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MUSICA

Burdon: “Sono un vero Animal”

Non saremo certo i primi a dire che quella di Eric Burdon è una delle voci più belle e importanti della storia del rock. Chi non ha ascoltato almeno una volta The House Of The Rising Sun? La versione di questo tradizionale registrata da Burdon con gli Animals segnò nel 1964 una svolta davvero epocale nel passaggio dal folk al folk rock e influenzò in modo decisivo anche Bob Dylan. I diritti dell'arrangiamento hanno arricchito l'organista Alan Price, ma la forza di The House Of The Rising Sun è nella vocalità prepotente di Burdon. Possiamo leggere la vicenda della sua carriera come una continua tensione per superare la risonanza planetaria di quel successo e di canzoni come Boom Boom, Don't Let Me Be Misunderstood o We Gotta Get Out Of This Place ("dobbiamo lasciare questo posto"): dall'atmosfera satura di carbone di Newcastle Upon Tyne, nel nord dell'Inghilterra, al palco leggendario del Festival di Monterey, dal suono nero degli War alla collaborazione con il fratello bluesman Jimmy Witherspoon, per arrivare a My Secret Life, il suo album del 2004. Il concerto del Festival Blues di Isola del Liri (Frosinone) di qualche giorno fa (e ieri era al Pistoia Blues festival) ha tenuto conto dei classici, ma non ha trascurato brani di My Secret Life come Once Upon A Time o la splendida Factory Girl, in cui Burdon ha dato ancora una volta prova della sua maestria nel trattare la tradizione. Lo abbiamo incontrato poco prima che salisse sul palco per una conversazione in cui è emerso un amore per il cinema (film preferito: La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo) che viene perfino prima di quello per la musica.


Lei arriva da San Francisco...


Non vivo a San Francisco, ma più a sud, vicino a Los Angeles e alla frontiera con il Messico. Ero là perché dovevo fare uno spettacolo, un concerto per i Gentlemen Killers, un'associazione di veterani del Vietnam. Avevano uno dei loro raduni e volevano che io cantassi We Gotta Get Out Of This Place per ricordare loro "i giorni della gloria". Quando ho chiesto loro il perché, mi hanno detto che era la loro canzone preferita e che volevano mantenere la memoria del Vietnam.


È vero che ai tempi degli Animals c'erano delle canzoni - tra cui mi pare anche questa - che lei non avrebbe voluto incidere?


We Gotta Get Out Of This Place mi è piaciuta subito. Ce n'erano altre che non mi piacevano. Ce ne sono un paio che non mi piacevano e che ho finito col registrare, cosa che ho rimpianto per tutta la vita.


Si è parlato di un conflitto costante tra lei e il produttore Mickie Most.


Mickie Most non era un grande produttore, ma sapeva scegliere le canzoni più commerciali. In questo era molto bravo. L'unica cosa in cui avevamo ragione noi come gruppo e torto lui, è stata la canzone più grande che abbiamo mai inciso, The House Of The Rising Sun. Lui pensava che avesse troppi riferimenti al sesso, che fosse troppo lunga... forse la cosa che gli piaceva di meno era proprio che fosse così lunga. Pensava che i dj non l'avrebbero passata alla radio, ma c'erano dei singoli divisi in due e i dj suonavano la parte uno e la due. Con l'arrivo del cd il problema è scomparso, ma i produttori continuano a non amare le canzoni lunghe. A me invece piacciono, mi piace che una canzone mi prenda e mi porti via.


In questi giorni, dopo le performance al Live 8 di band come Who e Pink Floyd, si è parlato molto di "anziani alla riscossa". Lei ha cominciato cantando con un vecchio bluesman come Sonny Boy Williamson e ora il cerchio si sta chiudendo.


Sono contento che lei lo dica, perché non lo fa nessun altro. Dicono tutti che il rock'n'roll è "giovani giovani giovani", ma non è vero. Chuck Berry aveva sicuramente più di trent'anni quando era sulla cresta dell'onda. John Lee Hooker ne aveva quaranta. Anche Eddie Cochran e Buddy Holly non erano dei teen-agers. È l'America, ad aver costruito un mito sulla gioventù. Abbiamo sfruttato e mitizzato la giovinezza e abbiamo paura della vecchiaia.


