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MUSICA

Califano: la mia leggenda triste

Una notte, dopo un silenzio di spine e dolore, la chiama. Solo una telefonata. Lei è sconcertata, confusa. Ma lui le dice: di notte non dormo, lo sai, volevo sapere di te, in questi anni ti ho pensato mille volte. E poi una frase dura e dolcissima insieme: non escludo il ritorno.

Con la più bella canzone del Festival, "Non escludo il ritorno" scritta con Federico Zampaglione, leader dei Tiromancino, Franco Califano si prepara a conquistare Sanremo. Lo farà con il sorriso rapace, la scanzonata libertà dei solitari, la fama di avventuriero, non solo di cuori, pagata con il coinvolgimento in inchieste per droga, armi e camorra. Anni disperati, mesi in carcere, assoluzioni, una vita di baldorie, cadute e clamorose resurrezioni, accompagnate da successi come "La musica è finita", "Una ragione di più", "E la chiamano estate", "La mia libertà", "Tutto il resto è noia".

Mille canzoni per il Prévert di Trastevere, nato a Tripoli, 66 anni, un'infanzia pasoliniana, l'eterna riconoscenza dei romani "per aver scritto le più belle pagine della canzone dialettale", una laurea honoris causa in filosofia dall'Università di New York. E i giovani, musicisti e non, che lo considerano una leggenda, un vero ribelle che paga sempre il conto.


Califano, lei cosa ne pensa?


Se il paragone non è irriverente, sono un po' l'Aznavour e il Bécaud della canzone italiana, quella vera. Ma soprattutto sono il giovane vecchio, il mio pubblico ringiovanisce, quindi sento di essere unico.


E perché piace ai giovani?


È un mistero, una cosa mai vista prima in Italia dove a quarant'anni ti buttano nel cesso. Forse i giovani capiscono che sto dalla loro parte, che non fingo. Sono diventati la mia famiglia, sanno che ho avuto una vita molto avventurosa, ma con un certo spessore. Sono credibile e i giovani vanno sempre in cerca di gente credibile.


Più che credibile, sarebbe meglio dire terribile, no?


In un certo senso, è vero. Una ragazza mi ha detto una cosa da pelle d'oca: "Tu non hai bisogno di morire per diventare leggenda". Che bella frase.


Ma lei fa il cantante, che c'entra la leggenda?


Perché un giorno si scriverà tanto su di me. Perché sono sempre stato diverso dagli altri, non ho mai perso dignità e non ho mai avuto tessere. O fatto e disfatto tutto da solo. Sono caduto all'inferno e sono tornato come se nulla fosse. Ecco perché sono una leggenda.


Si rifà vivo anche nella canzone del Festival.


Sì, chiamo questa donna e le voglio dire tante cose: che avevo sbagliato, non era vero che mi ero stancato di lei. Quello sono proprio io: magari potevo trovarla a letto con un altro, ma non importa, per me lei mi stava aspettando.


Per questo canta: "non escludo il ritorno"?


Lo so, è un po' presuntuoso, ma vuol dire che la speranza rimane aperta, che ci si potrà rivedere e che forse pure io abbandonerò la mia solitudine, per tornare con lei.


Lei è un uomo solitario?


Sì, sto bene da solo, la solitudine equivale alla libertà, è la stessa cosa. E quindi la mia non è emarginazione, ma proprio solitudine cercata, Potrei anche sposarmi domani e innamorarmi domani perché oggi sono maturo, ma vorrei vivere comunque in due case diverse.


Lei ha amato molto?


Tanto, ma sono stato riamato mille volte di più. Io amavo in maniera passionale, invece le donne hanno sempre bisogno di un alibi, di metterci in mezzo anche il sentimento.


I tipi come lei, le donne li chiamano bastardi.


Bravo, sì, il mio primo album si chiama proprio "Un bastardo venuto dal sud". Ne ho fatte soffrire tante, lo so, ma è il mio carattere.


C'è una canzone che la rappresenta, oggi?


"Tutto il resto è noia" perché io fra la gente mi annoio: è così difficile scambiare due parole seriamente o fare dell'ironia. La gente giusta c'è, naturalmente. Si vede che io sono particolarmente sfortunato.


Mai avuto amici avventurieri come lei?


Sì, come no, quelli del bar. Quelli della mia giovinezza: uno faceva il bagarino, uno il geometra, l'altro l'architetto. Adesso hanno tutti famiglia tranne un paio, con figli, ma non li vedo più volentieri. Non è che non gli voglio più bene, ma vederli invecchiati e ingrassati mi fa un po' di tenerezza. Anzi, mi mette l'angoscia.


Nessun amico famoso?


Sì, Robert De Niro. Siamo molto amici, quando viene a Roma ci vediamo ma lo sento poco. Perché, piano piano, quando si vive lontani si finisce col distaccarsi lentamente.


Lei rifarebbe tutto, comprese le storie che le hanno provocato guai giudiziari?


Tutto, tutto, perché mi ha aiutato a capire l'onestà, la lealtà degli altri, l'amicizia vera, mi ha fatto più uomo.
C'è una donna alla quale dedicherà la canzone del Festival?


No perché, se devo essere sincero, a me di notte, più che di ritorni, piace parlare di cose osé. È il mio modo di amare.


Intervista di Renato Tortarolo – IL SECOLO XIX – 20/02/2005



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