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MUSICA

Capossela: il lavoro? Storpia.

Sul palco del Primo maggio è in arrivo il Maragià, il lunatico, il licantropo della canzone italiana. Forse si presenterà in doppiopetto, forse con un esercito di giannizzeri al suo fianco, forse con la tuta del Chaplin di Tempi moderni, come fece qualche anno fa a un altro Primo maggio. Vinicio Capossela esordisce domani su quel grande palco e chissà se proverà l'emozione “di sentirsi parte di un grande corpo laico, quello dei lavoratori”, che aveva sperimentato da bambino alle feste dell'Unità in Emilia.

Signor Capossela, qual'è il Primo maggio che ricorda con più affetto?

Una volta che mi trovavo in gita dalle parti di Carrara. Lì sì che le sanno fare queste feste! C'erano le donne di casa che facevano fiori di zucca fritti e li vendevano per strada. Ecco, lì mi sono sentito veramente parte di questa grande comunità laica di lavoratori, ho respirato lo spirito vero, sano, del Primo maggio. Come quando andavo alle feste dell'Unità in Emilia, da ragazzino, negli anni Settanta. Erano straordinarie, c'erano le mamme di tutti i miei amici a lavorarci, si prestavano alla festa. Non dimenticherò mai la sensazione di sentirsi parte di un corpo unico, come l'arto di un corpo.

Sente una responsabilità politica, civile, a salire su quel palco?

Naturalmente penso di commettere almeno una ventina di atti politici più rilevanti al giorno., da uomo e cittadino. Certo la festa è importantissima. Il dilemma è: faccio un pezzo che possa aggiungere un bicchiere di champagne facendo il mio dovere di intrattenitore come il Ballo di San Vito (che non è un atto politico ma contribuisce alla festa) o un pezzo importante, che fa pensare ma che magari nessuno capisce? Se dovessi decidere per la seconda ipotesi fare una canzone dal titolo Addio innocenti, che non ho mai registrato su disco. Parla di uno dei tanti “Celentani” che, come mio padre, hanno animato le fabbriche: Dice: “Cantato...mila baci anch'io volli provare, ma dischi non ne ho fatti, solo cantato a lavorare”. Però nel suo reparto per tutti è stato “il molleggiato” e ora che la fabbrica chiude racconta: “Il mio fallimento (quello personale) al vostro (quello del capitale) devo mischiare”.

Alla fine cosa canterà?

Se domani dovessi suonare un vero pezzo operaio suonerai una canzone di Rocco Granata, del Celentano degli anni Sessanta o di Adamo. Pezzi che hanno dato qualcosa a gente che ha lavorato duro. Un'altra generazione. Ma forse con l'aria che tira bisognerebbe suonare la Marcia del camposanto, o ancora, per sottolineare questo periodo di frizioni, di scontri politici, potremmo suonare Agita, un pezzo che parla di acidità. Alla fine andrà per Maragià, l'unico pezzo giacobino che abbia mai scritto.

Qual'è la storia di Maragià?

Durante la mia università dello spettacolo, quando affrontavo i primi splendori e le prime miserie, finii a suonare da un tizio che pagava poco ma organizzava delle grandi cene. Il gioco era: ti di poco ma fai parte della mia famiglia, la famiglia del Maragià. Il senso è: ci possono comprare a vario prezzo, oggi più di un tempo. “I miei sogni se li è presi l'uomo nero e non li ha resi. L'uomo nero che ti tiene e ti trattiene un anno intero. Mi ha ricoperto tutto d'oro e poi m'ha lasciato solo...”. E' la solita questione che viene rappresentata da quel film bellissimo che è Il tempo dei gitani. C'è lui che da uomo puro era partito dal suo paese, poi torna con i soldi, ma li ha ottenuti al prezzo dei suoi sogni. E' diventato qualcuno ma non è più quello di prima. La potremmo riassumere così: i vincitori non sanno quello che si perdono.

Da ragazzo ha fatto tanti lavori, dal parcheggiatore al barista fino al suonatore di piano sulle grandi navi. Qual'è stato il primo?

Fu durante le vacanze della terza media. Avevamo appena traslocato: dalla campagna al condominio. Stavano riverniciando il palazzo e io li aiutavo, reggevo la cazzuola. Era molto noioso, ma lì ho scoperto i giornali sportivi perché li usavano per non sporcare per terra e per farsi il cappello. La faccenda del lavoro ti perseguita da quando sei piccolo e fin da allora ho avuto chiaro che non dovevo finire nel giro delle otto ore. Se non avessi fatto il musicista sarei finito male. Agli artisti non piace andare a lavotare, parlo del lavoro che fa sudare.

Ma il lavoro nobilita l'uomo?

Il lavoro se è cattivo ti stronca e basta, altro che nobilitare. Quando è il “tuo lavoro”, nobilita, altrimenti fai come mio padre, una fatica terribile. Conosco gente che è rimasta storpiata dal lavoro, fatica, fatica, fatica, inebetimento. Mio padre ha una gamba più corta dell'altra a forza di presse per la ceramica. Tanti anni fa pareva che nella Sassuolo e Scandiano tutti dovessero fare le piastrelle, era il più importante centro di produzione del mondo. La piastrella è passata a quintali sulle braccia dei lavoratori. No, no, il lavoro è terribile a volte.

Cosa pensi della canzone politica?

Ogni nostra scelta è un atto politico. C'è una tradizione molto nobile di canzoni politiche, rispetto il lavoro dei cantautori ma ci sono sorgenti popolari molto più interessanti. La canzone più vicina a questo sentimento l'ha scritta Matteo Salvatore: “Padrone mio ti voglio arricchire, se mi comporto male picchiami, basta che ho il pane da portare ai miei figli” è una canzone bellissima. Oppure i canti dei cava monti. Era un altro mondo, oggi non esiste. Come se la poesia sgorgasse da quella pietra.

Intervista di Silvia Boschero – L'UNITA' – 30/04/2003

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