Non si è stancato di cantare "The House Of The Rising Sun"?


Mi piace cantarla, ma non mi piace parlarne troppo.


È per la storia dei diritti di cui si è impadronito Alan Price? Ho letto qualcosa a proposito.


Quello che ha letto è vero. Ma non mi importa nulla. Howard Hughes era forse l'uomo più ricco del mondo e con tutti i suoi soldi è morto da solo con degli aghi spezzati in tutto il corpo. Era un drogato, era un vecchio solo e triste e aveva più soldi del governo americano, aveva più potere di chiunque nel governo. Avevano lavorato per lui per anni senza neppure saperlo. Cos'è il denaro? Certo mi ferisce il fatto che ero in un gruppo di fratelli e che uno di questi fratelli ha deciso di prendere qualcosa che non gli apparteneva.


Gli Animals erano un gruppo formidabile, ma il loro cantante è uno dei più grandi.

Ma in Inghilterra mi devo battere per ottenere la proprietà del nome Animals.


La critica le deve ancora qualcosa? Ci sono dei libri sugli Animals e su di lei?


Due. Uno in Grecia e uno in Germania. Ma non mi aspetto nulla dall'Inghilterra. Io sono fuori dal giro perché vivo in America. Non sono desiderato e non hanno bisogno di me. Ne prendo atto: me ne sono andato. Ma avevo le mie ragioni. E ancora oggi non vedo il mondo con gli occhi di un americano. Non sono americano. E neppure inglese. Non so a quale posto appartengo e neppure a chi appartengo. Non mi importa neanche molto. Ci sono segmenti della mia infanzia a Newcastle che mi legano a una specie di punto di vista storico e questo è il motivo per cui voglio fare un film sull’argomento. Da bambino vedevo il fiume che scorreva in mezzo alla mia città. Per me era il Mississippi. Io sapevo che dovevo arrivare a New Orleans, perché stavo in un club jazz che si chiamava così. Era a duecento metri dal fiume. Volevo vedere il Mississippi, il grande fiume. Solo per poi scoprire che è la stessa acqua che scorre attraverso la tua città, che scorre anche qui (indica la finestra).


Cos'è che la spinge ancora a cantare?


Be' non mi lasciano fare dei film, ma mi lasciano fare dei dischi. Il motivo per cui ho inciso Factory Girl, per esempio, è che c'è un film che vorrei fare. Ce l'ho già tutto in testa. Quando ero piccolo mia nonna mi cantava questa canzone in gaelico. È una canzone irlandese, ma mia nonna era scozzese, c'è un legame forte tra Scozia e Irlanda. Quando hai dei ricordi come questi, devi farci per forza qualcosa.


Qual è stato il periodo più bello della sua carriera?


Gli anni migliori della mia vita sono quelli che precedono la nascita degli Animals. A 17 anni ero a Parigi, quando l'esercito francese invase la città e fu dichiarata la legge marziale. Ero proprio lì, in preda all'emozione per gli incontri con i musicisti blues e jazz che ci vivevano. Ho fatto amicizia con Memphis Slim, ho conosciuto Chet Baker e Bud Powell. La mia prima esperienza americana l'ho avuta a Parigi. Era colorata, romantica, violenta. Ci sono stato benissimo ed era anni prima degli Animals. Si può paragonare una jam con Memphis Slim davanti a 25 persone in un club con un concerto con gli Animals? Penso di no. Andare a New York con gli Animals, avere successo, sentire la stampa americana che ci sosteneva e i ragazzi che urlavano ai concerti era eccitante, ma di sicuro non era la cosa migliore. La cosa più bella era andare ad Harlem, al Sainte Teresa Hotel dove erano passati Malcolm X, Mohamed Ali, Marvin Gaye, Che Guevara, Fidel Castro... Ogni piano di quell'albergo era un pezzo di storia.


Intervista di Giancarlo Susanna – L’UNITA’ – 11/07/2005



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