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MUSICA

Samba a centrocampo

Defilato, di una straordinaria educata timidezza, Chico Buarque de Hollanda, il papa della grande musica brasiliana “joga la bola” in un assolato pomeriggio nel campetto di Tor di Quinto, periferia nord di Roma. La partitella è ovviamente Brasile – Italia: da una parte Chico, il regista di centrocampo, lento ed intelligente, che dà dritte preziose ai suoi compagni di squadra; dall'altra un manipolo di italiani che si sono riuniti con un passaparola frenetico: “Chico è a Roma, la migliore accoglienza è organizzargli un match”. Francisco Buarque, l'autore di O que serà, A banda, Vai passar, Samba de Orly, intellettuale, scrittori di libri di successo e istituzione della musica popolare brasiliana, è qui accompagnato da una piccola accolita di amici e dalla troupe di una televisione che sta girando un documentario sulla sua vita, ma al calcio non rinuncia per nessuna cosa al mondo. D'altronde, la storia racconta, avrebbe voluto fare il calciatore, lui che nasceva in una delle famiglie borghesi più in vista dell'intellighenzia carioca: “I miei avrebbero anche accettato in famiglia un nuovo Pelè, ma scartarono a priori questa possibilità”, confida. Prima della partita, negli spogliatoi, pochi, lunghi ed accurati gesti accompagnano il rituale dedicato al dio-pallone con la calzatura delle sue amate scarpette chiodate, “quelle che hanno giocato due anni di partite, piazzato duemila assist vincenti e messo a segno almeno duecento goal”, ci racconta con orgoglio illuminando i suoi leggendari occhi cerulei.

Trentacinque anni fa Chico era proprio qui a Roma per quindici giorni, a promuovere un suo disco, quando Vinicious de Moraes gli consigliò di non tornare nella sua patria, dove le cose con la dittatura “andavano di male in peggio”. Rimase un anno e quattro mesi. Qui nacque sua figlia Silvia, qui Chico instaurò una serie di amicizie e collaborazioni che durano fino ad oggi: “In Italia ricordo che io e Lucio dalla cominciammo subito a frequentare la ville di Sergio Bardotti, Endrigo, Bacalov ed Ennio Morricone. Ci trovavamo attorno ad un tavolo da ping pong e giocavamo con racchette personalizzate”.

Erano gli anni in cui Mina cantò la sua A banda : “Io amo Mina – racconta ai microfoni dell'amico Max De Tommassi che su Radio 1, venerdì notte, è riuscito ad intrattenerlo per due ore nella sua trasmissione Brasil nonostante la proverbiale allergia del cantautore alle interviste -. Lei ha inciso proprio allora una bellissima versione della mia Com azucar com afeto in portoghese, ma anche, recentemente, una meravigliosa interpretazione Joana francesa. Mina era molta famosa in Brasile negli anni Sessanta, e con lei tutta la musica italiana. Allora il Festival di Sanremo veniva trasmesso in diretta alla radio di San Paolo e noi conoscevamo tutti i vostri cantanti: Rita Pavone, Pappino di Capri, Nico Fidenco, Sergio Endrigo. Sono arrivato in Italia nel 1968 proprio grazie a Mina. Ho inciso il mio primo disco qui in Italia per “colpa” di Mina, per il successo e la casa discografica aspettava da me un altro successo di quel genere, che però non arrivò”.

Roma come una seconda patria (assieme a Parigi, città scelta negli ultimi anni per fare la spola tra il Brasile e l'Europa), come luogo che “non ha perso minimamente il suo fascino. Ho passato questi giorni a camminare per la città, dalla mia amata piazza del Popolo, di notte, un po' ovunque seguito dalla troupe”. Lunghe, quiete camminate interrotte dall'incontro casuale con qualche ammiratore che, con la stessa timidezza, gli chiede un autografo, gli fa un saluto: “Per me la popolarità non è certo importante, la devozione mi fa paura, mi fa sentire invecchiato – racconta in italiano perfetto ai microfoni di Radio 1 – Per questo adoro camminare nelle vie di Rio dove la gente non mi rincorre, ma mi saluta con naturalezza come fossi un vecchio amico: ohi Chico, come stai? Poi c'è l'isterismo. Una cosa che si manifesta quando sei circondato dalla macchina dello spettacolo. Quando si accendono le luci e comincia l'artificio che ti fa diventare qualcosa di più, che non sei. Sono cose che non mi interessano, faccio pochi concerti, sono più un autore che un cantante”.

