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ARGENTINA

Far West Argentina

Rio Gallegos (Patagonia) Un viaggio nel vuoto: giallo-terra, grande cielo, il mare in fondo. Scioglie i pensieri di chi esce dal groviglio delle città. Ma la mancanza di un segno, un segno qualsiasi nell'orizzonte, comincia ad inquietare. I camion salutano. Un camion si ferma per spiegare dove l'asfalto sprofonda nel fango. “Fra quanti chilometri?”. L'autista allarga la mano: “Non so. Forse dieci, forse quaranta. La strada è lunga e il tempo confonde”. Tira le braccia per sgranchire la fatica. Vuol sapere dove dormo e fa segno con la testa che il posto è lontano. “Meglio non girare al buio. Coyotes, magari un vitello. Si piantano davanti ai fari. Va sempre a finire nello stesso modo: auto abbandonate accanto a corpi di animali. Notti col vento che fa tremare. Solo al mattino passa qualcuno”. Siamo in tre e mettiamo ai voti: ci fermiamo a Rio Gallegos. Possono aspettare i pinguini di Cabo Bustamante dove il continente si sbriciola nel verde dello stretto, alghe che galleggiano attorno al traghetto per la Terra del Fuoco.

Sono le immondizie ad annunciare la città. Montagne attorno alle baracche. Cominciano le case ma le immondizie continuano fino alla strada degli alberghi. Nelle carte di chi programma l'economia, la Patagonia è una specie di cassaforte: basta aprirla. Invece il viaggio continua senza ritegno fra i rifiuti. E dove l'abbandono diventa disperato ritroviamo gli altari del Gauchito Gil.

Non sono il riflesso magico di una terra senza confini visibili: nella fantasia diventa una specie di tropico freddo. Anche a Buenos Aires la crisi trapianta gli altari del Gauchito Gil dalle villas miserias che stringono la città, ai viali del centro, davanti a caffè e librerie. Religione atea al cui sincretismo ormai si aggrappa anche la borghesi colta. Sgualcita dalla crisi aspetta il miracolo. Quando trema l'ultima speranza, non si sa mai. Non sono proprio le maestà che l'Italia contadina consacra alla Madonna nei crocevia delle campagne, ma piccoli santuari con bancarelle che vendono gli oggetti di devozione: fazzoletti, cappelli, bandiere e braccialetti. Sempre rossi. Il “santo” amava il rosso. La vita di Gauchito Gil non è stata di contemplazione. Solo la fatica di un gaucho senza rancori. Nel 1850 Antonio Mamerto Gil Nunez viene accusato di aver rubato due cavalli. Dalla città arrivano i gendarmi. Ottanta chilometri con un prigioniero è il fastidio che le guardie non sopportano. Le traduzioni finiscono sempre allo stesso modo. Uccidono il “colpevole” scrivendo nel rapporto: aveva tentato di scappare. Il poliziotto lega mani e piedi e si avvicina per sgozzarlo. Ma il Gil non piange. Parla sottovoce al sergente: “Tuo figlio sta per morire. Ti perdono per il dolore che proverai, solo se al suo capezzale invocherai il mio nome con parole di pietà”. Il figlio del sergente è in agonia e l'assassinio prega l'uomo che ha appena ucciso. La profezia si adempie. Da quel momento, senza incenso e beatificazioni, Antonio Mamerto Nunez diventa il santo dei disperati. Tra Buenos Aires e la Patagonia sono tanti, ormai.

Rio Gallegos è la piccola capitale dello stato di Santa Cruz, 80mila persona. Alla stazione arriva il treno partito da El Turbio, frontiera di neve col Cile. Non proprio un eurostar. Tre carrozze, panche bisunte, la stufa in fondo fra legna tagliata. I passeggeri devono tener vivo il fuoco per non morire di freddo. Hanno l'aria di pescatori più che di mandriani. Vengono dalle isole Chiloe, davanti a Puerto Montt, Pacifico cileno. Dalle Chiloe si scappa in tanti modi. Francisco Coloane, Melville del '900, se ne è andato come tosatore di pecore e chi sbarca a Rio Gallegos ha in mente lo stesso mestiere, pendolari per sei mesi appena in Patagonia comincia il disgelo. Poi Coloane cambia mestiere diventando il poeta del vento che fa rabbrividire i lettori. Ma le barbe lunghe e gli assonnati che incontro in stazione non hanno l'aria di piegarsi sulla macchina per scrivere. Chiedo a un ragazzo dai vestiti pestati per il girarsi e rigirarsi sulle panche: “Sei montato a Jaramillo?”. Mi guarda con sospetto: come posso sapere di Jaramillo? E' solo una tettoia rossa dove il treno fa il pieno d'acqua in mezzo alla pampa. “Vengo da Puerto Natales”, voce risentita con una vena di curiosità.

