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MUSICA

I canti di Allah

La musica della civilizzazione islamica è uno dei segni più eccelsi della civiltà di ogni tempo

Censura, sport antico

La dignità della musica

Non toccate Nusrat

Quel rocker di Satana

Mujaheddin, vizi e virtù

Noi che non conosciamo gli infiniti suoni dell'Islam

Agli orecchi dell'opinione pubblica di mezzo mondo l'apocalisse newyorchese; l'inferno dell'Afghanistan; l'incubo della jihad, le nuvole minacciose e indecifrabili che si addensano sulle teste di tutti noi, hanno una implicita colonna sonora il cui testo recita: “Allah'u akbar”, Allah è grande. Chiunque sia stato anche una sola volta in un paese islamico conosce bene queste parole con le quali si apre l'adhan, l'appello del muezzin che cinque volte al giorno giunge dal minareto per chiamare i fedeli alla preghiera.

In questa metamorfosi di una professione di fede intesa ormai come grido di guerra c'è qualcosa di mostruoso. Quella mostruosità che, da secoli, solo la falsificazione teologica piegata a ideologia totalitaria, alibi guerrafondaio, giustificazione per stermini di massa, riesce a produrre: “Dio lo vuole”, “Gott mit uns”, “Allah'u akbar”, appunto. Stretta in questo ingranaggio, la musica della civilizzazione islamica – uno dei monumenti più eccelsi dell'arte e della civiltà di ogni tempo – vive un'odissea infinita, patisce gli effetti devastanti di una società civile tuttora governata da un sistema teocratico e subisce lo stupro multiplo delle ideologie, delle realpolitik, delle strategie mediatiche contrapposte.

La notizia che il regime sunnita dei talibani aveva bandito ogni tipo di musica e tolto di mezzo senza tanti complimenti quei musicisti maldisposti a piegarsi ai loro diktat, ha fatto il giro del mondo. Anni addietro, in Iran, fu Khomeini a fare da apripista in questa condanna della musica, che egli definiva “oppio della gioventù”. Ma questo attivismo forsennato vanta militanti non meno solerti, dai terroristi algerini (la lista dei musicisti caduti sotto i loro colpi è lunga: Cheb Hasni, Cheb Aziz, Lila Amara, Rachid Baba, Ali Ahmed, Lounés Matoub...), ai gruppi integralisti egiziani che alla fine degli anni '80, giunsero a minacciare di morte persino un grande autore come Mohammed Abdel-Wahab, universalmente amato e ammirato in tutto il mondo arabo.

Censura, sport antico

In realtà la censura della musica è uno sport antichissimo. Con esso si sono fatti i muscoli papi, inquisitori, mullah, dittatori e codini varia caratura. In parecchi ricorderanno la minicrociata imbastita qualche anno fa nel nostro paese contro il rock in quanto musica satanica. Pochi invece ricorderanno la Roma dei Sei e Settecento, quando i papi erano soliti imporre la chiusura dei teatri d'opera come luoghi di perdizione. Al pari dell'Islam, tutta la storia musicale dell'Occidente cristiano è costellata di ricorrenti rigurgiti censori, all'insegna della moralizzazione dei costumi o della restaurazione di una musica liturgica più castigata: dall'America dei quaccheri (o di Tipper Gore), ai “bruciamenti della vanità” di Girolamo Savonarola, alla famigerata crociata contro catari e albigesi il cui obiettivo fu la distruzione della cultura laica fiorita nel sud della Francia e che, grazie all'accanimento dell'Inquisizione nel perseguitare musicisti e poeti, riuscì a disperdere l'ambiente trovadorico (si arrivò al punto di proibire – pena l'accusa di eresia – anche solo di canticchiare per strada le canzoni dei trovatori).

