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ENRICO GHEZZI
– L'UNITA' – 18/03/2002

Non è morto, Bene

“Il talento fa quello che vuole, il genio fa quello che può”.
Cominciano così le Opere di Carmelo Bene, la summa prepostuma, nel 1995, della sua voce scritta. E prosegue, la voce: “Del genio ho sempre avuto la mancanza di talento”. Per caso, quel 1995 è (fu, sarà) il centesimo anno di età del cinema/lumière). Il genio può fare quello che tutti desiderano o pensano non fare (e che i maggiori talenti scientifici al mondo in questo momento si affannano per prima o poi scongiurare): morire. E il cinema, nella percezione stessa acuta dei luminosi ottusi fratelli, era pallida eco dei sogni di immortalità, una sorta di immortalità “leggera”, ombra caduca chimicamente incerta di un'eternità già derisoria. Produzione di una monumentalità spettrale, di un'imbalsamazione della realtà e dei soggetti nella loro stessa figura, dove l'ipotesi del sé coincide con la spoglia. In queste opere postume di Bene, negate al presente funerario, appare più lampante e enigmatico il modo in cui il cinema costituisce l'ossessione principale e nascosta di tutta la carmelobeneopera, il luogo eletto (e ancor più da quando cessa la sua produzione di film) dal confronto con l'invisibile...

Quasi bruciato e esaurito tutto in pochi definitivi episodi tra il 1967 e il 1973, da lui stesso (per fatale economia politica) lasciato cadere osteggiato, obliato, è il cinema/sudario, oltraggiato, lacerato, spezzettato fino al subliminale che è in sé (in una manciata di capolavori – cito solo i lunghi – da Nostra Signora dei Turchi a Amleto di Meno), a dettargli da vivente la costruzione maniacale – da estremo satrapo orientale che sur-ride l'occidente – di un “tombeau”, di un vero e proprio mausoleo, dell'opera registrata in forma di monumento sepolcrale.

Nel secolo altrui che è sempre la “propria” (?) vita, può capitare una o due tre volte un istante come il Lorenzaccio (a me accade forse anche coll'Orlando Furioso ronconide), in cui il teatro incontra il suo doppio ma lo è, in cui non solo il “frame” della scena o della parola si tende fino a rompersi ma è la nostra cornice soggettiva, tutto il resto del mondo, a (s)confessarsi come limite e a cadere, a ritrovarsi perduto sulla strada più precisa e indicata, sulle corsie dei mulhollandrive moebiusiani e palindromi. Aldilà dei limiti di inizio e fine dei (cinque, geniali) film, Bene trova il cinema nello sbobinarsi continuo delle registrazioni (televisive, radiofoniche), una volta trovato nel cinema il principio stesso del “registrarsi” dei corpi e del precipitare chimico delle anime, ombra di ombre tanto più lontana dall'origine quanto più sembra aver origine nelle cose e nei corpi filmati/visti. Oltre la propria opera filmica, e pur nei limiti derisori degli infiniti film girati e girabili, con infinito disprezzo majakovskiano per il cinema che si fa, Bene è tra i rarissimi che avvertono l'intensità disperata e automatica del cinema che ci/si disfa, della raccolta inanemente agitata di immagini fisse, ciascuno una catastrofe impensata che il meccanismo si ingegna di ricucire, sintetizzare, esorcizzare in riconoscibile e organizzato spettacolo..

