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CINEMA



INTERVISTA A CURTIS HANSON

Tra i suoi film ci sono titoli come Cattive Compagnie, La mano sulla culla e The River Wilde-il fiume della paura. Pellicole dove la tensione era l’elemento principe dell’intera vicenda, spesso giocata sull’ambiguità dei personaggi. Sono proprio questi ultimi infatti, la fonte di ispirazione di Curtis Hanson, regista, sceneggiatore e produttore che, tra tutti i romanzi di James Ellroy, è rimasto letteramente affascinanto da L.A. Confidential per "il totale coinvolgimento che ciascun personaggio mi ha saputo provocare". Allora si è lanciato una sfida: riuscire a realizzare un film che potesse avere lo stesso impatto impatto emotivo sullo spettatore. E ci è riuscito benissimo, non senza provocare qualche polemica...

L.A. Confidential rivela, nelle atmosfere, molte affinità con i gangster movie degli anni Cinquanta. Si ispira a qualche regista in particolare del periodo?

Ho visto moltissimi film di quell’epoca e ne sono sempre stato affascinato. Chiaramente come regista mi trovo a lavorare in un ambiente molto diverso rispetto a quallo in cui operavano i cineasti di quel periodo. Ora quel sistema non esiste più. Nei film che ho fatto ho "saltellato" un po’ di qua e di là; ho lavorato con le major, con gli indipendenti e non sono mai tornato nello stesso posto due volte. La cosa che davvero invidio ai registi dei vecchi tempi e che loro miglioravano man mano che invecchiavano. Penso per esempio a Hawks, Huston, Hitchock.... Le loro capacità narrative si affinavano con il passare del tempo e, inoltre, erano stimolati sia dagli studios che li avevano sotto contratto, sia dal pubblico. Oggi la situazione è molto diversa; i registi prima devono mettere avanti i loro film più personali e poi vengono incoraggiati ad imitare continuamente quello che hanno fatto con rendimenti decrescenti. Io mi considero, prima di tutto, una persona che narra storie divertenti. I narratori che più ammiro sono quelli che sanno raccontare e intrattenere, dando al pubblico qualcosa in più del divertimento ed è per questo che possiamo vedere i loro film più volte.

Qual è il suo modo di procedere nel realizzare un film?

La realizzazione per me inizia dalla sceneggiatura, poi c’è la cinepresa e soprattutto gli attori, fino alla fase di montaggio e della scelta della colonna sonora. E dal punto di vista del narratore tutto questo richiede una disciplina, una linea che crei uno stile veloce e facilmente fruibile. Per questo mi piace molto, tornando agli anni Cinquanta, il modo di lavorare dei registi di quel periodo: sapevano esattamente cosa era importante in ogni singola scena per poter raccontare al meglio la scena.

Nei suoi film precedenti, da Cattive compagnie, a La finestra dalla camera da letto fino a La mano sulla culla, si avverte sempre una tensione molto forte. Cosa è per lei la suspence?

Amo la suspence. Come spettatore cinematografico mi piace esserne preso e come regista mi piace crearla. E’ un elemento ideale, non necessariamente legato al thriller perchè qualsiasi buona storia ha un elemento di suspence. Lo dimostra il fatto che durante il film ci chiediamo come finirà e questo accade perchè ci interessiamo ai personaggi. Sono loro l’elemento fondamentale di ogni storia ed è uno dei motivi per cui sono particolarmente legato a L.A.Confidential: sono subito rimasto affascinato da ogni singolo personaggio. Ciascuno di loro trasmette emozioni e sentimenti diversi che cambiano nel corso della vicenda. Ed è proprio da questo che scaturisce la tensione e la suspence.

Le maggioranza delle riprese di L.A. Confidential avvengono in esterni e la città, dal punto di vista visuale, ha grande rilievo nel film. Lei che tipo di rapporto ha con Los Angeles?

La Los Angeles di L.A.Confidential è la città dei miei ricordi di infanzia e ho sempre desiderato ritornare a questo pazzo mondo di adulti che da bambino mi creava anche una certa confusione. Ho letto tutti i romanzi di Ellroy e non ho mai pensato a un film; lo facevo per mio piacere personale, perchè mi affascinava il modo in cui descriveva la mia città e le sue atmosfere uniche. Ciò che mi ha colpito di L.A. Confidential è stato il mio coivolgimento emotivo con ogni personaggio del libro e più andavo avanti con la storia più mi sentivo preso. Così mi sono chiesto se sarei stato in grado di ricreare lo stesso interesse in un film che potesse coinvolgere così profondamente il pubblico. Volevo realizzare qualcosa che fosse completamente diverso da tutto ciò che si produce ad Hollywood, inoltre, questo testo mi dava la possibilità di cimentarmi con un tema che mi ha sempre interessato, ovvero la differenza che esiste tra quello che le persone sembrano e quello che in realtà sono.

E’ stato questo che l’ha spinta a scegliere, tra tutti i romanzi di Ellroy, proprio L.A. Confidential?

Lo stesso Ellroy mi ha domandato il perchè avessi scelto proprio L.A. Confidential. La risposta non si trova negli aspetti aspetti specifici della storia, ma piuttosto nella complessità dei personaggi narrati. Nel romanzo ciascuno di loro è la star della propria vicenda e ognuno ha la medesima importanza. Mi piaceva l’idea di poter raccontare una storia dove ci fossero diffenti punti di vista e che comportasse un partecipazione corale. E’ stato proprio l’aspetto complesso del romanzo che ha interessato sia me che lo sceneggiatore, Brian Helgeland. Nello scrivere la sceneggiatura siamo partiti dal sistema opposto di quello che si usa ad Hollywood dove, di solito, si parte da una storia semplice e lineare, che via via si rende più corposa aggiungendo i personaggi. Noi, invece, siamo partiti proprio da questi, eliminando tutto il superfluo e tutto quello che non sviluppava la vita emotiva di ogni personaggio.

Cosa risponde a chi ritiene che il nel suo film abbia ammorbidito i toni del romanzo a favore di una trasposizione meno cruda e violenta?

Il film rappresenta il mio modo di ri-raccontare la storia di Ellroy. L’ho fatto con la massima libertà, senza subire alcuna pressione e senza l’intenzione di ammorbidirne la violenza. Ma l’esperienza della lettura è un’esperienza molto diversa rispetto a quella della visione. Il lettore di Ellroy ha la possibilità di vivere la storia in uno spazio di tempo maggiore e l’autore ha la possibilità di porgli davanti gli aspetti più crudi della vicenda, senza turbarlo in modo eccessivo e invadente. Lo spettatore ha un’esperienza concentrata in minor tempo e i personaggi devono coinvolgerlo senza disturbarlo e senza farlo allontanare dalla storia.

(Intervista di Eleonora Saracino)

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