autore.

Anche gli altri strumenti disegnano un paesaggio suggestivo. Ci sono organi Hammond, violini, una pedal steel...ma alla fine, è sempre la voce ad essere centrale.

E' un po' come Wenders, che ha fatto tanti film sull'America, però con un gusto e una sensibilità profondamente europei. Noi siamo stati molto rassicurati per la produzione dai giudizi di Mark Olson, che era molto affascinato sia dal suono del disco sia da quello della mia voce. Diceva che noi siamo in una fase propositiva nei confronti di quelli che sono stati finora i nostri riferimenti e del pudore nel superarli. Dopo trent'anni che faccio musica e quarant'anni che suono, posso aver metabolizzato questi modelli per poi riproporli in un altro tipo di ottica.

La cura dedicata agli arrangiamenti si riflette in un modo strano sulle parti vocali. Il cantato diventa a tratti un parlato, lascia intuire più che sostenere le melodie. Quali sono le esigenze espressive di questa scelta?

La voce ha un bradisismo di quasi un tono ogni due o tre anni e invecchiando aumenta. Se si ascolta l'ultimo Cohen, ad esempio, le sue tonalità basse sono arrivate veramente ai limiti. D'altra parte a me non piace niente di enfatico. Non amo l'esibizionismo vocale italiano e preferisco sottrarre. Penso a Leonard Cohen, a Lou Reed, penso a dare un peso al testo.

Anche in questo album emerge nettamente quella che in passato lei ha definito una poetica. Forse però l'uso sempre sapiente delle metafore ha un poco attenuato i riferimenti a una realtà contemporanea che ha molto bisogno di voci come la sua.

C'è qualche canzone legata ai nostri tempi. Specialmente in Gennaio, per esempio, che parla di un lutto recente e di un mese in cui muoiono poeti come Gaber e De Andrè. La mia paradossale predilezione per l'ossimoro in titoli come Diavoli e farfalle, Doppio lungo addio, Amore e guerra, crea delle dinamiche forti. E' parlare alla nuora perché intenda suocera. Parlare del passato a volte ti avvicina di più le cose. Io volevo parlare molto del presente, quindi ho parlato molto del passato.

Facciamo un esempio...Mi ha incuriosito “Roger McClure”, che è anche difficile da collocare in un'epoca precisa e racconta un'Irlanda poco oloeografica.

Parla dei niños de rua...bambini, non adolescenti. E' ambientata in Irlanda fra le due guerre ed è un racconto che mi ha fatto un ragazzo durante uno dei periodi in cui ho vissuto lì. Roger McClure viene linciato dalla polizia, com'è successo in Brasile con i bambini uccisi dalle squadre della morte. Io volevo parlare di un fenomeno attuale parlando di una storia di quarant'anni fa. A volte la distanza ti allunga la vista.

Con questo album Massimo Bubola ribadisce la sua originalità nella canzone d'autore italiana contemporanea.

In questo periodo mancano canzoni epiche, mancano i dischi, e io mi sono fatto carico, se mi perdonate la scarsa umiltà, di ridefinire la centralità della ballata. Questo è un disco che ripercorre tutti i grandi temi della canzone e non è un disco minimalista che parla di Topolino amaranto, sofà, trumeau, tequile e donne umidicce. Parla di amore, di morte, di sacrificio, di lutto, di gioia anche. Parla di temi importanti dell'esistenza. Oggi in Italia di queste cose non parla più nessuno.

Bubola sarà a Mantova?

Sì...ma ho anche detto che non si fa niente contro nessuno. Essere anti-qualcosa vuol dire prenderla in un modo o nell'altro in considerazione. Non c'è bisogno di essere “anti”, io non ho un rapporto dialettico con il Festival di Sanremo. Anche un rapporto di odio è sempre un rapporto forte, come l'amore.

Intervista di Giancarlo Susanna – L'UNITA' – 17/02/2004

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