Così come le altre religioni fedeli alla Bibbia, da sempre l'Islam ha dei conti in sospeso con la musica. Musica-canto-danza-corpo-ubriachezza-lussuria-peccato-vizio-Satana: cristiani, ebrei e musulmani sono accomunati nel millenario chiosare questo crescendo ossessivo e sessuofobico; mai presente apertamente nei testi sacri, ma sempre aleggiante nella tradizione dei padri dove dilagano ammonimenti e divieti a non finire. Storicamente la diffidenza nei confronti della musica da parte delle tre religioni monoteiste sembra derivare in parte dalla comune reazione alla sopravvivenza dell'antica tradizione pagana mesopotamica, dove la musica era largamente affidata a interpreti femminili particolarmente abili nel canto, nella danza e in ogni arte di dare piacere all'uomo. Ne sono un esempio le celebrate qaynat, schiave particolarmente avvenenti che in epoca pre-islamica, nelle corti e nelle città della penisola arabica, allietavano le notti dei signori o dei clienti facoltosi. Di questa realtà Maometto fece esperienza diretta, e ciononostante il Corano non si abbassa a fare giustizia sommaria della musica, anche perché essa vantava avvocati autorevoli fra i quali – uno per tutti – Re Davide con la sua arpa e i suoi salmi. In effetti nel Corano non c'è nessun giudizio esplicito sulla musica, né pro, né contro, ma gli hadith pullulano di sentenze che definiscono la musica haram (proibita) e interpretano alcuni versetti del Corano – là dove si menzionano la voce seducente di satana, il crogiolarsi nelle vanità o in discorsi oziosi che sviano dalla fede – come una condanna della musica in quanto tale.

La dignità della musica

Poniamo che oggi in Germania un'autorità religiosa si scagli contro la musica in quanto moralmente corruttrice. La notizia troverebbe un'eco divertita nelle pagine di cronaca o di costume. Se questo accadesse in Italia la cosa finirebbe come minimo sulle prime e le terze pagine (in fin dei conti, siamo pur sempre il paese nel quale il governo affida a un prelato il compito di stendere il codice deontologico degli insegnanti di scuola). Ma se qualche autorità religiosa islamica condanna la musica dopo aver consultato il Corano, sunna e hadith, la faccenda produce precise conseguenze giuridiche e penali sanzionate dalla shari'ah. Verrà ordinata la chiusura dei locali e dei cinema, e la polizia religiosa interverrà per punire i trasgressori, non molto diversamente da quanto accadeva all'epoca dell'inquisizione, oppure nello Stato pontificio fino a due secoli fa.

Eppure proprio l'Islam è la culla di un movimento spirituale che ha elevato la musica a una dignità senza uguali, facendone il mezzo privilegiato per raggiungere la completa comunione con Dio. Dalla Persia alla Turchia, dal Pakistan al Maghreb, la diffusione del tasawwuf, movimento mistico e esoterico meglio noto col nome di sufismo, si avviò fin dal VII secolo, radicandosi nella coscienza popolare grazie a una dottrina i cui richiami all'interiorità e alla fratellanza facevano più presa della proliferante e sempre più involuta precettistica dei mullah. Vestiti di una tunica di lana (suf), i dervisci si raccoglievano, allora come oggi, in confraternite di asceti iniziati alla tariqa (via) e alla pratica del sama (ascolto), ossia la meditazione musicale che risveglia nell'anima il ricordo della sua origine e la porta intonare l'armonia del cosmo in unione con Dio. Nel dhikr (evocazione di Dio), la grande preghiera del sufismo, il canto, la musica, la danza (quella roteante delle confraternite Mevlevi è divenuta celebre in Occidente), le invocazioni ad Allah, proseguono per ore sotto la guida di uno shaykh, fino al raggiungimento dell'estasi mistica in una trance collettiva.

