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ARGENTINA

Storie di desaparecidos: “L'inquilino di sopra carnefice di mia madre”

La memoria argentina è una zona grigia non risolta. Ogni giorno affiorano storie impossibili. Alcuni giorni fa Pagina 12 riproponeva la galleria dei ricordi a pagamento: necrologi dove il rimpianto non trascura la speranza. Annunci che ricordano un mondo sconosciuto alle abitudini della democrazia: “Beatrix Cristina Sarti, dove sei?”. “Andrea e Juan Pablo Tedesco de Gomilla, perché non tornate?”. Chi avesse notizie padre, madre, fratelli pregano di farsi vivi. Tre ragazzi – 19, 21 e 23 anni – spariti il 19 maggio '77. Facce in bianco e nero; tre dei 30 mila nomi che i militari hanno cancellato. Se l'aver seppellito il dolore dal silenzio può valere questo tipo di consolazione, ogni tanto c'è un lieto fine. Per la prima volta un figlio strappato a due giovani desaparecidos – bambino in fasce, merce preziosa – scopre la propria identità e ne parla con la gioia di chi ha sciolto ogni dubbio. Finalmente sa. Gli altri 70 ragazzi che le nonne di piazza di Maggio hanno finora rintracciato, si rifugiano nel silenzio: imbarazzo, vergogna o lo strazio dell'aver subito la commedia atroce di chi, dietro la tenerezza della convivenza, ha nascosto la verità. Qualcuno non l'accetta.

Uscire dal dubbio con la felicità di Horacio Petragalla, è uno dei miracoli che la vita può svelare. 27 anni, testa arruffata di chi non riesce a mettere ordine neanche ai capelli. Sorriso trasparente. “Finalmente so chi sono”. Lo ripete senza l'enfasi che le vittime si rassegnano a distribuire.

Quindici giorni fa ha scoperto nomi e facce di padre e madre, allora erano ragazzi della sua età, frequentavano la facoltà di lettere: animavano senza segreti la Gioventù Peronista: Horacio Petragalla e Liliana Corti hanno avuto un figlio prima della laurea, Horacio junior, naturalmente. Nella foto che Horacio junior mi ha portato, un bambino sbadiglia in braccio a una ragazza che gli somiglia come una goccia d'acqua: “Lei...”. L'ha scoperta per la prima volta sei mesi fa sfogliando gli archivi di Estella Carlotto, presidente delle Nonne di Piazza di Maggio. “Cercavo, ma non sapevo eppure quando ho visto la ragazza col bambino in braccio mi sono messo di profilo davanti allo specchio: lei era di profilo. Non ho avuto dubbi. Mia madre...” Allora è andato alla Banca dei Dati Genetici che le Nonne e Madri sono riuscite ad imporre per rintracciare i nipoti perduti. Ha mostrato l'immagine della donna sillabandone il nome. “Credo sia questa...”. Tre minuti dopo si è seduto “un po' commosso”. Proprio lei.

Come è venuta l'idea di cercare? “Un caso, non proprio un caso: fantasie inverosimili. Sentivo che i genitori con i quali ero cresciuto non potevano avermi messo al mondo. Padre operaio, raggrinzito, poche parole. Anche la madre silenziosa. Donna di servizio nella casa del tenente colonnello in pensione Herman Tetzlaff. Dolce umiltà e grande amore per l'ultimo dei quattro figli. Horacio, appunto. Non mi spiegavo la differenza fisica con i fratelli. Dove sono nato?, chiedevo”. “Nel sud – rispondeva eravamo in viaggio. Non ricordo il posto...” Allora perché nella carta d'identità c'è scritto Buenos Aires? “Quando siamo tornati tuo padre è andato in municipio. Hanno fatto confusione”. Il tenente colonnello abita all'ultimo piano, Horacio, genitori e fratelli in tre stanze con aria da scantinato. Ma è lo stesso palazzo.

Il tenente colonnello ha una figlia che si chiama Marisol. Anni fa Marisol si confida ad Horacio: “Un professore mi ha detto che sono stata adottata. Ero figlia di un desaparecidos”. Ed è la rivelazione alla quale Horacio si aggrappa per spiegare la differenza che lo divide dal resto della famiglia. Utopia, illusione? I compagni di scuola lo prendono in giro. Due anni or sono, la rivelazione: il tenente colonnello Herman Tetzlaff era un torturatore. I giornali raccontano che la Giustizia sta indagando ritenendolo capo del carcere segreto Gordo Joe, dove chi entrava non riappariva e i pochi superstiti raccontavano le urla di chi veniva torchiato: “Non mi era piaciuto. Questione di pelle. “Eppure è un buon padre”, placava Marisol. Lo salutavo appena. Un fastidio vederlo ai bordi del campo mentre giocavo a pallacanestro. Non applaudiva, non si arrabbiava. Sempre di ghiaccio. Finita la partita soffiava maldicenze. “Oggi sembravi un pezzo di legno...”. Correvo via per non strangolarlo”.

Horacio studia e lavora. Poi smette di studiare e con Magali, la sua ragazza, fa progetti per trasferirsi in Brasile: vuole aprire u ristorante argentino. Magali è 'accordo ma gli chiede di seppellire per sempre il passato. Chiarirlo e dimenticarlo, basta con l'ansia del cercare. Solo allora sarà possibile partire. Ne parla anche con la madre di Horacio, povera donna che scoppia a piangere. Asciuga gli occhi e fa un discorso inatteso alla ragazza: “Se mentre siete lontani mi succede qualcosa, ricorda che nel cassetto chiuso a chiave c'è una lettera per Horacio. Finalmente capirà”.

