| BIBLIOTECA | EDICOLA |TEATRO | CINEMA | IL MUSEO | Il BAR DI MOE | LA CASA DELLA MUSICA | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | NOSTRI LUOGHI | ARSENALE | L'OSTERIA | IL PORTO DEI RAGAZZI | LA GATTERIA |

CINEMA

La linea d'ombra di Michael Cimino

Michael Cimino è un uomo che ha passato la linea d'ombra, che ha sposato il cuore di tenebra. Per sopravvivere all'esclusione del grande giro delle major holliwoodiane (necessarie per realizzare i suoi film ambiziosi) ha inventato un dominio tutto suo attraverso cui parlare e regalare visioni del mondo. Quello che prima faceva con Il cacciatore, I cancelli del cielo e Verso il sole, ora lo fa attraverso i romanzi. I libri sono la sua arte o mestiere, i suoi nuovi sudditi e figli. Andare a Bologna per intervistare Cimino è come incontrare il colonnello Kurtz di Apocalypse Now: un escluso, un proscritto, un sopravvissuto, un reduce cui rivolgersi per sentire cosa pensa della vita, la sua, e del mondo, del cinema e della politica.

E come un degno Kurtz le sue risposte sono ingranaggi psicologici da aprire e decodificare. Una partita a scacchi dove aspettarsi la vera risposta solo due mosse dopo. Dice, in sostanza, che l'accanimento contro di lui fa parte del gioco, ma quando elogia (come fa nell'intervista) Polanski in verità incita se stesso e la sua tenacia.

Della stessa generazione di John Milius e Terrence Malick, condivide con questi il prezzo della libertà artistica e dell'irriducibilità ai meccanismi del sistema produttivo delle major. Il flop causato da I cancelli del cielo, che avrebbe contribuito al fallimento della United Artists, pesa come un macigno nella carriera del regista italoamericano. Ma Cimino non si dà per vinto. E basta vederlo in faccia per dirlo. Sembra una statua di cera, lo sforzo, anche estetico, di rimanere su e continuare a produrre quadri, libri e forse in futuro film.

Lei è la dimostrazione vivente del prezzo economico, umano e artistico pagato trent'anni fa per seguire una precisa idea di cinema...

Il costo delle verità è molto alto. Si paga con la valuta più cara: gli anni della propria vita. Io avrò scritto più di cinquanta sceneggiature, ma sono riuscito a fare soltanto sette film. Questa è la tragedia del cinema: un pittore che dipinge ma non ha fatto mai una mostra ha sempre un atelier di quadri che potrebbero ricevere una fama postuma, con il cinema no. Ma sono le regole del gioco e vanno accettate. E' una competizione. L'importante è non fermarsi mai.

Il suo caso non è certo comune...lei è stato escluso, proscritto. Quanti registi continuano a fare film anche se alle spalle hanno degli insuccessi.

Si crea sempre molto di più di quello che poi si vede sullo schermo. E' un fatto statistico: per ogni dieci sceneggiature scritte, in media solo una viene realizzata. La vera lotta è continuare a scrivere, se ti fermi sei perduto. E' come lo sport: gli sciatori olimpionici gareggiano una volta ogni quattro anni e in 50 secondi possono vincere o perdere, se perdono devono aspettare altri quattro anni per riprovarci. Se smetti di allenarti non avrai nessuna possibilità di vincere. Se smetti di scrivere non farai più film.

Qui non si tratta di vincere ma di gareggiare. Si allena, e molto, ma al cancelletto di partenza non la fanno arrivare, non ha la libertà di partecipare.

Non si nasce con la libertà, bisogna lottare per raggiungerla, guadagnarsela in ogni momento. E per mantenersela si deve lottare nuovamente, perché ogni vittoria è temporanea. Per rimanere in vita bisogna muoversi, combattere, tribolare...Niente rimane fermo, tutto fluisce: gli oceani, la terra, le molecole, lo spazio. L'importante è muoversi nella direzione giusta...

Forse la direzione che ha preso non è la stessa della major holliwoodiane, necessarie per realizzare film ambiziosi. Quanti progetti non sono andati in porto negli ultimi anni?

Dovevo fare un film su Michael Collins, ci ho lavorato un anno. Poi la Coca Cola si è ritirata dalla Columbia e il mio film è stato cancellato. Lo stesso è accaduto per Santana vince. Cinque anni persi. Ma Hollywood non è buona o cattiva, è chi ci lavora che la rende tale. Shakespeare l'ha detto in una frase sola: “There is nothing either good or bad, but thinking make it so”.

