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ARGENTINA

Argentina, il Vecchio e il Male

La fame dei bambini è lo strazio scoperto per un attimo dalle tv. Un attimo: domani chi se ne ricorderà? Ma la crisi argentina nasconde ombre silenziose delle quali non si parla. La dignità dei vecchi si spegne nell'indifferenza. Il 34,4% degli argentini sopra i sessant'anni non intasca un peso al mese. E il 30% dei “fortunati” che per anno ha aspettato come miracolo la riapertura dei risparmi congelati nelle banche, adesso riprende i soldi sepolti, svalutati quasi quattro volte. La pensione media del 70% di anziani fortunati, è 195 pesos: sessanta euro al mese.

Per qualche mese andranno avanti centellinando i soldi messi da parte, ma senza un segno diverso che conforti il futuro. Il liberismo li invitava a “farsi una pensione autonoma” quando l'autonomia degli ultimi stipendi svaniva nella dollarizzazione, non permettendo di mettere via qualche soldo per “garantirsi il futuro” in una società dai prezzi alle stelle. Sono lì ad aspettare che succede qualcosa, tasche sempre più vuote. Arredi che finiscono nei mercatini oppure venduti con la vergogna di chi cancella i desideri di quando la vita era serena e si affida agli speculatori, loro ingrassano.

Smunti, afflitti, accendono la tv aspettando la buona notizia che non arriva. Nel distretto di calle Alvarado dove si distribuiscono i pacchi-aiuto una fila senza parole aspetta con pazienza. Signore vestite col garbo di chi faceva i capricci nei negozi; signori con vecchie giacche di lino stirate con cura. Aspettano un chilo di zucchero, uno di fagioli, uno di lotte in polvere, bottiglia d'olio, mezzo litro di salsa di pomodoro, formaggio, riso. Valgono 26 pesos, 24 euro. Per dieci giorni, forse venti giorni, non avranno altro. 460mila persone di Buenos Aires vivono così. Solo una signora ha voglia di rispondere: “L'anno scorso pesavo tredici chili di più...”, la voce si rompe, non dice altro. E le statistiche della Caritas e della Comunità di Sant'Egidio più pessimiste dei numeri ufficiali, fanno sapere che il 35% degli anziani è ormai denutrito. Nella provincia di San Juan 134 persone sono morte dall'inizio dell'anno per tante malattie, ma il nodo è sempre fame. Si può morire in tanti modi, il più doloroso umilia i sentimenti che hanno accompagnato verso l'età matura: la vergogna di dichiararsi poveri e mettersi in coda quando dieci anni or sono operai, impiegati, insegnanti, mantenevano il decoro che sempre ha accompagnato la classe media argentina.

Ci sarebbero i figli, ma sono figli senza lavoro, pensione ancora lontana. Succede che nel dieci per cento di famiglie della grande Buenos Aires, i nipoti piccoli dividano con i nonni le briciole di queste pensioni. A casa non c'è niente. E la non speranza si allunga alle nuove generazioni. Chi può scappa o invita i ragazzi ad attraversare il mare verso le terre che i nonni avevano abbandonato per il sogno americano: italiani in fila davanti ai consolati.

Ma la disperazione può essere più profonda: storia di due donne fuggite alla violenza di guerra e razzismo e adesso costrette a ripudiare le idee di una vita per tornare dove il pane è assicurato, luoghi dove i ricordi continuano ad inquietare. Discorsi malinconici in case con tracce di un benessere che si allontana.

Yoshie Nakagaa Kamioke. Minuta, senza età, elegante come chi si prepara ad una festa. Versa il tè nel patio, l'erba ben curata. Municipio di Olivos, poco lontano dalla residenza del presidente Duhalde. Entrando ho attraversato due stanze con strani macchinari, odore pungente degli acidi cha ancora impregnano le pareti. Una lavanderia, gli affari sono finiti. Era arrivata a Buenos Aires nel '57 dopo anni di ospedale e la disperazione di una ragazza bruciata dalla bomba. A Hiroshima, quel mattino del 7 agosto '45, Yashie stava andando al lavoro. Il bus le era scappato e camminava in fretta verso la fabbrica di sigarette dove i militari la obbligavano a lavorare perché gli uomini combattevano e a 17 anni doveva servire la patria immersa nel tabacco. Le procurava allergie dolorose. Non poteva rifiutarsi. Quel mattino mentre, trafelata, stava per arrivare alla stazione dei treni, la luce gialla ed una nuvola “immensa” le cadevano addosso. Poi non ricorda. “Ero vestita d'estate. Mezz'ora, forse un'ora mi sono risvegliata. Gli occhi vedevano male. Vestiti e capelli bruciati. Anche il corpo scottava. Non ho più il seno, ma adesso, cosa importa? Allora ero una ragazza che cercava di scoprire le ferite del corpo e inorridiva man mano che sollevavo i brandelli della stoffa incollata alla pelle: sempre seduta sul marciapiede. Nessun rumore, sotto il cielo nero. Non c'è niente più terrificante di una città senza rumori. Mi sono trascinata a casa, cominciavano le grida. Ho impiegato tre ore ad attraversare i cinquanta isolati che avevo percorso con la fretta di chi è in ritardo. Non riuscivo a ricordare se un'ora o un giorno prima. Non riuscivo a ricordare, perché le case non c'erano più. Ma la mia casa si alzava nel deserto come l'avevo lasciata. Non proprio: l'uragano si era infilato dalle finestre spaccando mobili, rovesciando ogni cosa. Anche il tetto era scoppiato.