Non toccate Nusrat

Televisione italiana, qualche giorno dopo l'11 settembre. Sulle immagini di talibani che brandiscono i loro kalashnikov scivola una musica meravigliosa e familiare: è musica religiosa, un canto estatico, dal fervore veemente, intonato dalla voce ineguagliabile di Nusrat Fateh Ali khan, pachistano e musulmano profondamente credente. Perfetto dunque, in apparenza, come gadget sonoro, ma devastante come esempio di mistificazione, poiché quella musica è associabile a tutto tranne che all'odio o alla guerra. Nusrat, morto prematuramente nel 1997, straordinario interprete di qawwali, la musica devozionale del sufismo pachistano, non ha mai aperto bocca se non per cantare parole d'amore e di fratellanza, in linea con il credo più autentico della sua fede di musulmano e di sufi, un credo ridotto oggi al silenzio dai totalitarismi fondamentalisti. Se la trasmissione avesse parlato delle lacerazioni in seno all'Islam più illuminato, spirituale e tollerante, quella musica sarebbe stata un commento adeguato. Ma certe finezze non appartengono alle consuetudini della nostra tv. Elite spirituale, artistica e intellettuale che annovera alcuni fra i massimi pensatori e poeti dell'Islam (come al-Ghazali, Imn al-'Arabi, Jalal ad-Din Rumi), non di rado il sufismo è entrato in conflitto con l'ortodossia di stato in virtù della sua visuale metafisica, del suo ascetismo intriso di pietas sovraconfessionale, e per quel suo costante richiamo alle parole della seconda sura sistematicamente rimossa dagli jihadisti – si chiamino Mullah Omar e Baget Bozzo: “Quelli che credono, quelli che praticano il Giudaismo, quelli che sono Cristiani e Sabei, quelli che credono in Dio e nel Giorno Ultimo, quelli che fanno il bene: ecco coloro che troveranno la propria ricompensa presso il loro Signore”.

Considerato questo retroterra di pensiero mistico e universalista, non è affatto casuale che la musica del sufismo, dai dervisci rotanti al qawwali, abbia conquistato tanta popolarità in Occidente, adattata spesso in formati da esportazione o proposta sui banconi della new age. La storia recente di questa “scoperta” ci riporta agli anni '50, quando William Burroughs, Brion Gysine, via via, Paul Bowles, Brian Jones, Ornette Coleman e altri ancora si imbatterono nella musica sufi del Marocco. Da allora l'Occidente non ha cessato di inebriarsi alla fragranza di un neo-esotismo musicale sentito come l'avvio di una nuova epoca multiculturale. Vent'anni fa, in My life in the Bush of Ghost, Brian Eno e David Byrne campionarono brani di musica religiosa islamica sposandoli al sound dell'ambient-rock. Qualche anno dopo, Passion (colonna sonora del film di Scorsese The Last Temptation of Christ), Peter Gabriel chiamava a raccolta artisti armeni, turchi, pakistani, senegalesi, ecc., fra i quali musicisti sufi del calibro di Kudsi Erguner e Nusrat Fateh Ali Khan. La fortunata avventura discografica di real World aveva inizio.

Agli occhi dell'Islam più puritano questo successo internazionale presso un uditorio di infedeli, la crescente popolarità delle star del pop arabo, l'imitazione della way of life americana, la persistente alluvione di cassette e video di danza del ventre che nei bazaar del mondo arabo stuzzicano la goloseria dei turisti, hanno assunto le fattezze di un dilagante costume sacrilego. Così, più l'Occidente l'applaude, più i giovani arabi se ne invaghiscono, più questa musica viene identificata nell'emblema stesso della “miscredenza”, il germe più subdolo e diabolico con cui l'Occidente ossia Satana penetrano e aggrediscono l'Islam.

Quel rocker di Satana

Che il fondamentalismo consideri la musica, la televisione, il rossetto, e ogni specie di divertimento o di frivolezza come mezzi coi quali il satana occidentale si infiltra nel mondo islamico è comprensibile: sono proprio questi gli aspetti più diffusi e capillari dell'occidentalizzazione. Il che nulla toglie all'efferata crudeltà mentale con la quale si vuole estirpare questo “cancro”, negando alla povera gente anche l'ultimo spiraglio di umana consolazione. Tuttavia, in un paese con l'Afghanistan, dove il capo dei servizi segreti è un mullah, la motivazione ufficiale del divieto non sarà politica, bensì religiosa e dunque molto più tremenda e inappellabile. La musica è peccaminosa perché allontana da Allah, distoglie dalla preghiera, dal dovere della jihad, dall'obbligo del lutto. Così, quando nelle moschee si tuona contro il satana occidentale, con micidiale automatismo ideologico scatta l'equazione: satana=occidente=musica. Se ascolti musica di nascosto, non solo sei un peccatore, ma anche un complice del nemico.

