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MUSICA

Buddy Guy: i Beatles? Figli del blues

E' il maestro del blues moderno di Chicago, l'uomo a cui Jimi Hendrix raccontava di dovere molto, l'uomo che i Rolling Stones negli anni Settanta chiamarono come supporto per un loro tour e che Eric Clapton ha inseguito per colorare alcuni suoi album di quegli assoli di chitarra istrionici. Buddy Guy è un quasi-vecchio della musica dell'anima, ha vissuto mezzo secolo di blues e rock suonando con Muddy Waters, Willie Dixon, Howlin' Wolf, B.B. King, facendo qualche compromesso ma continuando a macinare buoni dischi solisti (come quest'ultimo Blues singer, acustico e senza tempo). Lui, meglio di chiunque altro può raccontarci l'evoluzione di un genere che continua a fornire ispirazione, modi e profondità al rock delle giovani band di oggi, dai White Stripes a Ben Harper passando per i Black Rebel Motorcycle Club. E' da Chicago che ci parla, la patria del blues elettrico che molti anni fa lo accolse giovane e ispirato.

Ieri festeggiavo i 45 anni che sono arrivato qui in cerca di fortuna, era il 1957. qui ho incontrato tutti i grandi bluesman che amavo. Suonavano tutti qui, si ubriacavano e facevano festa: non potevo credere ai miei occhi. Era quello che avevo sempre desiderato. Del mio primo weekend a Chicago, dopo essere arrivato ragazzo sprovveduto dalla Louisiana, non ricordo niente da quanto mi buttai nella mischia. Il blues era dappertutto”.

E' stato difficile iniziare a suonare blues nell'America degli anni Cinquanta?

Sì, certo lo è stato. Da ragazzo povero e da nero naturalmente. Ma una cosa buona c'era: non c'erano tanti musicisti quanti ce ne sono oggi. Oggi la concorrenza è incredibile e la distanza tra la star della musica e il ragazzo alle prime armi è incolmabile. Io potevo andare la sera in un vecchio bar, vedere Muddy Waters e conoscerlo quando scendeva dal palco per farsi il suo drink. Succedeva così, in maniera spontanea, come d'altronde nel jazz. Allora c'era il jazz, il blues e poi, poco dopo, il rock and roll. Oggi faccio addirittura fatica a contare i generi musicali che sono nati. Era un altro mondo, e un'altra musica. Suonavamo perché amavamo la musica, non perché amavamo i soldi.

Il blues rimane, oltre che una musica vivissima, anche un patrimonio culturale da riscoprire. Crede che in questo senso sia utile l'operazione lanciata dal Congresso americano con l'elezione del 2003 ad “Anno del blues”?

Un piccolo aiuto lo può dare. Anche perché...io non so come sia da voi in Italia: è normale ascoltare musica blues alla radio? Ecco da noi non è così scontato e non lo è mai stato. Negli anni '40 e '50 il blues era stigmatizzato: non lo programmavano perché dicevano che i testi non andavano bene, erano troppo forti. Oggi senti le radio e nel 05 per cento dei casi ascolti hip hop, che è ugualmente una musica che descrive, spesso duramente, le condizioni di vita dei neri, e ti chiedi: come mai il rap sì e il blues no? Ma ti dico una cosa: io non ho mai smesso di suonarlo nonostante tutto, nonostante non abbia avuto il mercato che si meritava, perché lo amo.

Crede davvero che l'hip hop sia l'evoluzione naturale, al livello di contenuti del blues?

Sì, con le dovute differenze. Mia figlia fa musica e un giorno è venuta da me e mi ha detto: Buddy, voglio fare un disco hip hop, vuoi suonarci sopra? E io le ho detto: certo tesoro, in fin dei conti facciamo la stessa cosa, parliamo della vita di ogni giorno! Il blues è stata la benzina che ha incendiato tutta la musica a seguire.

Cosa ricorda del suo primo incontro con Jimi Hendrix?

Eravamo da qualche parte a New York, un giorno che non dimenticherò mai, perché avevano ucciso Martin Luther King. Io ero eccitatissimo perché era la mia prima volta nella Grande Mela. Poi qualcuno mi disse: lì c'è Hendrix che ti vuole conoscere. Fantastico dissi io, era da tempo che volevo fare una jam con quel ragazzo. Mi disse che era venuto apposta, che mi seguiva da tempo e che aveva rubato molti miei giri di chitarra. Così da allora, tutte le volte che andavo a New York, improvvisavamo qualcosa.

Come accolse la novità del blues inglese?

I Led Zeppelin, i Cream e band del genere hanno fatto cose meravigliose. E poi Eric Clapton mi ha ripescato dopo anni di assenza facendomi suonare con lui. Ma la prima volta che sentimmo alcuni di loro dalle nostre parti, quando arrivarono assieme ai Beatles in quella che chiamavano la British invasion, dicemmo: ferma tutto ragazzi! Questo non è niente di nuovo! Questo è Howlin' Wolf, Muddy Waters, Chuck Berry. Perché dicono di fare cose nuove? Piuttosto dovrebbero dire: eccoci, siamo gli inglesi che amano il blues, vi piace?

Intervista di Silvia Boschero – L'UNITA' – 30/09/2003



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