La famiglia di Yoshie resta senza niente. Senza niente anche il padre che aveva aperto una piccola banca d'affari a New York, chiusa dopo Pearl Harbour. Li salva uno zio trapiantato in Argentina. E Buenos Aires diventa “la mia città felice, gente con tante facce diverse”. Trova anche l'amore: “Un ragazzo mi ha detto che ero bella anche così”. Due figli la aiutano ad allontanare l'ossessione che ritorna quando nella radio, televisione o nei discorsi della gente risuona la parola Hiroshima. Anche gli affari vanno: lavanderie, vocazione dei giapponese di questa America. Poi la crisi sempre più profonda. Vetrine che si chiudono, il marito muore mentre i figli devono vedersela con la vita difficile. Un giorno riceve la lettera del municipio di Hiroshima: invita i sopravvissuti a tornare per una cerimonia solenne. Deve firmare il registro di chi ha visto la luce gialla. Adesso sempre più sola, tasche sempre vuote, pensa ad Hiroshima in modo diverso. Forse una pensione può rianimarle la vita. Ma bisogna riattraversare il mare.

Marie Dawildowicz Kesler. “Perché sua figlia ha lasciato questa America senza guerre e divisioni religiose, per andare in Israele, attorno ad Haifa, non lontano dai villaggi dove carri armati e kamikaze ogni giorno uccidono le speranze di pace'”.

“Mio zio partito per Israele nel '54 richiamato dall'idea di una patria ebrea. Sabrina è partita per fame”. Sabrina era maestra giardiniera, il marito un negozio nel municipio di Sant'Isidro. Gli affari finiscono, i giardini smettono di avere bisogno della fantasia di chi inventa la bellezza: “Non lavorava quasi più. Il municipio le pagava con assegni scoperti. I bambini non avevano speranza. Lo zio l'ha invitata e sono andati, ma ogni sera quando le scene di guerra accendono la tv, tremo pensando che mia figlia vive ciò che avevo giurato di non farle mai provare: la guerra e l'odio religioso. Chi si odia, da qualsiasi parte cominci a odiare, insulta l'umanità. Lo so perché l'ho provato sulla mia pelle...”

E' nata nello stesso anno, stesso mese di Anna Frank. Padre arrivato in Belgio dalla Polonia: lavorava in miniera. Poi i carri tedeschi. Cominciano a scappare. In Francia, nel maggio '40. Il padre va nel Midi, lavora come ebanista in un campo di lavoro per polacchi, controllato dalla repubblica di Petain. Madre e figlia internate in un campo di concentramento vicino a Pau, poi nel campo di Limoges. “Io a scuola, mia madre cameriera in un albergo per militari, sarebbe giusto dire schiava”. Nell'agosto '42 Marie e la madre vengono trascinate nell'ufficio comunale dove un tedesco in divisa si avvicina alla ragazza: “Sto per regalarti un fiore”. E' la stella gialla. In gotico scrive sul suo documento di identità: ebrea. “Sei contenta”, la sbeffeggia. Da quel momento vivono nascoste fuori dal campo, senza mai accendere la luce, niente riscaldamento finché l'inquilino di sotto le invita ad andare via: “Non voglio essere compromesso”. Si rifugiano in casali in rovina sempre ascoltando i passi nella notte perché, la notte, soli ai militari era permesso violare il coprifuoco. Un mattino le vanno a prendere. Il nuovo campo ha un'aria provvisoria: baracche nuove di Rousset. Nelle baracche non c'è niente. Né letti, né coperte; niente tavoli e sedie: accucciate per terra, senza poter uscire, fra mille altre persone come loro. Intanto il padre si dà alla clandestinità. Entra nei maquis e raggiunge la vecchia abitazione dove ogni tanto mandava cartoline. Non le trova. Scopre che le hanno portate via. Assieme ai compagni manda un messaggio al prefetto della città: o liberate le due donne, o facciamo saltare il palazzo: “Non sapevamo niente di lui, ma un mattino, mentre caricavano gli altri sui camion e poi sui treni diretti in Germania, un ufficiale francese ci ha chiamate da parte: “Voi, fuori”. Guardavo due amiche che piangevano e mi salutavano disperate: immaginavo dove le avrebbero portate. Lontano, al freddo. Per anni si riaffaccia il pensiero di quel distacco: perché loro, e noi siamo salve?”.

L'ultima notizia del padre è una lettera imbucata a Nancy: “Mi hanno preso. Non so dove ci portano. Ho medicinali contro l'ulcera e la speranza di vedervi presto...”. Sparito per sempre. Marie non ha mai smesso di cercarlo per capire dov'era finito. Nel '96, a Parigi, un documento che conserva come una reliquia, le fa capire cosa è successo. E' firmato da Eichmann, datato Alto Comando di Berlino. Ordina di portare nel campo di sterminio di Maidanek, Polonia, i prigionieri della lista 51, 6 marzo '43, il giorno dopo l'ultima cartolina. Dawidowicz è il terzo nome dell'elenco.

Finita la guerra madre e figlia vivono nell'incubo di un'altra esplosione. Israele è appena nata e si combatte. L'Europa continua ad essere attraversata dalle minacce di altri conflitti. Scoppia la Corea: “Volevo andare il più lontano possibile da tutto questo”. Argentina vuol dire serenità, benessere, allegria dei primi anni “anche se quando parlavamo di Peron bisogna farlo sottovoce. In ogni palazzo c'era un responsabile del partito giustizialista. Ci sentivamo spiate come nella Francia occupata”. Ma Marie sa di avere un compito: andare in ogni scuola per raccontare la sua storia e la storia di chi non è tornato. Per ribadire che i paesi in guerra sono quasi sempre paesi ammalati: bisognava starne lontani. Ha cresciuto i figli con queste idee ed era convinta di aver sepolto e per sempre le paure lontane, ma la disperazione può cambiare le idee e la figlia è partita.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 04/12/2002



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