“...sostituire alle avventure futili che il cinema racconta l'esame di un tema importante: me stesso”. L'orgogliosa e pur sommessa dichiarazione di Guy Debord (della sua voce) in un Girum Imus Nocte Et Consumimur Igni è la stessa della voce(opera beniana. Il maelstrom sempre più rarefatto (verso l'occhio che no si vede ma – forse – si è) dei ritorni teatrali di bene, nelle progressive ridisincarnazioni dei pinocch(IO)amlet, il circolare ritorno nelle lenzuola dei propri fantasmi sempre più asciugati...Mi spiacque molto, l'estate passata, di non riuscire a far vedere a Carmelo i film di Debord (era occupato al festival di Otranto), a farlo scontrare con un altro grandissimo “a sé” stirneriano, come lui ferocissimo col cinema e quasi segreto e ritroso nel praticarlo e pubblicizzarlo, come lui straordinario e estremo nel toccare coll'impersonalità (sempre!) repertoriale del cinema il punto limite e cieco del dirsi, ovvero la materia di una voce/sguardo che non appartiene al soggetto. Così, Bene chiama “parentesi eroica” proprio quella cinematografica...(E qui mi scuso. Non volevo scrivere su un giornale, in questi giorni. Sto facendo quello che non voglio. Non ottempero all'invisibilità del “nato per non essere nato”, come da (un) sempre Bene si definiva. Già nel 1972, parlando in tv di Keaton: “si scopre anche, forse, che non si nasce mai). Ricordo i suoi sprezzanti anatemi per la timidezza italomediatica alla morte del “suo” Deleuze. E scrivo, co-scrivo forse. Restando convinto che non c'è da raccontare di una fine. Se mai, del senso politico, oggi ancor di più (ma rileggersi L'Adelchi o la volgarità del politico, del 1984, con le pagine più belle mai scritte sul caso Moro), dello scoprirsi nella dépense palindroma di un altrui cinema. Nel battito fermo in moto tra un fotogramma e l'altro. In un presente paradossale che sa già consumato (e aiuta a consumarlo da sé, di nuovo come Debord; e anche Bene lascia a derisorio sublime testamento il “restauro/rimontaggio” di una “cosa televisiva” mai davvero fatta, l'Otello solo girato, plurigirato, ogni camera un mondo e una registrazione paralleli). E che già si consumava per esempio nella profezia precisa mosochsadiana del corpo/sé che si gode incidentato in Capricci, trentanni prima del crash cronenberghiano e comunque prima di quello ballardiano...Inizio e fine sempre scontati e mai esistenti perché troppo visibili. Di nuovo. Non-nati, non-morti. “Abbiate dunque sfiducia in me, lavoratori”. Irrecuperabile politicamente. O meglio: troppo giusto, troppo preciso. Come Pinocchio che vuol essere gabbato, e non fare il furbo (il “les non-dupes-errent' di Lacan”...). La Biennale del 1989 (così (in)attuale, quest'oggi...), implosa in un impossibile laboratorio sospeso tra soggetti impossibili, da Tamerlano al Bafometto Klossowskiano, gesto artaudiano di una rassegna che per una volta si nega al pubblico e alla critica rassegnati rassegnanti.
Si chiamava del resto Ventriloquio il primo corto perduto film (lo cerco in ogni anfratto Rai da sette anni almeno). Neanche la voce si vede, o soprattutto non la voce. Si vede il corpo, visto/detto da un'altra voce (il cinema forse). Distanza dal cinema, come dal teatro che non sia suo. Ma poi si entusiasma al telefono per Ciprì e Maresco visti in cassetta, e per la Comedia de Deus di Monteiro, catastrofici finali derisori, e i cinicitv palermitani incontrano Carmelo su Pizzuto, altro grande scomparso nondicibile obliato. Appare, appare alla madonna, al tv quanto benigni e meglio di benigni (ogni volta disperato ironico intenso come roberto che fa apparire a sanremo la madonna di dante). Cede all'apparire, al disfarsi del corpo in diretta teatraltelevisiva. Atleta di se stesso, che teatro e cinema li gode e trova moltissimo nell'impre-vista “democratica” generosa visione televisiva, nello sporto soprattutto, negli atleti che sanno nascondere il gesto, il pallone, la pallina il loro proprio corpo per inabissarsi nello spazio tra i fotogrammi. Estremo divismo, lo scomparire/morire, negandosi alla logica del capitale eterno e mortifero che nel proprio corpo/divo trionfava sfruttandolo (l'autobiofilmografia autoptica di Bene non è così lontana dalla cancellazione del sé straubhuillettiano a favore del vedersi impossibile del mondo). Dolore statico di questa non fine, anche ricordando le occasioni di incontro con Carmelo, allucinanti e “clare” e “umane non umane” ancor più delle apparizioni tv...) “MA QUELLI CHE VEDONO, NON VEDONO QUELLO CHE VEDONO...”. Ciao Carmelo. Si può tornare solo dove non si è mai stati.

ENRICO GHEZZI – L'UNITA' – 18/03/2002

dello stesso autore:Intervista a Enrico Ghezzi


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