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MUSICA

Chet Baker. Una vita in noir

“Volto d'angelo cuor di demonio!”, così il pm all'indomani dell'arresto di Chet Baker, in un autogrill della riviera toscana, definì la più grande faccia da schiaffi che il jazz ha conosciuto. A Chet Baker (1929-1988) è dedicata l'ultima fatica letteraria, saggistica documentaria di James Gavin (Chet Baker, La lunga notte di un mito, Baldini & Castoldi), un libro che non si lascia andare alla solita, monotona sindrome del mito, ma che anzi rincara la dose, riempie i contorni sfumati di quello che fu il mito degli anni sessanta, il boom economico ed un'Italia che ammiccava grata agli Stati uniti. Chet Baker di questi anni è stata un'icona blasè, romantica e sensuale, la sua tromba è stata in quegli anni la panacea degli universitari innamorati, il grido composto di una generazione in bilico fra Kerouac e Sordi, fra l'hot dog e l'amatriciana.

Voce d'efebo & eroina

Ma chi era Chet Baker? Il sonnolento belloccio che sbirciava dalla campana del suo strumento, incendiando l'ennesima sigaretta ad occhi bassi, cantando con voce d'efebo ed intonazione verginale o l'eroinomane cattivo e violento, il tritacuori e arraffagrana, il bugiardo patentato o la vittima di un sistema incapace di accettare il diverso, l'ambiguo, il fragile? Interrogativi fino ad oggi rimasti appesi per anni alla sua faccia col tempo mutata incredibilmente, distorta come una tela d'artista che sgocciola colore su un termosifone: un sudario di rughe, negli ultimi anni della sua vita non c'è che un palinsesto, una matrice lontana di quei lineamenti gentili e raffinati: mai la droga produsse effetti così corrosivi, come per riprendersi un'anima che si era concessa al demonio per un po' di metadone.

La droga per Chet Baker non è stata la solita macchietta jazzistica, il tormentone che rimpinza le biografie di mille musicisti per cui prima o poi tutti si sono fatti. E' stato di più: un leit motiv funebre, una scommessa continua, una devastante coazione a ripetere, che non lasciava spazio a nessuno, forse solo alla musica, non tanto perché è catarsi e liberazione, ma perché suonare è sempre stata l'unica cosa che Baker abbia saputo fare bene, con grazia elementare, una superbia che solo l'autodidatta, il dotato, poteva avere.

Molti fra coloro che lo hanno conosciuto non riuscivano irresponsabile, privo di qualsiasi forma di metodo. Chet suonava e basta, e poteva far risuonare la sua voce esattamente con lo stesso timbro della sua tromba, quasi che fosse un imprinting naturale, una dote che poteva negromanticamente trasmettere a tutti gli oggetti; come il Dottor Dolittle o San Francesco, Chet Baker parlava, non tanto con gli animali (spacciatori a parte) ma con le sue note e con quelle comunicava, in uno stato di trance che non era frutto di mistiche vette d'ispirazione ma di speedball, palfium, mescalina e benzedrina: insomma di qualsiasi cosa ci si potesse iniettare in una vena.

Ed è questo il suo segreto tumefatto e lacerante che spunta fuori dai ricordi, dalle testimonianze che questo libro insegue e raggiunge: la sua non è stata una vita drammatica nel senso stretto del termine, ma un'esistenza sospesa ed esausta semplicemente messa lì ad avvizzire come uno stoccafisso al sole. Le mogli, i figli, i genitori, gli amici più stretti, i sentimenti più prossimi alla vita di ciascun essere umano semplicemente non riguardavano l'uomo Chet, non lo interessavano, o almeno mai quanto le belle macchioline e i piaceri notturni ed il jazz naturalmente, quello che portò a vette sublimi con il suo timbro di cotone fresco, con le sue collaborazioni storiche (quella con il baritonista Gerry Mulligan e del loro quartetto che fece la rivoluzione cool: jazz che chiamarono da camera, privo del sostegno del pianoforte) ma anche una musica sorda alle ispirazioni artistiche, wagneriane, musica invece trattata da mercenario. Chet era il lanzichenecco del pentagramma, il jazz lo usava negli ultimi anni per qualche spicciolo in più, per colmare immensi debiti e per non farsi tallonare dalla mala all'ennesimo debito promesso e mai rispettato, pochi sono i dischi italiani degli anni ottanta che non lo annoverino come ospite speciale, e a lui andava bene così, un paio di soffi e poi in albergo a bucarsi. E la presenza dei pusher nella vita di Chet Baker rappresenta la sintesi junghiana per eccellenza dell'ombra, di tutto ciò che ci insegue dall'inconscio e viene espettorato nella vita di tutti i giorni.

A Chet costò caro non aver rispettato gli impegni con i propri creditori, costò una svolta nella sua carriera, costò una dentiera a quarant'anni perché i denti erano rimasti sul pavimento di un lurido albergo diurno. Il suo suono non fu più lo stesso: ed uno dei dischi più maledetti e commoventi è proprio l'album del ritorno She was good to me (C.T.I.), un disco manifesto di tutto ciò che era Baker, un uomo in dentiera che non è più capace di suonare il suo strumento che usa la voce come mantra per scaldare le note, note che escono con difficoltà, biascicate da una bocca di ceramica.

Il soffio letale ed algido della tromba che lascia presagire un ritorno che sarebbe stato anche il culmine dell'aberrazione, quella che lo costringeva negli ultimi anni romani a girare insieme ai tossici di Monte Mario senza sapere più che vena usare: finite le scorte si passava direttamente al collo, veloce e potente. Potente come un assolo di Charlie Parker che una leggenda dello stesso Baker vuole l'avesse accreditato come unico trombettista in grado di poter suonare nella sua band.

Una fine da film noir

Di bugie Baker ha sempre campato, anzi sopravvisuto, e le testimonianze di questo libro sono allucinanti per chiarezza ed evidenza. Per Diane (a cui Baker dedicò il bellissimo disco in duo con Bley), una delle sue ultime compagne, era “il diavolo incarnato”, una figura mefistofelica che lasciava sul campo morte e disperazione, chi stava intorno prima o poi sarebbe incappato in un guaio: ed è questa la cronaca più toccante del libro, quella delle mille anime che Chet si è lasciato lungo la strada, dei mille grovigli di vita con cui si è pian piano strozzato.

E la fine è arrivata in modo assolutamente conforme a quello che sembra essere un libro noir, una rincorsa e poi il volo dalla finestra di un albergo vicino alla stazione di Amsterdam. La foto di quella notte ce lo mostra in posizione fetale, scarpe fradicie in primo piano ed un lenzuolo steso sopra: una sindone blasfema, con gli occhi appena socchiusi, ruffiano fino alla fine sembra stia dormendo. Anche quest'ultimo viaggio nel libro è trattato in maniera documentata, con un vero e proprio scoop, un colpo di teatro finale: Chet quella sera di eroina non ne aveva un solo grammo in corpo, pulito come un pupo, e la ringhiera era davvero troppo alta perché si trattasse di un incidente.

Ed allora cosa successe la notte del 13 maggio 1988? successe semplicemente quello che tutti si aspettavano: qualcuno ha voluto fargli passare la voglia di fare il guitto, qualcuno non ne poteva più di promesse rassicuranti, fatte con un fil di voce, con l'espressione bloccata in una specie di smorfia angelica. Quella notte qualcuno, inconsapevolmente, ha ucciso anche il jazz.

Francesco Mandica – L'UNITA' – 09/01/2003



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