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MUSICA

Da Budapest a Rio de Janeiro

"Aháni nyelvet tudsz, annyi ember vagy". Se un vecchio libro di detti popolari non ci tradisce, si tratta di un proverbio ungherese che nella nostra lingua suona all'incirca così: "Tante lingue conosci, tante persone sei". La saggezza popolare può far spesso invidia ai linguisti più raffinati, forse anche Noam Chomsky concorderebbe. Sicuramente è una chiave di lettura per penetrare nel labirinto dell'ultimo romanzo di Chico Buarque de Hollanda, Budapest (edizione Feltrinelli, euro 13,00), il terzo dopo Disturbo e Benjamin.

Se l'edizione brasiliana gioca con gli "eteronomi", quella italiana sottolinea il dialogo che nel romanzo intercorre tra Budapest e Rio de Janeiro. Un tipico gioco sul doppio che continua ad affascinare la letteratura. L'intreccio si snoda al ritmo dei viaggi che il protagonista compie tra le due città, coltivando per scelta la sua genialità all'ombra del successo degli altri: è uno scrittore fantasma, orgoglioso di partecipare ai congressi che gli autori anonimi organizzano, al riparo dagli occhi indiscreti di chi è pronto a pagare pur di apparire. E' in occasione del suo ritorno da un congresso internazionale a Istanbul che è costretto a fermarsi a Budapest ed è lì che comincia a essere ossessionato dall'unica lingua che il diavolo rispetti, l'ungherese. La sua vita, anonima, si sdoppia tra un rapporto coniugale, che si riduce alla preoccupazione di Vanda di riscaldargli la zuppa, e il nuovo incontro con la sua insegnante d'ungherese. Ridurre il romanzo alla sola trama è però far torto alla complessità che sprigiona: i temi dell'identità, dell'autenticità, dell'apparire coinvolgono immediatamente l'attualità, trasferendosi dai personaggi della finzione alla realtà. Ne abbiamo parlato con Chico Buarque, in Italia per presentare il suo libro.


Nell'edizione brasiliana l'autore di Budapest è Chico Buarque, ma voltando il libro come davanti a uno specchio l'autore è Zsoze Kósta, il protagonista del romanzo. E' una prima traccia per il lettore o un modo per giocare con la memoria e ricordare i tempi di Julinho de Adelaide?

No, Julinho de Adelaide era un eteronomo necessario, avevo bisogno di dribblare la censura. Qui José Costa potrebbe essere l'autore o potrebbe essere la vittima di un altro autore. Chi è l'autore alla fine non si sa, questo gioco è permanente. Qualcuno mi ha chiesto: "Ma l'hai scritto tu questo libro? " Chissà, può darsi che io sia un eteronomo di José Costa.

Il protagonista, José Costa, ha una certa facilità a imparare le lingue. La scelta di far dialogare Budapest con Rio de Janeiro, di rendere co-protagonista una lingua non latina, non indoeuropea come l'ungherese - notoriamente difficile - è una critica a chi con una certa arroganza pensa sia semplice comprendere le altre culture?

Non ho pensato in modo critico. Io per esempio a Budapest non ci sono andato. Ho sognato quella città. Perché sarebbe molto pretenzioso scrivere un libro su Budapest soggiornandovi per due o tre mesi. Non si può capire una cultura così diversa dalla nostra. Bisogna viverla come fa lui, José Costa. Io Chico non potevo farlo. La lascio sul piano dell'immaginario: nomi inventati, posti che non esistono.

E' chiaro il tema del doppio e il collegamento a quello dell'identità, o per meglio dire in questo caso dell'autenticità. Non si può non pensare a L'uomo duplicato di Saramago. Anche lei è preoccupato dell'annichilimento che produce il pensiero unico e la cosiddetta globalizzazione?

Io credo che c'è sempre di più, con la globalizzazione, la necessità di un'affermazione dell'individualizzazione. Una lotta contro quest'universalizzazione della cultura. Ma il libro non ha un'intenzione politica o didattica. Con questo libro voglio solo fare letteratura.

I personaggi del romanzo vivono in famiglia, hanno un lavoro, ma ognuno sembra rinchiuso nel suo individualismo, nel suo microcosmo. Si accorgono dell'altro solo quando diventa immagine di successo, appare. L'altro esiste solo quando somiglia a ciò che desideriamo sia?

Questa è la realtà in cui viviamo noi e contro la quale José Costa lotta. E' una sorta di eroe, vive controcorrente questa spettacolarizzazione della vita. Lui fa il contrario, fa dell'anonimato la sua vita, non vuole essere fotografato, riconosciuto, non vuole il successo. Tutto quello che invece vorrebbe la moglie. E' un antistar.

L'estraneità raggiunge il suo apice quando José Costa e Joaquizinho, padre e figlio, non si riconoscono. In quelle pagine si respira l'ansia che vivono gran parte dei cariocas a causa della violenza per le strade di Rio. Una violenza che, dalle notizie che arrivano in Italia, produce ostilità anche nei confronti dei "meninos de rua". Intendeva rappresentare quest'angoscia che può sfociare in un'intolleranza senza più distinzioni?

Senza voler essere esplicitamente politici. Questo è reale e c'è nel libro. Perché c'è la paura dei malviventi che si estende come disprezzo verso i poveri, verso i bambini di strada. Non solo verso i bambini di strada, a San Paolo hanno ucciso i senzatetto. Tutto questo appare sottilmente nel romanzo. Come appare sottilmente la differenza di classe assurda che c'è in Brasile. José Costa è un uomo di classe media e ha almeno cinque persone alle sue dipendenze, la cuoca, la tata, e così via.

Alla fine anche José Costa vedrà la sua autobiografia scritta da un altro e la sua compagna ungherese lo guarderà con altri occhi. Non c'è speranza di coltivare se stessi nell'anonimato, né di costruire il proprio destino?

La speranza c'è. Ma questa è una tragedia ironica di José Costa, perché lui è un eroe, fuori dalla realtà del mondo moderno e alla fine è sconfitto. Perché non voglio fare di lui un esempio. E' quasi un pazzo, perché vive con disagio in questo mondo, ma io lo capisco benissimo, io sono solidale con lui. Perdonatemi se ho dovuto punirlo in nome della realtà.

E il destino del Brasile? Lei ha contribuito a far eleggere Lula.

In qualche modo sì.

Ultimamente molti compagni di strada hanno preso altre direzioni. Considera Lula ancora in grado di realizzare il suo programma?

Io credo che Lula non ha compiuto nemmeno la metà di quello che ci aspettavamo in riferimento ai problemi sociali ed economici. E credo che la nostra funzione è essere critici. Voglio ricordare a Lula il suo programma, vorrei che lui si ricordasse da chi è stato eletto, però non voglio perdere le mie speranze, io ho fiducia in lui. Credo che lui stesso non sia soddisfatto di quello che ha fatto fino ad ora.

E il destino di Chico Buarque? La letteratura offre spazi e tempi più dilatati, regole meno costrittive di quelle imposte dal pentagramma, inoltre non è necessario esibirsi. Il suo futuro è legato più alla musica, o meglio alla poesia potremmo dire, o alla prosa?

Non lo so. Da quando ho finito il libro, che mi ha impegnato due anni, non l'ho ancora abbandonato. Ho lavorato con i traduttori e ho ancora questa città in testa. Ho l'impressione però che, adesso tornando a Rio, la chitarra mi aspetta.

Marco Peretti - LIBERAZIONE – 10/02/2005



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