Eppure Chico, questa sì che è una grande notizia, sta per tornare in pista: “Adesso ho la voglia di scrivere nuovi testi e nuove canzoni. Ho ricominciato con un brano per un film brasiliano; si intitola Porque era ela, porque era ele. Ho impiegato un anno a scriverlo, un verso per mese”. Nel frattempo però ha scritto un nuovo romanzo, Budapest, che uscirà in Italia a marzo per Feltrinelli: la storia di José Costa, un virtuoso ghost-writer che vive scrivendo per altri mirabolanti discorsi, libri e articoli in portoghese eccelso e accademico, mentre la sua esistenza trascorre in un'anonima apatia. Una metafora sullo “scomparire”, che è uno dei suoi vezzi preferiti, ma che da solo non descrive affatto un personaggio solare e disponibile, che si emoziona nel parlare dei suoi vecchi amici. Amici e maestri come Tom Jobim, di cui l'8 dicembre scorso ricorrevano i dieci anni dalla scomparsa: “Jobim, assieme a Joao e Vinicius è il responsabile della mia generazione di musicisti. E quando dico la mia generazione intendo di tutti quegli artisti che hanno cominciato a fare musica popolare dopo aver sentito Jobim, aver apprezzato la poesia di Vinicius de Moraes, aver imparato il modo di cantare e di suonare la chitarra di Joao Gilberto. Io ho avuto la fortuna e il privilegio di essere amico a partner di Jobim. Andavo a trovarlo a casa sua: lui suonava e io appuntavo idee. Poi mi portavo il nastro a casa per scrivere le parole, cosa che non riuscivo a farne davanti a lui, per una sorta di pudore. Devo tutto a Jobim”.

Oggi, a quaranta anni dall'inizio della dittatura militare che ha congelato il Brasile fino al 1985, il giovanissimo sessantenne Chico ricorda con piacere anche le frequentazioni con gli amici tropicalisti che contro la dittatura si erano scagliati in maniera più rumorosa di lui: “Eravamo molto vicini, soprattutto con Gilberto Gil quando ci conoscemmo a San Paolo: io studente di architettura e lui che ancora lavorava nella pubblicità. Suonavamo, bevevamo molto. Dopo il trasferimento a Rio, ci trovavamo a casa di Torquato Neto, grande poeta e paroliere, assieme a Caetano. Poi è successo che io, un po' prima di loro, grazie al successo di A banda, ho cominciato a girare per concerti e loro hanno tirato fuori l'idea del Tropicalismo. E' successo da un giorno all'altro e io mi sono detto: che accade? Mi prendono in giro? L'idea di Tropicalismo era qualcosa di molto diverso da tutto ciò che avevamo fatto fino ad un anno prima, quando eravamo ancora tutti sotto il grande cappello protettivo della bossa nova, l'influenza di Jobim. Io non ero preparato per questo, mi sembrava una negazione della bossa. Poi la stampa giocò a creare una divisione tra noi più grande di quello che era. Dopo l'esilio ci siamo ritrovati e abbiamo ricostruito: è nato un disco dal vivo a Bahia con Caetano e poi con Gil, Calice, metafora della dittatura”.

Parla con calma serafica, scherza e gioca coi ricordi Chico, racconta la soddisfazione per un “presidente come Lula, che ha la faccia di un brasiliano vero, medio, normale”, si schernisce quando lo rimproverano di non fare un disco da tanto tempo: “In verità come autore – risponde stimolato da De Tommassi che legge uno dei tanti sms arrivati al numero di Brasil – non scrivo né per il pubblico né per la critica, ma per me stesso. Certo quando siamo in teatro, e la gente è coinvolta, fa più piacere di una critica, anche di una critica buona. Noi musicisti lavoriamo con le emozioni. Quando si fa una canzone e quell'emozione passa al pubblico per ragioni che non conosciamo, questo è un mistero e un'enorme soddisfazione”. Una soddisfazione pari solo a quella di aver giocato due partite egregie (la seconda senza le leggendarie scarpette, buttate via per sbaglio dalla governante italiana), in questi strani giorni romani: “D'altronde una vittoria e un pareggio fuori casa mi paiono proprio un bel risultato”.

Silvia Boschero – L'UNITA' – 12/12/2004



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