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MUSICA

Bubola: “Canto la guerra e al marketing non piace”

Da qualche anno Massimo Bubola pubblica con successo dischi con la sua etichetta, la Eccher. Ripercorrendone la carriera, cominciata accanto a Fabrizio De André, si scoprono due costanti: la qualità della scrittura e l'attenzione alla cultura popolare. Qualche mese fa Bubola ha deciso di realizzare un album dedicato alla Prima Guerra Mondiale, Quel lungo treno, recuperando brani tradizionali e scrivendone di nuovi.

Com’è nata l’idea di realizzare questo disco?

Nella mia infanzia le prime canzoni che ho imparato a cantare da mio nonno, che nella società patriarcale contadina veneta di allora soprassedeva all'educazione di noi bimbi, erano quelle della Grande Guerra. Ho avuto questo imprinting e proprio da lui ho capito, vedendolo commuoversi, lui che per ruolo non doveva piangere mai, la grande forza evocativa ed emotiva delle canzoni. Credo, capendolo prima col cuore e poi con la ragione, che questo sia stato uno dei motivi fondamentali per cui ho scelto di fare questo mestiere.

L’Italia è un paese privo di memoria storica, ma la Prima Guerra Mondiale è un caso ancora più grave di rimozione.

Credo che ci sia da almeno un decennio in atto un processo di smemorizzazione storica, ma questo fenomeno è più evidente nel nostro paese, anche per il lavoro di costante dilavamento delle coscienze da parte dei media in ambito soprattutto televisivo-commerciale e radiofonico. La storia, la coscienza e la capacità critica che essa crea, non piacciono al marketing, perché oppongono una qualche resistenza al messaggio. A tutto questo dobbiamo aggiungere che mentre in altri paesi occidentali c'è il culto per la propria storia e viene prodotta ogni anno molta letteratura e filmografia al riguardo, in Italia gli unici due film di una certa rilevanza sulla Prima Guerra Mondiale furono quelli di Rosi, Uomini contro, dal romanzo di Lussu, e poi La Grande Guerra di Monicelli. L'ultimo libro che ha avuto una certa eco è stato: La storia di Tönle di Rigoni Stern, ma risale ormai a più di vent'anni fa.

Crede a una funzione pedagogica della canzone?

Penso che ci sia un riflesso sociale in ogni azione che compiamo e che, al di là della bellezza e della bontà di un disco, sia giusto che esso indichi anche delle vie percorribili ai più giovani, che sono oggi sovrainformati su modelli senza speranze e contenuti e contemporaneamente disinformati sui grandi autori e sulle grandi canzoni, con la complicità di tante organizzazioni di spettacoli, anche nell'ambito della sinistra, in cui prevale un atteggiamento o superficiale o approssimativo specialmente sui contenuti. La letteratura del folk intesa come musica e liriche è una grande fonte a cui tutti i più grandi hanno attinto e che contemporaneamente hanno arricchito. È la musica che ha un più forte legame con il song-writing, come illustra ampiamente anche Bob Dylan nella sua recente autobiografia: prima di essere un grande poeta e un inventore di rock, Dylan era un cultore e un suonatore di folk.

Intervista di Giancarlo Susanna – L'UNITA' – 06/02/2006

La recensione di Marco Levi

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