E il tormento di un viaggio nel viaggio degli altri. Non un'abitudine colta. In qualsiasi viaggio ascoltiamo le storie di chi siede accanto e ha voglia di raccontare per la libertà ritrovata con chi non conosce. Oppure scopriamo l'infelicità del confronto tra i libri che descrivono luoghi incantevoli e la noia della loro mediocrità. Comincia il gioco degli specchi. Battendo i denti per la neve che copriva la pampa, a Jaramillo si è affacciato Luis Sepulveda e lo racconta in Patagonia Express (Guanda, 1999), uno dei libri che accompagnano il mio cammino. Sono venuto in stazione per guardare i pescatori che a casa mangiano frutti di mare e patate, e in Patagonia patate e stufato d'agnello. So delle abitudini e della loro vita corta. Tipo di memoria che inquina la realtà nella quale mi immergo. Conosco la storia degli uomini e delle cose e il piacere della scoperta svanisce nella non meraviglia. Ho nostalgia del mistero che gli stranieri hanno goduto nell'attraversare la Patagonia senza i racconti di chi era passato prima. Scrivevano diari dalla cabina delle navi. Poi Bruce Chatwin (In Patagonia, Adelphi, 1982) insegue un passato che non gli appartiene per pelle e cultura. Fruga le spiagge alla fine del mondo recuperandone i relitti. E raccoglie le loro storie sciogliendole in una cronaca distratta con la furbizia del collezionista di piccoli romanzi.

Gli argentini hanno sempre guardato in altro modo il Sud sconosciuto. La Patagonia è rimasta una specie di far west senza diritto al voto fino al 1950. ecco perché la tentazione di staccarsi dai “corrotti di Buenos Aires” si riaffaccia con la Casa Rosada a pezzi. Vanni Blenghino ne ricorda la diffidenza storica. Ricostruisce l'illusione del dividere (meta '800) il mondo civile da quello sconosciuto costruendo un vallo che doveva unire i due oceani, soprattutto fermare indigeni descritti da un Darwin ossessionato dalle bugie che nessuno poteva controllare “cannibali feroci ai quali piace la carne pallida”. I 300 chilometri mura e fossati non si realizzano e dove tagliano la pianura vengono saltati ogni volta che “i predatori provano a saltarli”. Il vallo della Patagonia (Diabasis).

Se Chatwin si è messo in cammino per scoprire misteri, un po' come Livingstone lungo i fiumi africani, Mempo Giardinelli, lo scrittore argentino più affascinante del momento, si avventura in compagnia di un amico in carne e ossa e due passeggeri immaginari nei sedili dietro. Sono i protagonisti di un racconta che non riesce a concludere. Viaggiando spera di incontrare l'ultima pagina. Ne interroga i protagonisti mentre il paesaggio scorre nel finestrino: Finale di Romanzo in Patagonia (Guanda,2001) diventa la colonna sonora di un dialogo surreale fra le macerie dei sogni industriali e la polvere degli alberghi costruiti da Peron, anni '40. Poca gente “ma riflessiva. Guarda l'orizzonte e discorre con pietre ed animali. Evoca il passato e se ne rammarica”. Un modo di osservare talmente intrigante da costringermi alla stessa domanda in ogni posto dove dormo. Chi siete, da dove venite, come mai qui? “Vorrei conoscere un emigrante tedesco...”.

La provocazione cade nel vuoto. Fingono distrazione i camerieri degli alberghi dove, nascondendo lo sfacelo delle camere, ci si impegna a difenderla la dignità del salotto inglese, memoria di quando gli inglesi prendevano il tè. E anche chi gioca a carte su poltrone di un tudor traballante non raccoglie la curiosità. Hanno capito qual è il pericolo di chi arriva dall'altra parte del mondo: frugare la storia per riesumare nazisti alla deriva, ombre del benessere anni '40 ormai volato via. Solo una volta, e per case, incontro padre e figlio. Vestiti come ogni argentino dalle tasche vuote. Nell'accento del vecchio gli aghi di una lingua da dimenticare. Indovino di aver finalmente trovato gli orribili fantasmi che cercavo ascoltando il nome del figlio: Hans. Il padre lo invoca per caricare sementi sul camioncino. Parlano volentieri, eppure la nota di qualche interesse non è la storia personale nella quale non hanno intenzione di aprire fessure: solo la nostalgia del cibo. Il vecchio fa capire di non essersi rassegnato all'assenza dei sapori che hanno rallegrato gli anni perduti. Sorridendo, Hans spiega di non capirne la passione per le pietanze untuose così diverse dalla ruvida cucina che lo ha cresciuto.

