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MUSICA

Caetano: “Capisco l'America ma non mi adeguo”

Caetano Veloso lo “straniero”, come si autodefinì in una sua vecchia canzone, torna ad esibirsi in quella che potrebbe essere la sua seconda patria, un'Italia che lo ama e che ogni volta gli stende un tappeto rosso di ammirazione. Di ritorno dagli Stati Uniti, dove ha suonato il giorno stesso delle elezioni presidenziali, domani sarà a Milano e mercoledì e giovedì a Roma nell'ambito della rassegna “Santa Cecilia It's wonderful” promossa dalla Provincia, per presentare finalmente dal vivo la sua ultima fatica, A foreign sound, il disco dedicato alle canzoni in lingua inglese, da Cole Porter a Bob Dylan. Ancora un doppio salto avvitato in un repertorio che non gli è proprio, ma che, con la solita eleganza, finisce per calzargli a pennello. Straniero dentro le canzoni anglosassoni come lo era stato anni fa nel repertorio della tradizione latinoamericana reinterpretato magistralmente per il disco Fina Estampa, quello che ci ha consegnato l'ormai celebre versione di Cucuruccuccu paloma.

In scaletta, tra i pochi brani del suo carnet originale, in portoghese, c'è “Estrangeiro”. Un caso?


Adoro quella canzone e in questo caso era inevitabile inserirla in scaletta, perché il tema del concerto è proprio quello del “suono straniero” che conquistò il mio paese. Così anche le altre canzoni portoghesi che canto, hanno tutte a che fare con la presenza della musica americana in Brasile attraverso gli ultimi decenni. Per lo stesso motivo ho scelto di cominciare con N?o tem traduç?o, un pezzo della fine degli anni Venti di Noel Rosa che parla proprio dell'esplosione del suono americano in Brasile in quegli anni, e di proseguire con uno di Assis Valente e con Adeus Batucada, una canzone scritta da Synval Silva appositamente per Carmen Miranda, la diva col casco di banane in testa che ai tempi era considerata una cantante “americanizzata”


Come reagisce il pubblico anglosassone a questo repertorio?


E' un concerto dove non canta, si ascolta tranquilli, seduti. Ieri con la bravissima London Serious String, a Roma con la Roma Sinfonietta. Non è facile, perché in ogni città suoniamo con l'orchestra locale e abbiamo solo un giorno per provare, ma forse proprio per questo è più divertente.


Cantando queste canzoni ha capito qualcosa in più della cultura americana?


Sì, cose molto sottili...Ad esempio il fatto di quanto sia difficile per loro rendersi conto, accettare, di avere nello stesso dna cose come Stevie Wonder, Bob Dylan, i Nirvana, e al contempo Gershwin e Cole Porter. Come se fosse un paese diviso, cosa che di fatto è. Ero a suonare in America il giorno delle elezioni, ed è stato molto interessante notarlo proprio in quella occasione.


La musica popolare (il caso del “Vote for change tour” per Kerry capitanato da Springsteen e i Rem) non riesce più a parlare alle masse?


Questo non è del tutto vero. Ha parlato alle masse, ha fatto rumore, ma non è bastato. Ma si sapeva che l'americano comune avrebbe votato per Bush. Non si possono affrontare miti come Dio o i grandi valori morali, la paura dell'omosessualità, del terrorismo. Sono temi che Bush come uomo forte aveva promesso strenuamente di difendere.


Intervista di Silvia Boschero – L'UNITA' – 07/11/2004



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