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MUSICA

Caetano la voce di Bahia

“La mia voce, la mia vita”, canta Caé sotto la luna di Perugia. Basterebbe solo quella voce sottile e potente, melodiosa e vibrante per rendere indimenticabile questa notte di Umbria jazz, ma la fortuna ci ha regalato qualcosa in più: una chitarra, e dietro di lui, la luna piena che illumina a giorno: “Lua, lua, lua lua”, intona a metà concerto nel silenzio di migliaia di persone che osano di quando in quando accennare i testi a memoria. “Meu canto não tem nada a ver com a lua”, il mio canto non ha niente a che vedere con la luna, sussurra in quel pezzo della metà degli anni Settanta, e, come al solito, si sottovaluta. La verità è che mette sopra gli ormoni, sarebbe capace di spostare le maree. Solo voce e chitarra per un'ora e un quarto ad apertura del suo tour: un concerto per brasiliani, dicono orgogliosi i brasiliani sotto il palco, convinti di essere gli unici a poterlo apprezzare pienamente in questa forma minimale.

Invece non è così: è la quintessenza della bossa nova che gioca con il pop intellettuale, è il momento che lo avvicina intimamente al suo maestro João Gilberto, è il miracolo messo a nudo della sua genialità di cantante, compositore di straordinarie poesie, e anche di chitarrista. Quello strumento che da sempre dice di non saper suonare, sottolineando di continuo il suo debito nei confronti di quello che chiama “un artista vero”, l'amico fraterno Gilberto Gil, oggi ministro della cultura: “Gil non mi ha mai dato lezioni di armonia o di tecnica chitarristica, ma vederlo suonare e cantare mi disinibì nei confronti della musica. Gil portava il mistero celestiale della bellezza della bossa nova alla portata delle mie dita”, scrive nella sua autobiografia Verdade tropical.

L'inizio del concerto è un tuffo nell'immaginario del carnevale con Os passistas, e poi è l'emozione di Força estranha, registrata nel 1980 per un'altra baiana della rivoluzione tropicalista, Gal Costa, che rivela il segreto della sua passione: quella “strana forza” che lo fa cantare da metà degli anni Sessanta ad oggi dopo essere passato attraverso la provocazione hippie degli anni sessanta, l'esilio forzato sotto la dittatura dei colonnelli e la consacrazione mondiale: l'arte come fonte di vita e viceversa.

Nell'arco delle venti canzoni (solo un'ora e un quarto di concerto per lasciare il palco alla parformance di Tony Bennett), c'è stato comunque spazio per tanto Caetano: quello degli esordi con Coraçao Vagabundo, quello degli anni Settanta (di Trilhos urbanos, Menino do Rio, O Leãozinho, Lua, lua, lua), Ottanta (Sonhos di Peninha, Você è linda e una bellissima versione di O estrangeiro), dei lavori più recenti con Soninho, Mimar você, Sampa, A luz de Tieta, Desde que o samba è samba (dal disco a quattro mani con Gil Tropicalia2) e quello del successo mondiale di Cuccuruccu Paloma, inciso per Fina estampa ao vivo ma esploso dopo l'apparizione nel film dell'amico Pedro Almodovar Parla con lei.

E poi ancora l'immancabile omaggio alla sua amata Italia con Volare ( a lui è concesso, con quell'impostazione ingenua e sincera da “dolce baiano”), e l'anticipazione del nuovo disco di standard americani e inglesi, atteso per la fine di quest'anno, con Stardust. “E' un disco che conterrà cose come Sophisticated Lady, The Man I Love, Cry me a river, ma anche pezzi giamaicani, di Trinidad e canadesi. E poi una versione di Feeling, che tutti ricordano cantata da Sinatra ma in realtà fu scritta nel 1975 da Morris Albert, un brasiliano che faceva di tutto per sembrare americano”, racconta poche ore prima del concerto senza citare gli altri nomi che girano per il nuovo disco: i Nirvana e Cole Porter.

E' un Veloso in gran forma quello che si ripresenta in Italia, un Veloso che parla di cinema (non amo il mega cinema americano sullo stile Matrix reloaded, mentre adoro L'assedio di Bertolucci oltre il mio amato Almodivar: un misto di Godard, i drammoni messicani degli anni Cinquanta e le commedie anni sessanta alla Doris Day”), di musica (e lo scopriamo amante di Madonna, Bjork, Jill Scott, Laurin Hill, ma soprattutto dei rapper di strada Racionais Mc's e dei Nação Zumbi), ma anche di politica, quando dice di non amarla affatto: “Se mi avessero offerto il ministero della cultura avrei detto di no, non mi sento a mio agio con il potere ufficiale. Per Gil è diverso, per lui questo rappresenta una grande realizzazione, anche se l'impresa è difficile: il suo è il ministero più povero del Brasile, ma è importante che sia stato scelto: è un uomo conosciuto in tutto il mondo, è nero, ha suonato per trent'anni musica popolare”.

Ed è un Veloso, che nella serenità dei suoi sessantun'anni portati benissimo, si scopre liberale, dopo una vita vissuta da “dissidente”: “Non sono mai stato ben visto dalle sinistre brasiliane anche durante gli anni Sessanta e Settanta. La sinistra tradizionale non ci approvava per il nostro flirtare con la musica americana, mentre la sinistra nuova ci considerava degli anarchici. Forse avevano ragione: oggi mi sento più liberale che marxista”. E che pi, dà una stoccata alle sinistre europee: “Lula, il nostro presidente, è un uomo e un politico limpido, cosa rarissima in Italia, figuriamoci in un paese dell'America Latina. E' un uomo reale che ha a che fare con i problemi di un paese reale. Per questo non bisognerebbe caricarlo di tutte queste responsabilità. In Europa tutte le sinistre lo guardano come una speranza. Lula rappresenta la compensazione delle frustrazioni delle sinistre europee”.

Silvia Boschero – L'UNITA' – 14/07/2003



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