Fra qualche giorno Hollywood festeggia con gli Oscar il suo sistema. Quali film ha visto e cosa pensa dell'attuale cinema americano?

Non ho visto nessuno dei film candidati e in generale non ho tempo di andare al cinema. Ma so che Roman Polanski è uno dei più grandi registi viventi ed è un grande amico. Lui ha avuto tante tragedie nella sua vita, terribili, ed è così bello vederlo vibrare. Lui è così forte, ha un cuore così grande, un'intelligenza così brillante...tutte doti che gli sono servite per sopravvivere. Io sono così orgoglioso che non abbia accettato di fare la regia di Schindler's List e che abbia fatto il suo il film. Perché Il pianista è la sua vera storia e non quella di Spielberg. Mi ha telefonato qualche settimana fa e mi ha detto: “Michael ora tutti i giornali e le televisioni mi cercano, cosa devo dire loro?”. E io gli ho risposto: “Quello che buoi, sei tu ora il boss”. Sia io che lui sappiamo che non c'è nulla da dire, in verità. Spero che vinca perché lo farebbe non solo per se stesso, ma per tutti noi. Lui è una speranza: riuscire a vincere con l'intelligenza, la tenacia, la resistenza, nonostante le tragedie.

Scrivere romanzi come “Big Jane” è un modo di sopravvivere?

Hollywood ha avuto in passato grandi registi che erano anche grandi scrittori. Basta pensare a Preston Sturges o a Mankievicz. Scrivevano i dialoghi di meravigliose sceneggiature, hanno fatto film memorabili perché dietro c'erano scrittori e registi autori di sceneggiature memorabili. Basta guardare i credits dell'epoca: Fitzgerald, Faulkner, Chandler, Hemingway. Ora a Broadway si fanno solo musical. Io ho scritto tre romanzi e ho capito che è la forma diversa di uno stesso meccanismo drammatico: per far piangere o ridere non ci sono scorciatoie. Si guadagna la reazione di uno spettatore o di un lettore sia all'inizio del film o del libro.

Una volta ha detto, commentando il tema principale dei suoi film, che se dovesse definire il problema degli americani lo farebbe con una parola sola: solitudine. La pensa ancora così?

L'America è separata dal mondo da due oceani, è sola anche geograficamente. Ci sono tremila miglia da una costa all'altra, è sola anche all'interno. Sin dall'epoca della colonizzazione gli americani hanno convissuto con questo sentimento. La storia dell'Ovest è piena di racconti di abbandono e tristezza. Quante donne hanno visto partire i loro uomini e non l'hanno più visti tornare. E quante si sono suicidate in quegli anni. Sono tutti elementi che vanno tenuti presenti per analizzare la situazione degli americani. Ora, e da molto tempo, i nuclei familiari sono esplosi, disintegrati. Ma si sono create altre famiglie. Ne Il cacciatore la famiglia è il gruppo di amici, un po' come aveva fatto Fellini con I vitelloni. Una volta ci si nasceva in una famiglia, oggi la si inventa. Pensa alle rock band: litigi, abbandoni, gelosie...La nuova famiglia negli Stati Uniti è la rock'n roll band.

E cosa mi dice del sogno americano: in che cosa consiste e, secondo lei, è andato perduto?

Il sogno americano non è andato perduto perché il è il sogno del mondo. L'America è semplicemente l'aspirazione di persone venute da tutte le parti del mondo a convivere insieme. Questo è il sogno americano: è l'esperimento del mondo ed è nuovo. Solo 150 anni fa i neri erano in catene e ora la campionessa di tennis e afroamericana, Powell è afroamericano, fra qualche anno potremmo avere un presidente afroamericano. E questa è la prova che il sogno funziona, che la gente di ogni cultura, razza, religione può coesistere in uno stesso luogo. Certo non è un mondo perfetto, ci sono contraddizioni e cose stupide, però va avanti, è vivo, saltella e fa rumore. Il fatto è che siamo dei ragazzini, bisogna essere pazienti, uno di questi giorni cresceranno...

I ragazzini fanno anche danno...Come vede la situazione in Iraq?

Bisogna essere Sant'Ambrogio per capirla, o un filosofo che possa tenere i secoli e tutti gli elementi insieme. Comunque, chiunque tratti il tema della guerra, scrittore o cineasta, crea automaticamente un'opera contro la guerra. E' il tragico che decide.

Intervista di Dario Zonta – L'UNITA' – 23/02/3003

| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | LA POESIA DEL FARO|