Quando Horacio viene a sapere che il segreto non è immaginario, gli manca il cuore di chiedere spiegazioni alla povera donna. Va dal giudice sollecitando il permesso del confronto genetico. Tornando a casa, suona al vecchio portiere: sa tutto di tutti. Gli mostra l'ordinanza. “Sto per scoprire la verità, dimmi se tu hai notizia di qualcosa...”. Il povero portiere risponde col silenzio. Ma prima di chiudere la porta brontola a mezza bocca: 2Lo sanno tutti che sei figlio di desaparecidos...”. Chi li ha uccisi? Il portiere alza gli occhi verso l'ultimo piano: “Ecco perché quel bastardo del colonnello non mi piaceva”.

Adesso lo sa ma vuole solo guardare avanti: “La vita mi ha restituito quando mi ha tolto da bambino. Mi basta. Al resto penserà la giustizia”. Corre dagli zii che non conosceva. Fanno festa per giorni: “Qualche lacrima da parte dei vecchi. Tante foto che escono da i cassetti. Io appena nato, io bambino, mia madre e mio padre il giorno del matrimonio”. Il padre è stato fucilato per colpa di una foto. Era andato a Madrid ad accogliere il Peron che tornava dall'esilio ed ha viaggiato con lui nell'aereo che lo riportava a Buenos Aires. Quando il regime militare mette al bando il peronismo, si nasconde tra i montoneros sperando di salvarsi nella clandestinità. Ma la Triplice A (Azione Anticomunista Argentina) lo scova e lo fucila. La madre finisce in prigione: nessuno l'ha vista uscire. Horacio non è un bambino di quelli da impastare di tenerezza, e il tenente colonnello gli gira attorno ma poi sceglie la neonata di una ragazza buttata nel rio della Plata subito dopo aver messo al mondo la figlia. Il prete l'ha battezzata col nome di Hilda. Diventa subito Marisol. E di questo bambino cosa ne sarà?, chiede la cameriera alla moglie del colonnello, Herman Tetzlaff alza le spalle e risponde: “Ci sono tanti orfanatrofi...”. La povera donna con tre bambini in casa non sopporta che il piccolo senza nessuno diventi il bambolotto che passa di mano in mano. “Lo prendo io. Uno in mano, uno in più non fa differenza”. A questo punto la voce di Horacio un po' trema: “Il colonnello mi odiava perché la mia presenza gli ricordava quel passato. Ogni giorno glielo sbattevo in faccia senza saperlo. Ero felice, crescevo giocando con la figlia che avevo scelto. Magari gli sembrava un affronto. Ecco l'acidità, ma non vorrei vivere col suo rimorso”.

C'è chi i rimorsi non li considera. Il colonnello a riposo Sachez Toranzo ha trascinato in tribunale Hernàn Salazar, ragazzo che fa parte degli “Hijios”, associazione dei figli delle vittime della dittatura. Il padre di Hernàn non è stato ucciso, ma la lunga prigionia e la tortura psicologica, lavaggio del cervello col quale ogni giorno il colonnello lo opprimeva, hanno cancellato equilibrio e serenità. Il resto della vita lo ha passato nell'incubo di ricordi che lo angosciavano. Il colonnello si avvicinava con pinze che brillavano scintille. Puntava la pistola alla tempia. Colonnello che prendeva nomi di “giovani sovversivi” minacciando di far sparire la famiglia dalla quale il prigioniero per un tempo interminabile non ha saputo niente.

Mai sfiorato dalla giustizia e libero da ogni peso da amnistie e dagli indulti degli anni di Menem, il colonnello continua, ormai, nella rispettabilità. E' talmente apprezzato d'essere chiamato in cattedra dall'Università di Moron, corso di Politica e Sviluppo della Sicurezza Nazionale. E' stata la visibilità dell'insegnamento a tradirlo. Da tempo Hernàn Salazar lo cercava. Aveva trovato il nome indicato dal padre prima di morire, nell'elenco di Nunca mas, verbali degli interrogatori che Ernesto Sabato (lo scrittore) aveva raccolto per 27 mesi. Ecco dov'era finito. Sull'università sono piovuti volantini con la storia onorevole del colonnello-insegnante. Manifesti attorni alla sua casa. Sanchez Toranzo querela gli autori. Avevano tutti firmato, nome e cognome, nel ricordo dei padri perduti. E quando il giudice fissa la data del processo, gli “Hijios” rispondono con un documento che Hernàn si incarica di infilare nella cassetta del condominio del colonnello. In quel momento la moglie entra nell'atrio: “Non voglio pubblicità”. Voce annoiata. “Non è pubblicità: sono Hernàn Salazar...” La signora urla. Il marito apre la porta, corre al telefono. Mentre Hernàn se ne va a passi quieti, piomba la polizia. Lo arresta per aver “minacciato di morte un alto ufficiale”. Ho solo consegnato un biglietto che anticipa le accuse presentate al tribunale”. Ma il colonnello ha radici profonde nei palazzi. Querela accolta. Sta per cominciare il grottesco di un processo per “attentato all'onorabilità di un cittadino incensurato”. La sentenza farà capire da che parte sta l'Argentina.

Maurizio Chierici – L'UNITA' – 28/05/2003



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