Nella scia del traghetto si spengono le luci del faro di capo Virgenes, ultima Patagonia. Ecco la Terra del Fuoco, specie di luna a volte spettrale e poi verde per i boschi che scendono in mare. Il Lago Fagnano sembra una Garda selvaggio. Come succede per canali e ghiacciai, i nomi non sono argentini: inglesi, italiani. Quei viaggi di padre Agostini. Fagnano era un salesiano di Torino vissuto tra gli indios. Anche Ushuaia, capitale della Terra del Fuoco, è lievitata grazie ai 1200 profughi in un certo senso politici che Peron manda a chiamare quando il fascismo finisce. E arriva il commendatore Borsari di Forlì, vecchio gerarca con la sua nave di disillusi. Trasformano la città della pene (carcere sul mare gelato) nei gironi di una piccola capitale del turismo e dell'elettronica. L'hotel Cabo de Hornos ha posto “per sole due notti”: non ho prenotato.

Ma la scoperta non si ferma ai passeggeri dell'esotico: stanno arrivando altri visitatore. Fino a qualche tempo fa gli scrittori di Buenos Aires coltivavano una traduzione rigidamente urbana. Quei labirinti di Borges continuavano ad intrigare, e il mondo finiva dove cominciava la pampa. Ma la crisi allunga lo sguardo: stanno scoprendo l'Argentina dimenticata. Anche la storia della famiglia di Sylvia Ipanaguirre comincia nella pampa. La nonna basca sbarca a 18 anni. Viene dai profili aguzzi dei Pirenei e lo spazio senza fine la inquieta per sempre. Ed inquieta anche il protagonista del romanzo La Terra del fuoco (Einaudi, 2001). Sylvia ricostruisce la storia di Jemmy Burton, indiano yamana, popolo nomade che viveva in piccole barche dove sempre era acceso quel fuoco che affascina i primi navigatori europei e battezza l'ultimo scoglio d'America. Nel 1830 gli inglesi lo trascinano a Londra assieme ad altri indigeni razziati. Li esibiscono come trofei. Vogliono trasformarli in sudditi fedeli alla corana. Dopo tre anni li riportano sulle rocce del vento. Sta nascendo una missione anglicana il cui scopo è coltivare lo spirito con i piedi per terra: qui si aprono i canali che permettono di fare il giro del continente. Panama è ancora un sogno, e Londra vuole il controllo dei labirinti gelati. Ma nel 1859 la missione viene distrutta, l'equipaggio di una nave massacrato e Burton indicato come condottiero dell'ignominia. Con aria innocente si lascia condurre all'Isla d'Estado davanti al tribunale arrivato dall'Inghilterra. Nessuno ne dimostra la colpevolezza. Può tornare fra i piccoli iceberg dello stretto di Magellano.

Per costruire la storia lontana, la Iparraguirre abbandona Buenos Aires e scopre Ushuaia. Ascolta le ultime donne che parlano la lingua yamana. Le trova sulla sponda cilena, a Puerto Williams. Nell'inseguimento del romanzo anch'io le inseguo davanti al museo che raccoglie i segni di un popolo cancellato da troppi conquistatori. Per un dollaro posano nelle foto ricordo della vacanza. Ma quando scendo nella piccola città militare (duemila abitanti) incontro una folla che ascolta un oratore attorno al monumento della piazza O' Higgins. Immagino rappresenti il generale che ha fondato la patria cilena. Non è lui sul piedistallo, povero O' Higgins dimenticato.

Gli ottoni di una ruota gigantesca del Rotary splendono anche se il cielo è grigio. I rotariani di Santa Fè sono venuti a renderle omaggio. Stanno posando una corona di fiori e guardano il totem con la commozione di chi si inginocchia davanti al milite ignoto.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 13/10/2002



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