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Michael Chabon e i ragazzi meravigliosi

Micheal Chabon è stato un ragazzo-prodigio. Il suo esordio narrativo a soli 27 anni, I misteri di Pittsburgh, nell'88 fece gridare al miracolo. Il suo nome e la sua poetica tutta concentrata su un giovane confuso, alle prese col venire a patti con la propria sessualità collocò Chabon , McInerney, Leavitt. E invece per Chabon era l'inizio di un tunnel: per cinque anni, nella prima parte degli anni Novanta, si dedica a un romanzo, Fountain City, che alla fine si gonfia a dismisura fino ad implodere, a diventare ingovernabile sotto il peso di migliaia di pagine e di un inestricabile intreccio (basato su una costante della narratività americana). Per Chabon comincia la lunga e faticosa risalita verso la luce: nel '95 pubblica Wonder Boys (ora tradotto in italiano da Rizzoli), vicenda d'ambientazione universitaria incentrata su un docente-scrittore vinto dallo scetticismo e dall'autocommiserazione e uno studente dal talento intermittente, semiparalizzato dalle nevrosi. Il libro viene bene accolto e la sua versione cinematografica del 2001 con la regia di Curtis Hanson diventa un successo di critica ma non un campione del box office. In ogni caso ormai la creatività di Micheal ha superato il grande sonno, le storie tornano a popolargli la mente e la tecnica di scrittura appresa all'Università di California s'affina sempre più. La rivincita è dietro l'angolo: Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay. Di colpo Chabon si ritrova in pole position nella fiction americana, Hollywood lo corteggia e lui, appena quarantenne, ha tutto l'agio di valutare un futuro dorato. In questo contesto l'abbiamo incontrato di passaggio a Roma.

Chabon, prima di tutto il grande assente, questo suo monumentale romanzo mai nato, oggetto di culto per i suoi fans. Le fa male parlarne?

No, ormai credo di farcela. Il fatto è che il mio esordio venne accolto benissimo, ma a me sembrava piccino, una tela di dimensioni troppo ridotte, con pochi personaggi e un solo punto di vista. A quel tempo avevo grandi ambizioni e così m'imbarcai in qualcosa che avesse le dimensioni per saziarle. Il nuovo libro era ambientato sia negli States che in Francia, aveva un sacco di personaggi e una miriade di punti di vista. A un certo punto è letteralmente scoppiato. Per anni ho cercato i motivi di questo fallimento: forse volevo parlare di troppe cose, forse l'idea era stupida dall'inizio. Alla fine la chiave del problema me l'ha suggerita il saggio di Gershon Scholem L'idea del Golem. Scholem spiega che il Golem non è pericoloso di per sé. Il Golem è pericoloso per chi lo fabbrica, Perché la creatura finirà per rivolgersi contro il suo creatore. Insomma sono incappato in una sindrome di Frankestein.

La morale dell'esperienza?

Direi: se non te lo senti giusto, lascia perdere.

In quella storia faceva anche lei ricorso, come tanti altri autori americani da Malamud a De Lillo, allo sport come metafora sociale. E' un contesto narrativo nel quale si trova a proprio agio?

Sì, dal momento che sono un grande fan del baseball e che il prossimo libro che pubblicherò è un racconto per bambini che parla proprio di baseball, Summer Land. Lo sport ha già di suo una straordinaria descrittività, al di fuori dell'utilizzo che se ne faccia in chiave narrativa. E' uno specchio della realtà e di ogni particolare epoca si voglia fotografare. Basti pensare al Tour de France che riassume il percorso di una vita coi suoi alti e i suoi bassi, le salite e le discese. O, di nuovo, il baseball che con l'home run evoca un grande luogo comune narrativo come il ritorno a casa.

Di recente comunque ha avuto una bella rivincita: Kavalier e Clay ha vinto il Pulitzer.

E' un riconoscimento che definirei rassicurante. Vincere il Pulitzer è come ricevere una gigantesca pacca sulla spalla da qualcuno di grande che ti dice: “Bravo”.E il suo effetto dura nel tempo: alcuni mesi fa passavo per Times Square e sul tabellone delle notizie ne è apparsa una che diceva: Il Premio Pulitzer Eudora Welty è morta a 91 anni. La Welty ha ricevuto quel riconoscimento mezzo secolo prima, ma ha segnato la sua carriera in modo indelebile.

Lei ha cominciato in sintonia col gruppo dei minimalisti che ha dominato gli anni 80 del romanzo Usa: vista l'assonanza di certe atmosfere, si è mai sentito parte di un'onda generazionale?

Non all'epoca: loro, Ellis, McInerney, Janowitz e Tartt, erano un gruppo a tutti gli effetti e frequentavano gli stessi parties. Io vivevo a Pittsburgh, che per gli americani è già dire tutto. Adesso però assaporo una sensazione di comunanza con altri scrittori. Non quelli citati, piuttosto con altri miei contemporanei, che hanno mosso i primi passi più o meno nello stesso periodo. Parlo di Jonathan Franzen e Colson Whitehead. Ecco, io proporrei per noi l'etichetta di massimalisti: gente che mette in piedi romanzi veramente corposi.

In Wonder Boys lei ricorre a un altro luogo deputato del romanzo americano classico: l'ambiente universitario. Si sente a proprio agio a ironizzare sullo sfondo della cultura accademica?

Il fatto è che io stesso sono un prodotto dell'università americana e in particolare dei corsi di scrittura creativa che sono il laboratorio per la creazione di nuovi scrittori. Vengo da lì, è uno scenario che conosco bene, ma non voglio generalizzare sostenendo che Wonder Boys sia un romanzo universitario. Io parlo sempre e solo dei personaggi e in quel romanzo ciò di cui volevo parlare era il rapporto tra un maestro e il suo allievo.

Con attenzione maniacale ai dialoghi, degni di Billy Wilder...

E' un complimento Perché adoro Wilder e lavoro sodo sui dialoghi dei miei romanzi. Non voglio imitare come parla veramente la gente – sarebbe noiosissimo – ma voglio indurre i miei lettori a credere che si potrebbe parlare così. E' quello il trucco.

Anche “Kavalier e Clay” diventerà un film. La destinazione finale della sua carriera è Hollywood?

No: è solo un secondo lavoro. Della sceneggiatura di Kavalier e Clay me ne sto occupando in prima persona. Sono all'ottava stesura e ho fatto sapere a chi comanda che, per quanto mi riguarda, è anche l'ultima.

Una curiosità a margine dell'intervista: il protagonista di Wonder Boys, Grady Tripp, è ricalcato su quello di un docente-scrittore realmente esistente e ben noto sia naturalmente a Chabon che al salotto letterario americano. Si chiama Chuck Kindler, il cui ultimo romanzo, Lune di Miele, proprio in questi giorni è pubblicato in Italia da Fazi.

Intervista di Stefano Pistolini – L'UNITA' – 13/06/2002

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