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CINEMA

La luce del cinema

Antonioni, certo. Woody Allen, naturalmente. Ma saremo accusati di snobismo, se leggendo la filmografia di Carlo Di Palma pensiamo in prima battuta al Medioevo crepuscolare dell'Armata Brancaleone? Il capolavoro di Mario Monicelli alternava colori sgargianti a improvvise cupezze, costumi surrealisti (la corte bizantina era un capolavoro, merito anche dello scenografo e costumista Piero Gherardi) a stracci bisunti. Correva il 1966: un uomo che, nello stesso anno, dirige la fotografia di L'armata Brancaleone e di Blow Up può essere definito in un solo modo. Un genio. Il cinema italiano ha tanti pregi e tanti difetti (oggi soprattutto questi ultimi), ma almeno una medaglia non ce la potrà mai levare nessuno: abbiamo avuto i più grandi direttori della fotografia del mondo, e Carlo Di Palma era uno di loro.

Aveva avuto degli ottimi maestri: prima di tutto Gianni Di Venanzo, un gigante troppo presto scomparso, a 46 anni, in quel 1966 durante il quale il suo allievo sfornava capolavori. Di Venanzo ha firmato Salvatore Giuliano, Otto e mezzo e tutti i principali film in bianco e nero di Antonioni, ma veniva dal neorealismo, e fu in quella magica stagione che Di Palma lo incontrò. Carlo era nato a Roma nel 1925 ma già da ragazzo bazzicava il cinema come fotografo di scena. Di Venanzo doveva lavorare sul set di Ossessione, il primo film di Visconti e il capolavoro che tenne a battesimo il neorealismo, ma fu chiamato sotto le armi a Di Palma prese il suo posto come assistente ai fuochi (il responsabile della fotografia era Aldo Tonti, un altro maestro).

Quando a 18 anni si lavora su un simile set, vuol dire che il destino sta giocando con te. Stare vicino a un fenomeno come Di Venanzo fu, per Di Palma, una scuola straordinaria. Nel '54, a soli 29 anni, era già pronto a camminare da solo. Il primo film che gli viene accreditato è Ivan, il figlio del diavolo bianco di Guido Brignone, ma i primi gioielli arrivano all'alba degli anni '60, con La lunga notte del '43 (straordinaria opera prima di Florestano Vancini) e con Divorzio all'italiana di Pietro Germi. Siamo ancora negli anni ruggenti del bianco e nero, ma Di Palma troverà una strada personale nel colore. Il film proverbiale, in questo senso, è Deserto rosso, di Antonioni, 1963: un film sul quale circolano leggende (le strade di Ravenna “riverniciate” per adeguare i colori allo stato d'animo degli attori) e al quale Di Palma deve buona parte della sua fama, nonché la “chiamata”, negli anni '80, alla corte di Woody Allen.

Ma oggi, a più di 40 anni di distanza, ci pare di poter dire che il vero capolavoro della coppia Antonioni/Di Palma sia Blow Up. Se non altro perché è un film assai più bello – meno intellettuale, meno “finto” - di Deserto rosso; perché cattura con spirito da cronista e da artista pop i colori e le atmosfere della Swingin' London; e perché la fotografia (anche quella cartacea, nella quale Di Palma aveva esordito) diventa parte integrante del racconto. Blow Up è la più straordinaria ricerca sul senso profondo dell'immagine che il cinema moderno ci abbia regalato, e Di Palma ne è a tutti gli effetti un co-autore.

La sua grandezza viene confermata, nei secondi anni '60, dal suo lavoro sulla commedia. Si dice sempre che fotografare le commedie è più difficile, perché le lavorazioni sono più veloci, tutta l'enfasi deve esaltare il copione e gli attori, c'è meno spazio (e meno necessità) per la sperimentazione. Eppure, la citata Armata Brancaleone e il successivo La ragazza con la pistola, anch'esso di Monicelli, dimostrano come Di Palma riesca a raggiungere livelli formali di eccellenza anche in quel genere (d'altronde Monicelli, regista di gusto sopraffino, aveva precedenti illustri: nei Soliti ignoti il bianco e nero di Di Venanzo era degno di Fritz Lang). Se Brancaleone è una totale invenzione cromatica come Deserto rosso, La ragazza con la pistola è veramente la versione comica di Blow Up: di nuovo a Londra, Di Palma la esalta giocando sulla sua luce cangiante, in un trionfo di filtri e di sottoesposizioni. Il film è un gioiello e rivela le capacità comiche di Monica Vitti, alla quale Di Palma si legherà sentimentalmente per lunghi anni. E probabilmente il legame con la più grande “comica” del nostro cinema contribuirà a spingere Di Palma verso la commedia, facendone il più grande “pittore comico” della nostra storia. Sono commedie, tra l'altro, anche i pochi film diretti come regista, tutti al servizio dell'amata Monica: Teresa la ladra (1972), Qui comincia l'avventura (1975, praticamente identico a Thelma e Louise – ma di 16 anni precedente!) e Mimì Bluette fiore del mio giardino (1977).

Non è un caso che, alla fine del viaggio, ci sia Woody Allen. Che lo chiama per Hannah e le sue sorelle e non lo molla più, facendogli fotografare Radio Days, Settembre, Ombre e nebbie, Mariti e mogli, Misterioso omicidio a Manhattan, Pallottole su Broadway, La dea dell'amore, Tutti dicono I love you e Harry a pezzi. Come si vede, in questi titoli c'è il Woody Allen moderno e quello d'epoca, quello drammatico e quello ridanciano. Un grande eclettismo che forse non ha sempre la forza innovativa dei film italiani, ma lancia Di Palma nell'olimpo mondiale dei creatori di immagini. Un trono dal quale nessuno lo scalzerà mai, ma che non gli impediva di essere visceralmente legato all'Italia e alla sua Roma, dove tornava appena possibile.

Tra l'altro leggeva sempre “L'Unità”, ed era tra gli autori del film collettivo sui funerali di Berlinguer: oggi che ci ha lasciato, questo giornale non può che salutarlo con il più forte degli abbracci.

Alberto Crespi – L'UNITA' – 10/07/2004

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