Come spiega Naim Majroh, direttore dell'Afghan Information Center di Peshawar che fornisce assistenza ai musicisti afgani in esilio, in Afghanistan il recente furore fondamentalista ha avuto il suo catalizzatore negli effetti della brutale intromissione sovietica nella vita musicale e culturale del paese. Assunto il controllo della televisione, i russi avviarono una programmazione a base di spettacoli di varietà, aprirono una quantità di locali, e impiantarono un fiorente show business per il quale venivano reclutati a forza giovani musicisti, ma soprattutto cantanti e ballerine. Ma lo show business sconfinava spesso nel malaffare, con teenagers che a quanto pare dal palcoscenico venivano dirottate alle feste private degli alti ufficiali delle truppe di occupazione.

Mujaheddin, vizi e virtù

John Baily, docente al Goldsmith College di Londra, ha dedicato alla censura musicale in Afghanistan uno studio approfondito consultabile online al sito http://www.freemuse.org/03libra/pdf/Afghanistan.pdf dal titolo Can you stop the birds singing?. Fu nel 1992, subito dopo che i mujaheddin ebbero riconquistato Kabul, che cominciarono le prime misure repressive, via via più severe, cui venne preposto l'Amr Bil Marof Wa Nahi Anil Munkar (Ufficio per la propagazione della virtù e la prevenzione del vizio) istituito dal governo del presidente Rabbani. Ma non tutti i leader mujaheddin erano d'accordo (pare ad esempio che Massud non ne volesse sapere di provvedimenti del genere). Ciononostante nel 1995, il primo ministro di Rabbani, Hektyamar, estese i divieti, fece chiudere i cinema e bandì completamente la musica e le donne da radio e televisione. Pochi mesi dopo, quando i talibani conquistarono il potere, il terreno era già ampiamente concimato.

Come si è letto e sentito, uno dei primi provvedimenti dei mujaheddin vittoriosi è stato proprio la liberalizzazione della musica e della televisione. Tanta premura la dice lunga su quanto detestato e insopportabile fosse quel proibizionismo e, insieme, svela il clamoroso e demagogico trasformismo dei mujaheddin che, da censori della prima ora, si convertono oggi il libertari; a riprova di come questi divieti, nonostante il sedicente richiamo alla tradizione religiosa (una tradizione ampiamente manipolata, come sostengono molti studiosi), siano strumenti di puro controllo politico. Colpisce, infine, l'eco che questa repentina liberalizzazione ha suscitato in Occidente, al punto da essere salutata non senza enfasi come ritorno alla vita, uscita dal Medioevo ecc. In questo vistoso compiacimento per la vittoria di un modello di vita che in effetti l'Occidente sente come proprio, si coglie un'euforia globalizzatrice che viene propagandata senza guardare troppo per il sottile e che è speculare a quel fondamentalismo che vi indentifica invece il proprio nemico.

Se è lecito parlare di destino, quello della musica arabo-islamica sembra particolarmente crudele. Fin dall'inizio essa fu veicolo privilegiato del dialogo e dell'integrazione fra culture e religioni diverse, a partire da quell'inesauribile laboratorio multietnico che fu nel Medioevo la Spagna degli Omayyadi, passando attraverso l'altissima spiritualità del sufismo, fino ai giorni nostri quando la world music risuona come ambigua ma emozionante smentita a Huntington, alla sua teoria del clash of civilizations e all'avvilente codazzo mediatico dei suoi seguaci dell'ultim'ora cui non par vero di fare la telecronaca della fine del mondo. Per questa tradizione culturale millenaria, soggetta fino ad allora a mutamenti limitati, l'impatto con l'Occidente del XX secolo è stato un terremoto che ha esasperato la natura inquisitoria del sistema teocratico, facendo esplodere il conflitto fra rinnovamento e conservazione. Vuoi per la sua insopprimibile vocazione interculturale, il suo umanesimo libertario, vuoi per quel richiamarsi alla pura interiorità spirituale è proprio la musica a subirne le conseguenze più pesanti. Ma già lo sapevamo: laddove (e non solo in seno all'Islam) una società civile è presa nella morsa inesorabile di un potere fondato sui dogmi della fede o dell'ideologia, la musica o è strumento di potere e di manipolazione delle coscienze, oppure diviene intrinsecamente eversiva, sacrilega, eretica, degenerata, detonatore e bersaglio di tutte le xenofobie e gli oscurantismi possibili.

Giordano Montecchi – L'UNITA' – 24/11/2001

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