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CINEMA

In quei ragazzi coraggiosi l'utopia del cambiamento

Mimmo Calopresti è uno dei tanti calabresi che ha lasciato la Calabria per fare il suo mestiere, per lavorare. È regista, attore, sceneggiatore, ha 50 anni, sono suoi film come Preferisco il rumore del mare del 2001 e La felicità non costa, del 2002, è passato al festival di Cannes, ha lavorato per la Rai e girato un documentario intorno alla Fiat. Bastano poche parole al telefono per intuire che quanto è accaduto ora in Calabria risveglia in lui pensieri che sono sempre lì, nella testa: a una sfiducia verso lo Stato il regista contrappone la necessità, quasi l'urgenza, di creare un'utopia, un sogno per i ragazzi calabresi. Sono loro la speranza, vanno “ammirati”, dopo il coraggio dimostrato scendendo per strada. Calopresti, per usare un'espressione un po' abusata, vuole pensare positivo.


Cosa ha pensato quando ha saputo dell'assassinio di Fortugno?


Ho pensato che la gente avrà sempre più paura, starà più attenta e non dirà una parola di più invece di essere più liberi. Ho vissuto così anche io, sono nato nella parte di Reggio Calabria.

Come sconfiggere questo male?

Vorrei che la Calabria diventasse un posto a cui pensare in termini positivi, come un luogo di vacanza e di mare. Vorrei che si pensasse a costruire qualcosa che permetta di sperimentare, di creare aree in cui la gente lavora, progetta, in cui arrivano altre persone che non vivono lì e si incontrano con i ragazzi che vogliono progettare come vivere. Il problema è che questo non si realizza mai. I giovani, nell'età in cui progettano la loro vita, alla fine sbattono contro l'impossibilità di realizzare i loro sogni. Invece bisogna uscire da questo mondo chiuso e di miseria.

C'è l'ostacolo della criminalità.

La criminalità c'è, uccide e fa quello che gli pare perché è uno dei motori di realizzazione e dei progetti di vita. Quando sono tornato in Calabria per lavorarci ho trovato il solito deserto: dal punto di vista creativo può essere stimolante ma per la vita non lo è. Però c'è la possibilità di cambiare.

Nel 2001 il ministro Lunardi disse che gli imprenditori dovevano imparare a convivere con la mafia.

No, con la criminalità e con la mafia non si può convivere. Chi vive lì deve costruire cose diverse. Mi rendo conto di dire qualcosa di utopistico e che è difficile, ma è dall'utopia che si sconfigge la triste realtà di tutti i giorni. La realtà calabrese ha bisogno di questa utopia.

Ai funerali di Fortugno si sono visti tantissimi ragazzi.

Ecco, questa mi sembra la cosa forte, importante, i ragazzi scesi per strada. Sono loro che devono reagire, allargarsi, trasformare i desideri. Meritano la nostra ammirazione, considerato come si sono spesi in un posto dove è difficile fare qualsiasi cosa. Lì c'è da inventare tutto.

Confida, come si suol dire, nell'azione dello Stato?

Non credo più allo Stato. Sì, avrebbe dovuto fare, ma non lo ha fatto. Partiamo invece dai ragazzi che si mobilitano e dal loro coraggio. Noi dobbiamo dire loro: vi ammiriamo e se volete vi diamo una mano per costruire qualcosa di diverso, di nuovo.

Intervista di Stefano Milani – L’UNITA’ – 20/10/2005


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